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Archive for the ‘Street Photo’ Category

Harvey Keitel

Nel film Smoke, una pellicola che forse ha presente chi apprezza il cinema indipendente anni novanta, c’è Auggie il protagonista interpretato da Harvey Keitel, cha una curiosa passione: ogni mattina alle otto precise esce dalla sua tabaccheria, piazza la macchina sul treppiede e fotografa sempre lo stesso scorcio di Brooklyn.
Auggie esegue questa semplice operazione con costanza per anni, estate o inverno, con la pioggia o il sole, conservando e catalogando le foto in album che conserva. Raccolte di scatti apparentemente banali ma che con il tempo divengono una sorta di opera d’arte.

Rivedendo quelle scene ho pensato a quanto valore possano avere la costanza e la perseveranza in fotografia.
Un singolo scatto realizzato sul marciapiede di un incrocio di una grande città può non avere un gran senso se preso da solo ma un lavoro come quello descritto nel film Smoke assume un valore.
È il valore dell’impegno e della passione che il fotografo può iniettare in quella che a prima vista potrebbe sembrare una sequenza di scatti simili. È l’ingrediente della sua quotidiana presenza fisica ma anche quella seppur piccola, appena palpabile, dose di interazione con l’ambiente e le persone immortalate.

È il valore di ciò che gli anglosassoni chiamano commitment e che non di rado caratterizza la produzione di molti artisti.

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Lewis Hine – New York City, 1908

New York City – Lewis Wickes Hine, 1908

Ci sono foto che ci incantano, ci costringono a tornare ad ammirarle, a guardarle a lungo, studiando dettagli e particolari che emergono via via che si osserva. Per me un caso è questo scatto di Lewis Hine, il grande fotografo sociologo che usò la macchina fotografica come strumento di descrizione e denuncia della condizione dei lavoratori sfruttati, in particolare dei minori, negli Stati Uniti del primo novecento.
E’ uno scatto di strada, evocativo ed importante, dove il soggetto principale è il giovanissimo strillone che se ne sta in posa sbarazzina davanti all’obiettivo. Sottobraccio ha le copie dei giornali in vendita e confrontandolo con la loro dimensione, non è difficile capire quanto fosse piccolo.
Lo sguardo di questo newsboy (così erano chiamati i sottopagati ragazzini che vendevano i giornali per strada) è uno strano mix tra curiosità, impazienza e sfida. La testa è inclinata sotto al cappellino marchiato Coca Cola che lo protegge dal basso sole del mattino; una luce che disegna magnifiche ombre lunghe in tutta la foto.
La giornata è appena iniziata ma la New York del 1908 è già viva. Vari personaggi fanno da comparsa nell’immagine: un uomo ben vestito attraversa la strada seguito da altri due; alcune signore eleganti, insieme ad un bambino, sembrano far parte di un piccolo assembramento, forse una coda, di cui sono le ultime arrivate. Chissà cosa stava richiamando quelle persone, come chissà cosa stesse trasportando il carro trainato da cavalli che si vede al bordo destro dell’immagine.
Ci sono tanti altri dettagli in questa foto: dalla nitida cassetta del servizio postale americano marchiata “US”, alle insegne sfuocate visibili sulla facciata e sulle finestre del grande palazzo, ma c’è un dettaglio che li supera tutti. E’ l’ombra del fotografo: di Lewis Hine stesso con la sua macchina appoggiata sul treppiede, il braccio alzato ed in mano lo scatto flessibile. Sembra quasi di poterlo sentire mentre chiede al ragazzino di stare fermo.
E’ una Fotografia d’altri tempi, significativa e potente, che possiamo vedere, gustare e ripubblicare liberamente grazie al programma “Open Content” della fondazione Getty.

