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Archive for the ‘History of photography’ Category

Kubrick's chair
Sarà perché nell’ultimo weekend assignment ti invitavo a fotografare sedie, oppure perché è ormai un bel pezzo che lavoro ad un mio progettino fotografico incentrato sull'”assenza”. Forse invece sono i dettagli e l’atmosfera di questo scatto, il punto è che ogni tanto torno a guardare questa immagine.
È una fotografia realizzata nel 1986 da Mattew Modine, l’attore protagonista del film “Full Metal Jacket“, in cui interpretò il ruolo del fotogiornalista militare “Joker” in servizio durante la guerra del Vietnam.
Modine era egli stesso un appassionato di fotografia ed in una pausa delle riprese in esterna a Bassingbourn Barracks, immortalò la particolare sedia del regista Stanley Kubrick, scomparso poi nel 1999.
La sedia è dotata di capienti contenitori laterali che gli permettevano di avere sempre a portata di mano tutta la documentazione e i dettagli delle scene, è inoltre installata su una grossa pietra, probabilmente per ottenere una postazione ben stabile ed un po’ rialzata.
Non è difficile immaginarsi Kubrick seduto su questo scranno a dirigere quello che è poi risultato uno dei suoi più grandi capolavori.

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Warhol by Avedon

Andy Warhol – Copyright 1969, Richard Avedon

Esattamente trenta anni fa se ne andava Andy Warhol. Aveva cinquantotto anni e morì durante un intervento chirurgico.
C’è chi sostiene che la sua complicata situazione di salute fosse legata al grave attentato da lui subito nel 1968 quando Valerie Jean Solanas, una giovane scrittrice che aveva sottoposto un suo dramma teatrale a Warhol chiedendogli di produrlo, entrò nello studio dell’artista sparando diversi colpi di pistola. Lo ferì gravemente, mentre il suo curatore e compagno di allora Mario Amaya ed il manager Fred Hughes se la cavarono con poco.
Il manoscritto Up Your Ass, della Solanas lo aveva incuriosito ma anche sorpreso per quanto fosse pornografico. Warhol addirittura sospettò una trappola della polizia, con cui già aveva avuto problemi per la censura di alcune sue opere cinematografiche considerate oscene, decise quindi di metterlo da parte. Ma la Solanas lo rivoleva indietro. All’ammissione di Warhol di averlo smarrito e di non essere disposto a pagarle una somma di denaro, la situazione precipitò.
L’artista lottò tra la vita e la morte, poi sopravvisse per miracolo. Sottoposto a complicati interventi chirurgici, riportò postumi permanenti, rimanendo molto segnato anche a livello psicologico.
Nell’agosto del 1969 Warhol acconsentì alla proposta di Richard Avedon di ritrarlo nel suo studio, ad un anno da quel difficile momento, decidendo così di mostrare le sue cicatrici al mondo.

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Nobuyoshi ArakiNobuyoshi Araki o lo ami o lo odi. È forse il fotografo giapponese vivente più noto ma anche più discusso e controverso.
Oggi ti presento una sua intervista, in cui descrive il suo approccio tutt’altro che perfezionista, sempre alla ricerca dell’unicità di momenti particolari, da catturare nel singolo istante in cui si propongono.
Eccolo qui dunque il “Photo Devil”, come lui si descrive.
Goditelo in giapponese (ma sottotitolato eh!)
🙂

Se il link sopra non funziona, prova questo: –> Araki

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Polaroid 250

Polaroid Automatic 250 – Copyright 2013 Pega

Un vecchio detto recita che “la meraviglia è figlia dell’ignoranza e madre del sapere“. Ci penso spesso quando sento le esclamazioni che accompagnano lo svelarsi di una stampa Polaroid poco dopo lo scatto.
È vero che il digitale ci ha portato un’immediatezza senza precedenti, eppure le immagini che siamo abituati a vedere subito sul piccolo display della fotocamera digitale, mancano di qualcosa: sono come incomplete, immateriali, non “maneggiabili”.
La fotografia stampata, quel piccolo oggetto che puoi tenere tra le dita, avvicinare, annusare, appendere o passare ad un’altra persona, continua ad essere qualcosa di differente, delicato e prezioso, anche nell’era digitale.
Nonostante esistano da tempo piccole stampanti digitali portatili, nessuno le usa ed in genere sono state dei flop commerciali. E così capita che lo “sbucciare” un’istantanea fatta con la vecchia Zietta Polaroid, divenga un piccolo evento, un’esperienza che molti nativi digitali hanno solo sentito raccontare.
“Così veloce?”, “come funziona?”, “ma è bellissima!”, “dentro c’è una stampante ad inchiostro?”, “davvero esistono ancora?”, il repertorio è lunghissimo.
La Polaroid, con la sua totale immediatezza, continua a rappresentare una cosa a sé, quasi una tecnologia ferma in una bolla temporale e culturale. Ed in qualche caso è bello sentirsi raccontare gli sforzi fatti per entrare in possesso ed imparare a conoscere queste meravigliose macchinette, dopo averne vista una all’opera ed essersene innamorati.
🙂

