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CianotipiaQuesta non è la stagione in cui il sole abbonda ma, proprio per darti tutto il tempo di reperire il materiale e prepararti, ho pensato di riproporti questa idea adatta alla futura bella stagione. La cianotipia è uno dei più antichi processi eliografici e risale ai primissimi anni della storia della fotografia.
Intorno al 1842 l’astronomo inglese Sir John Herschel inventò questa tecnica basata sull’uso di sali ferrici, quindi diversa da quelle di Talbot e Daguerre, che sfruttavano la fotosensibilità dei sali d’argento. I sali di ferro sono molto sensibili alla componente ultravioletta della luce solare e questo l’ha resa un processo di minor successo in ambito fotografico, mentre è stata utilizzata a lungo per realizzare copie a basso costo di complessi disegni tecnici chiamate blueprint. La cianotipia, proprio per la sua praticità può essere però ancora sfruttata per fare interessanti e facili esperienze di fai da te.
Preparare da soli il materiale necessario per questa attività di bricolage fotografico non è difficile, lo dimostra il video sotto. In ogni caso, per i più pigri (come me) c’è Sunprints, azienda produttrice di fogli già trattati con sali ferrici, con cui si può facilmente provare una semplice tecnica di stampa a contatto.
Si possono usare normali negativi o anche oggetti come foglie, fiori o manufatti vari; basta esporre il tutto al sole. Il bello è che non serve alcuna camera oscura e ci si può preparare con calma alla luce, a patto che non sia intensa e diretta.
L’esposizione vera e propria, quella alla luce solare, deve essere di qualche minuto (c’è chi sostiene decine di minuti). In ogni caso occhio al meteo: serve una giornata di bel tempo…
Ci proviamo? 🙂
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Capolavoro subacqueo

'CYCLE-WAR' - Copyright 2017, Tobias Friedrich

Cycle-War – Copyright 2017, Tobias Friedrich

Non ho potuto controllare il lento calo della mandibola conseguente ai lunghi minuti di ammirazione di questa foto vincitrice dell’edizione 2018 del concorso internazionale Underwater Photographer of the Year.
È l’ammirevole lavoro del fotografo subacqueo Tedesco Tobias Friedrich, che l’ha realizzata all’interno del Thistlegorm, nave Inglese che nel 1942 fu affondata in Mar Rosso mentre cercava di consegnare rifornimenti alle truppe alleate.
Quella nel Thistlegorm è un’immersione bellissima ed è un must per molti subacquei perché nelle stive abitate da nuvole di pesci, ci si muove tra i mezzi e le armi che il grande vascello trasportava, rimasti al loro posto dentro alla nave che poggia sul fondo, quasi in assetto di navigazione. Dico questo con una certa convinzione perché là sotto ci sono stato e, vedendo la foto di Tobias, mi sono reso conto di quanto sia stato abile nel rendere così bene quell’atmosfera e creare una scena ampia nonostante i limiti di spazio propri del luogo. Per riuscire nell’intento Friedrich ha piazzato magistralmente una serie di luci e poi ha scelto di realizzare una foto panoramica, tecnica che gli ha consentito di produrre un’unica grande immagine del ponte contenente i vari mezzi trasportati, tra cui alcuni furgoni Ford oltre a splendidi esemplari di motociclette Triumph, Norton e BSA.
Guardando con attenzione è possibile scorgere moltissimi dettagli tra cui ti segnalo i copertoni delle ruote delle moto, quasi intatti dopo molti decenni in fondo al mare, indenni dalle onnipresenti concrezioni create dalle creature marine. Un particolare che dal vivo fa veramente impressione, te l’assicuro…
Beh, non mi resta che accennare alla notevole qualità anche di altri scatti premiati, ma per questi ti invito ad andare direttamente sul sito del concorso e goderteli senza tante aggiunte verbose da parte mia 🙂

Japan TempleRicordo di quando un amico, anche lui appassionato di fotografia, mi raccontò di un suo viaggio in Giappone.
Mi descrisse l’arrivo, dopo qualche ora di viaggio, presso un bellissimo tempio nel nord della nazione. Un posto che “vale la pena” dicevano… Ma ci fu una sorpresa: all’interno era vietato fotografare.
Così, colmo di delusione, il mio amico in un primo momento rimase all’esterno con il suo zaino zeppo di attrezzatura a fare qualche scatto, dato che il divieto era addirittura esteso all’introdurre macchine fotografiche. Tutto andava lasciato fuori, senza alcun servizio di custodia.
Ma nei pressi dell’ingresso vide che erano “parcheggiate” molte attrezzature di fotografi giapponesi entrati senza apparenti preoccupazioni. C’erano treppiedi Manfrotto in carbonio, teste mozzafiato e macchine Nikon e Canon top di gamma con montati grossi e costosi obiettivi. Tutto intorno zaini fotografici pieni di roba, nessuno in giro, tutto quel ben di dio lì fuori incustodito, ad aspettare come un piccolo gruppo di cagnolini che attendono i padroni fuori dal supermercato.
Me la descrisse come una scena surreale dicendomi poi: “per un attimo ho pensato di essere nel paradiso dei fotografi, ma poi mi sono solo reso conto di essere nel paese più civile del mondo. Ho lasciato la mia roba insieme a tutto il resto e sono entrato nel tempio. Al mio ritorno, dopo più di un’ora, tutto era al suo posto. Vorrei tornarci solo per poter riprovare la sensazione di fiducia che avevo mentre ero dentro“.