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Già in passato mi era capitato di parlare di Cinemagraph, un particolare tipo di immagini in cui una porzione del fotogramma è ciclicamente dinamica mentre tutto il resto rimane fisso e statico come in una normale foto. Sono creazioni piuttosto interessanti, al confine tra video e Fotografia.
Ebbene, c’è chi ha iniziato ad usare in modo ancor più creativo questa tecnica, componendo una sequenza di Cinemagraph per creare un corto, raccontando quindi in un vero e proprio video un storia più articolata.
You’re My Music in This Silence” è un breve video del messicano Erick Flores Garnelo che lo ha realizzato muovendosi nella sua Guadalajara con una Canon 5D ed un obiettivo 58mm.
L’ho trovato niente male per essere uno dei primi esperimenti di questa nuova modalità espressiva.
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Sadness

Qual è la tua etica fotografica? In particolare con quali parametri decidi o meno di fotografare qualcosa o qualcuno la cui condizione non è invidiabile? Non parlo di fotogiornalismo o lavoro fotografico orientato alla denuncia o all’aiuto, sebbene anche questo sia un terreno molto discusso. Qui mi riferisco ai limiti che ognuno di noi si pone per procedere o meno a scattare una foto artistica, quindi diciamo “fine a se stessa”, o comunque realizzata per esprimere la propria personale vena creativa e le proprie emozioni.
Lo so, è una questione complicata e molti avvertono la difficoltà di muoversi su quello stretto confine quadrilaterale dove convergono arte, cinismo, denuncia e cattivo gusto.
Secondo te è giusto fotografare le persone che vivono in condizioni di indigenza, come può accadere quando si viaggia in un paese povero? Lo stesso vale anche per un più nostrano senza tetto o un’anziana mendicante? E’ forse cinico dare dei soldi per chiedergli di posare? O è ancor più cinico fotografare da lontano con un bello zoom?
Mettiamoci per un attimo nei panni di chi viene fotografato. Cosa penseremmo noi nella sua condizione?
E lo stesso ragionamento vale per i luoghi. Schiere di fotografi, anche amatoriali, si precipitano in zone colpite da eventi terribili (come terremoti ed uragani), fotografando quelle che fino a pochi giorni prima erano le dimore di persone ora sprofondate nella tragedia. Quali sarebbero le tue sensazioni se sapessi che qualcuno è entrato in quella che era la tua casa, fotografando le tue cose ed i tristi resti, per farne un suo personale lavoro artistico?
Io non so, non ho una posizione decisa, ma trovo che sia un bel terreno di riflessione.
Probabilmente ognuno trova la sua risposta in quell’istante in cui porta la macchina fotografica all’occhio e decide o meno di scattare.

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Gian Paolo IervolinoOggi ti propongo un libro, un libro fotografico che l’amico Gian Paolo Iervolino mi ha proposto di sfogliare dopo averlo realizzato e pubblicato.
Scegliere oggi il libro come supporto di diffusione delle proprie opere fotografiche non è una scelta facile, l’immediatezza e la potenza pervasiva dei contenitori online è tale da aver portato gran parte degli autori a preferire internet come principale mezzo di presentazione dei propri lavori. Su internet è facile e rapido raggiungere centinaia di nuovi potenziali ammiratori e gli orizzonti si ampliano a dismisura.
Eppure, nonostante le maggiori difficoltà sia tecniche che economiche, la carta resta il supporto più naturale per alcune fotografie, specie quelle di un certo tipo, in particolare i bianchi e neri notturni e meditati, come quelli di Gian Paolo.
Il suo libro è una breve ma intensa raccolta di fotografie notturne, tutte scattate a Roma in un’atmosfera quasi sospesa che l’autore descrive molto bene nella prefazione. Piazze e scorci di luoghi dalla bellezza millenaria, spesso affollatissimi di turisti che, una volta scesa la sera, si diradano lasciando spazio a figure silenziose, soggetti in lento movimento che Iervolino dipinge attraverso scatti a lunga esposizione che raccolgono scie ed ombre in lento movimento.
Sono immagini che esprimono emozioni non gridate, difficilmente descrivibili a parole, una sorta di quel “niente” con cui a volte si risponde quando ci chiedono a cosa stiamo pensando ma che, a dispetto della parola, sottintende un universo di sensazioni.
Mi è piaciuto molto questo libro, l’ho guardato e riguardato, una sera mi sono poi messo a sfogliarlo ascoltando musica in cuffia, un accompagnamento delicato ma intenso per questa splendida serie di immagini notturne.
Complimenti Gian Paolo.
Puoi trovare altre informazioni sull’autore e sulle sue opere sul sito Esperanto Photolab.