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viewcameraUn paio di volte al mese propongo una sorta di missione fotografica da svolgere nel fine settimana, un piccolo esercizio che stimola la nostra creatività.
In genere non suggerisco temi già proposti ma a volte ci sono eccezioni. In questo caso voglio omaggiare il recentemente scomparso Luigi Manfrotto con un assignment che non è sul “cosa”, ma sul “come”.
La proposta è questa: non importa cosa fotografi, l’importante è che il tuo scatto sia realizzato usando quello che forse è l’accessorio più emblematico ed immortale della storia della fotografia, ovvero il treppiede.
Fotografare con il treppiede è diverso: ti costringe a rallentare, pensare, studiare posizione ed inquadratura. Il treppiede ti fa apparire agli altri in modo diverso ed anche questo si può riflettere sul risultato, in qualche caso anche impedirlo proprio. Il treppiede permette di fare scatti evoluti, magari complessi o raffinati e in qualche caso è condizione necessaria per riuscire ad ottenere certi tipi di immagini.

Che tu sia o meno un abituale utilizzatore di questo accessorio intendi provarci con questo assignment? Se sì, ti invito poi a condividere in un commento, il link al risultato del tuo lavoro e, se vuoi, anche ad aggiungere qualche breve nota o dettaglio sullo scatto.
Buon divertimento.

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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Sonda Cassini 2016Da oltre un decennio c’è una macchina fotografica che viaggia solitaria nello spazio profondo. L’abbiamo spedita verso Saturno nell’ormai lontano 2004, creando uno di quei casi in cui la fotografia è parte integrante della storia della scienza.
In un vecchio post avevo già avuto occasione di parlare della bellezza delle immagini trasmesse da questo oggetto, ma adesso non posso fare a meno di tornare sull’argomento.
Da alcuni giorni stanno infatti giungendo dalla sonda Cassini nuove foto scattate da un’orbita inferiore del pianeta Saturno: sono immagini fantastiche degli anelli, con dettagli incredibili di un luogo tanto remoto, affascinante e misterioso.
Le ammiro da giorni, trovandole di una bellezza assoluta oltre che di grande qualità non solo tecnica ma anche artistica.
Sono scatti che potrebbero tranquillamente essere esposti in qualche importante galleria d’arte e sono convinto che per moltissimi anni continueranno a trasmettere qualcosa a chi li ammirerà.

Paul Strand una volta ha detto: “the most important decision a photographer makes is where to place the tripod“.
Ecco: la sonda Cassini ha scelto proprio un posto fantastico dove piazzare il treppiede… 🙂

Per chi volesse appofondire ecco il link al sito NASA.

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Billy the KidQuando si parla di storia del crimine, il nome di Billy the Kid ha sempre il suo posto. Henry McCarty, alias Henry Antrim, alias William H. Bonney, alias Billy the Kid, visse nella seconda metà dell’ottocento. La leggenda narra che avesse assassinato ventuno uomini, iniziando la sua carriera da adolescente e divenendo un pistolero straordinario. Fu ucciso il 14 luglio 1881 dallo sceriffo Pat Garrett che lo inseguiva da tempo ed aveva messo una taglia sulla sua testa.
Come per molte altre figure del vecchio West, forse anche nel suo caso la fama superò il reale andamento dei fatti, e così il suo nome è rimasto nella storia ispirando anche un certo numero di pellicole cinematografiche.

Questo però è l’unico ritratto di Billy the Kid riconosciuto come autentico. Fu realizzato tra il 1879 ed il 1880 a Fort Sumner in New Mexico.
Una singola e semplice fotografia invecchiata dal tempo.
E’ curioso il contrasto tra questo piccolo documento, unico ma vero, e la discreta quantità di materiale creato a posteriori.
Una sola, vecchia fotografia che, alla fine, parla del personaggio forse più di una dozzina di film.

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