Sarebbe bello che tutto ciò fosse possibile anche qui.

A good car is forever

A good car is forever (in Cuba) – © Copyright 2004 Pega

Nikon o Canon, Sigma o Tamron, full frame o DX, digitale o analogico, Mac o PC…
È la natura umana ed è sempre la stessa storia: tendiamo a dare enorme importanza alle scelte di attrezzatura, a componenti che prima o poi dimostrano di essere solo elementi transitori destinati all’obsolescenza.
Così, come un tempo c’era chi sguainava la spada in difesa della carta Ilford contro quella Agfa, o magari professava la superiorità del telemetro, oggi c’è chi si appassiona a mille nuove contrapposizioni tecnologiche, altrettanto destinate all’oblio.
Se si guarda però a chi ha lasciato davvero un segno nella storia della fotografia, ci si accorge come questo atteggiamento non sia mai stato seguito dai grandi maestri.
Prendiamo Edward Weston: fotografava con sgangherate macchine di seconda mano, lenti economiche, spesso pessime, eppure i suoi scatti sono capolavori assoluti.
Non è l’attrezzatura che fa le foto. Il punto non è se hai una fotocamera Canon o una Nikon, se fotografi in digitale, su pellicola o con lo smartphone.
Il punto è la  conoscenza, da cui consegue la capacità di capire e sfruttare ciò che si ha a disposizione e le opportunità che capitano. La conoscenza permette alla creatività di esprimersi appieno; è questo il fattore che fa davvero la differenza.

Si sente spesso dire che “è il fotografo che fa la foto”; è una gran verità che subito viene dimenticata nei gironi delle proposte commerciali di nuovi obiettivi e fotocamere.
Sai che ti dico? La prossima volta che sentiamo quella fatale attrazione verso l’acquisto di un nuovo pezzo di attrezzatura fermiamoci un attimo; pensa a cosa potrebbe voler dire investire quella stessa quantità di denaro in conoscenza.
Un libro, un workshop, un viaggio.
Sono convinto che in fotografia, come del resto in tante altre attività umane, la conoscenza superi di gran lunga, in importanza, l’attrezzatura.

Unsane movieNei prossimi mesi uscirà al cinema “Unsane”, un film interamente girato con uno smartphone.
Non si tratta di un prodotto a basso budget o il lavoro sperimentale di qualche produttore emergente, ma dell’opera di un nome molto noto: Steven Soderbergh.
Il regista, sceneggiatore e direttore della fotografia statunitense ha deciso di affrontare questo nuovo lavoro, un horror psicologico, in modo molto diverso rispetto ai suoi precedenti successi, ed usare per le riprese soltanto un IPhone.
L’idea è maturata valutando i vantaggi di forte semplicità e flessibilità dello strumento, oltre che il livello qualitativo oggi raggiunto da questo tipo di dispositivi. È opinione di Soderbergh che lo spettatore non rimarrà per niente deluso.
Chissà, potrebbe essere un passaggio storico. Devo dire che la curiosità di vedere il risultato ce l’ho.
Intanto qui sotto c’è il trailer.
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Fisiogramma – © Copyright 2012 Pega

La macchina fotografica appoggiata a terra con l’obiettivo che guarda in alto e l’otturatore aperto per una lunga esposizione. Sopra, al buio, una piccola luce oscilla appesa ad un filo e crea un’immagine ricca di fascino: il fisiogramma.
I fisiogrammi erano già noti nell’ottocento e furono ampiamente studiati dagli scienziati impegnati nella descrizione di fenomeni fisici e matematici.
Hai mai provato a realizzare una foto di questo tipo? Di fatto è un piccolo esercizio di light painting, molto più semplice di quel che potrebbe sembrare.
Si può giocare con diversi tipi di luce, usando lampadine colorate o lampeggianti, cercando di imprimere movimenti oscillatori ed inventandosi qualche idea creativa.
Ad esempio si può variare il “setup” attorcigliando il filo, inquadrando obliquamente oppure rivoluzionando tutto facendo oscillare anche la fotocamera. Le possibilità sono infinite.
Buon divertimento!

p.s. Se ci provi però fammi sapere com’è andata 🙂

White stones

White stones – © Copyright 2009 Pega

Leggo spesso post ed interventi nei forum a proposito del problema dello sporco sul sensore…
Ora, la cosa è di poco interesse per tutti gli analogici e forse anche per chi non ha una digitale a lenti intercambiabili, ma anche per chi invece ha una reflex o una mirrorless, dovrebbe proprio essere un non-problema.
Sì, è vero che il sensore si può sporcare, che è un elemento che si carica elettricamente divenendo un po’ attraente per la polvere, che è delicatino e nasconto nel corpicino della reflex, difficile o forse rischioso da pulire e poi, forse, anche un po’ misterioso e quindi sexy…
Ma insomma, che diamine, è un sensore… è lì apposta.
Non limitiamoci nei cambi di obiettivi, non ci preoccupiamo troppo se c’è vento o un po’ di polvere.
Non permettiamo che la paura di sporcare il sensore ci impedisca di fare un bello scatto, di cambiare dal tele al grandangolo se in quel momento è quello l’obiettivo che ci vuole.
Lo sporco sul sensore, in gran parte dei casi, nemmeno si vede e quando si vede si tratta di macchioline che è facile eliminare in postproduzione.
E poi, se proprio è lurido, al limite basta mandare la fotocamera un paio di giorni in assistenza e passa la paura.
🙂

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