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Hasselblad di LegoDue post consecutivi sul Lego e sullo strano rapporto che i mattoncini colorati hanno con la Fotografia, perché no?
Già, così oggi voglio condividere un gioiellino che un giorno potresti trovare su uno scaffale accanto ad una scatola di dinosauri o una nave di pirati.
La vedi nella foto sopra, ma anche nel video sotto: è la Hasselblad 503CX interamente fatta di Lego costruita da Helen Sham, designer e fotografa che vive a Taiwan.
Sham l’ha inviata come proposta sull’apposita piattaforma di crowdsourcing LEGO Ideas dove è stata selezionata come “Staff Pick”. Se raggiungerà 10.000 supporters potrebbe divenire un vero e proprio kit LEGO in vendita.
Io ho già dato il mio contributo 🙂
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Charles EbbetsOggi voglio riproporti Mike Stimpson, un fotografo creativo che si diletta con un particolare tipo di still life.
La sua specialità è l’utilizzo dei piccoli personaggi del LEGO, che Mike usa sia per creare scatti originali che riprodurre immagini famose.
Ne sono un esempio questa sua “reinterpretazione” della famosa foto “Lunch atop a skyscraper” di Charles Ebbets (immagine assolutamente vietata a chi soffre di vertigini) in cui si vedono gli operai di un grattacielo in costruzione nella New York degli anni venti, seduti tutti tranquilli a mezz’aria per la loro inquietante pausa pranzo.

Tienammen

L’estro di Stimpson è anche rivolto ad immagini più recenti, come questa riproduzione della famosa foto dello studente davanti ai carri armati di piazza Tienanmen.
Ho trovato sul suo sito molti altri esempi di questa sua passione per la Lego Photography, non solo nel senso della riproduzione di immagini note ma anche con altre opere originali ed ironiche, sempre create con piccoli personaggi in plastica.

Ne è un esempio la foto  intitolata  “American Beauty” che puoi vedere qui sotto, chiaramente ispirata al famoso film.

American BeautyInsomma, se ti piace il genere, vai a dare un’occhiata al sito  www.mikestimpson.com .

Forse non sarà mai considerato un grande maestro della fotografia ma trovo che si tratti di un ottimo esempio di come si possa fare qualcosa di originale senza bisogno di avere per forza grandi soggetti o meravigliosi paesaggi…
A volte basta rovistare con un po’ di fantasia tra i vecchi giocattoli.

🙂

RadioattivitàNon tutti i possessori di vecchie fotocamere sanno che nel periodo tra gli anni ’40 e ’70 del secolo scorso, molti produttori cercarono di migliorare le caratteristiche ottiche dei loro obiettivi andando ad utilizzare le cosiddette “lenti toriate“.
Aggiungendo diossido di torio alla miscela per la realizzazione del vetro si ottiene infatti un netto miglioramento dell’indice di rifrazione e bassa la dispersione; ciò consentì di produrre lenti ad alte prestazioni, dotate di minime aberrazioni e poca distorsione nonostante la relativa semplicità produttiva.
Il problema è che il torio è radioattivo. Il TH-232 è infatti un elemento naturale senza isotopi stabili che decade emettendo particelle alfa fino a trasformarsi in radio-228. Dato che si tratta di un processo lentissimo, l’emissione di queste particelle non è molto intensa ma avvicinando un rilevatore di radiazioni ad una lente appartenente a questa generazione, non è comunque difficile misurare l’emissione.
Obiettivi gloriosi come il Leica Summicron 50mm f/2, il Takumar SMC 50/1,4, ma anche molte ottiche utilizzate nella serie Instamatic 800 della Kodak sono notoriamente appartenenti a questa tipologia, come del resto tanti altri prodotti di fascia medio-alta di quel periodo. Successivamente la tecnica di addizione di torio fu bandita ma quei prodotti sono rimasti in giro e in molti usano ancora con soddisfazione le buone vecchie lenti al torio.
Non si tratta di radioattività intensa, l’emissione di particelle da parte di queste macchine fotografiche non è pericolosa, basta saperlo ed evitare di eccedere in modo morboso con il contatto.
Insomma, se hai una di queste fotocamere, continua pure ad usarla o a metterla in bella mostra ma evita di tenerla ogni notte sotto al cuscino 🙂

Obiettivo radioattivo

pinhole photo paperOggi voglio riproporti Thomas Hudson Reeve, un fotografo che crea immagini stenopeiche con una tecnica veramente originale. La sua idea è di una semplicità disarmante: fare fotografie a colori direttamente sulla carta sensibile con una fotocamera costituita solo dalla carta stessa.
Reeve piega la carta fotografica fino a ricavarne una scatola e poi realizza la fotografia lasciando passare la luce all’interno attraverso un piccolo foro stenopeico. Semplicemente geniale.
Il risultato è un qualcosa di molto particolare, quasi un astratto, con l’immagine principale sulla superficie centrale ed un insieme di fotografie “secondarie” sui lati di quella che è in pratica una macchina fotografica monouso che poi diviene essa stessa fotografia.
La luce impressiona tutto l’interno dell’apparecchio in un modo che dipende dalla forma e dalla perizia con cui è stato realizzato ma risente anche delle caratteristiche di translucenza della carta stessa e delle pieghe realizzate oltre che dalla tenuta alla luce di questo strano oggetto.
E’ una tecnica accessibile a tutti, un approccio senza tecnologia, senza meccanica. Una macchina fotografica che poi si trasforma in fotografia, quasi come un bruco che diviene una farfalla.

Papercam reeveCome si fa? Si prende un foglio di carta fotografica ed in condizione di buio totale (la carta a colori è sensibile anche alla luce rossa) la si tagliuzza, si piega ed incolla con del nastro fino a farne una scatola chiusa; dalle stesse foto di Reeve è possibile vedere come sono realizzate le pieghe.
Questa “fotoscatola”, definita anche Papercam, va poi mantenuta al buio fino al momento dell’esposizione dato che non ha le caratteristiche di tenuta di un vero corpo macchina. Per scattare si scopre il foro stenopeico per un tempo calcolato empiricamente.
Realizzata la fotografia si ripone di nuovo la scatola al buio fino al momento dello sviluppo che si fa come una normale stampa fotografica.
Niente male eh? Perché non provarci?
Per chi vuole vedere altri scatti ma anche altre cose tra cui un originale modo di presentarsi, consiglio il sito ufficiale di Thomas Hudson Reeve.

Polaroid 250

Polaroid Automatic 250 – Copyright 2013 Pega


Hai in casa qualche bel pezzo di antiquariato fotografico o ami girare per mercatini ammirando il fascino delle macchine fotografiche dei tempi che furono? Ecco questo weekend assignment è dedicato proprio a loro, alle vecchie fotocamere.
Ti sei mai chiesto perché sono in circolazione così tante macchine antiche? Perché in ogni casa se ne può scovare almeno una e perché alcune sono divenute oggetti di culto? La mia spiegazione è semplice: sono bellissime e il loro fascino è senza tempo.
Largo alle nonnine analogiche dunque, questo è il loro fine settimana. Ritrai la tua “modella” come se fosse un’opera d’arte perché forse lo è proprio, ed il bello è che si tratta di un’opera d’arte costruita per creare opere d’arte. Figo eh!
Dopo, se ti va, posta in un commento qui sotto la tua foto condividendo “il prodotto della tua missione”. Confrontarsi è divertente e può aiutarti a scoprire persone che apprezzano le tue immagini.
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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

La fotografia non è altro che l’arte di catturare la luce, quella luce che nei millenni ha visto l’uomo impegnato a sperimentare ed inventare senza sosta per ottenerla artificialmente. Circa quattrocentomila anni fa i Neanderthal scoprirono il fuoco e da allora è stato un susseguirsi di tecnologie sempre più evolute fino a quelle che oggi tutti utilizziamo comunemente.
Quello sotto è un interessante video che credo ogni fotografo dovrebbe vedere: è la storia dell’illuminazione artificiale, condensata in un corto animato di soli due minuti.
Buona visione!
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Un antico meme

Old memeSembra uscire da un post su Facebook, ma in realtà quella che vedi sopra è una vignetta che apparve sul giornale satirico “The Judge” nel 1921.
Si tratta forse di uno dei primi meme della storia, un esempio emblematico di come, da sempre, ci poniamo e sentiamo davanti all’obiettivo di una fotocamera.
Nella didascalia l’espressione “flashlight” era il modo con cui venivano tipicamente chiamati i ritratti, al tempo sempre scattati con l’ausilio di un robusto colpo di flash.
Pensa a quanto questa vignetta di quasi un secolo fa è simile alle tante dello stesso tono che girano oggi sul web, evidentemente le differenze tra aspettativa e realtà non sono state ancora risolte dallo sviluppo della tecnologia…

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