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no cameraSembrano annunciarsi tempi cupi per chi ama fotografare in luoghi pubblici, specialmente negli USA. In alcune città di questo paese è infatti in atto una sorta di guerra contro i fotografi che, proprio nell’era in cui tutti ormai hanno in tasca una macchina fotografica, prevede adesso la richiesta di permessi o il pagamento di licenze per realizzare immagini di livello professionale anche se non-commerciali.
Sì, ed è proprio questa la discriminante: l’uso di attrezzatura “professionale”.
Già da anni in molti luoghi pubblici statunitensi era necessario dotarsi di permesso per piazzare un treppiede (noto elemento “professionalizzante”) ma da qualche tempo ci si è spinti oltre. A Laguna Beach, ad esempio, è necessario acquistare una licenza non solo se si vogliono realizzare in città scatti a scopo commerciale, ma anche solo semplici fotografie di livello “professionale”. La qualità, insomma, diviene un elemento di lusso e puoi trovare tutti i dettagli, oltre alle (impressionanti) tariffe, qui sul sito ufficiale della nota località.
Cento dollari per due ore di permesso fotografico non sono una bazzecola. A meno di dar fondo al portafogli addio quindi agli shooting con le amiche modelle ma anche ai cosplay, alla street photography, alle foto di eventi o feste pubbliche, insomma a qualsiasi cosa si voglia immortalare “seriamente” in città con qualcosa di un po’ superiore ad un telefonino. E tutto questo non è uno scherzo ma una vera tragedia per chiunque in questi luoghi degli USA sia abbastanza appassionato da dotarsi di una reflex ed un buon obiettivo, non parliamo poi di treppiedi o luci che potrebbero subito far destare sospetti di “fotografia commerciale”, attività di alto bordo che richiede versamenti ancora superiori, con tasse a partire da circa 500$.
Insomma se sei abbastanza ricco per un po’ di attrezzatura, allora paga il balzello.
Una tendenza davvero allarmante che forse non tarderà ad affacciarsi anche dalle nostre parti e che dovrebbe dare da pensare…
😐

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Inquadrando e scattando il fotografo opera delle scelte, seleziona e decide ciò che l’osservatore riceverà; è autore, cronista ma può essere anche censore. Il suo ruolo è tale che, specie in alcuni tipi di fotografia, non si può evitare di imbattersi in questioni etiche.
E’ a questo proposito che oggi voglio proporti un articolo scritto da Sebastian Jacobitz, blogger tedesco specializzato in fotografia di strada.
Sebastian mi ha proposto una collaborazione tra blog ed oggi sono lieto di ospitare questo suo contributo, quasi un breve saggio da lui tradotto in Italiano, dedicato agli aspetti etici della nostra passione.
Buona lettura.

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“Di tanto in tanto quando leggo di Street Photography, o durante discussioni con altri fotografi, mi accorgo che la maggior parte di essi non chiede l’autorizzazione a ritrarre la persona. Questo parere solleva alcune domande valide, tra cui l’etica della Street Photography, ma mostra anche una doppia morale che vediamo nei media. Quando la foto ha natura documentaria lo scopo della Street o Documentary Photography è quello di catturare i momenti della realtà. Un principio importante è quello di non alterare una scena o di influenzarla in modo innaturale, perché questo violerebbe l’etica del fotogiornalismo. Idealmente è come se il fotografo volesse essere uno spettatore invisibile in grado di documentare il mondo come se egli non fosse stato lì.
Per far sì che l’immagine rimanga pura, si evita di chiedere il permesso in anticipo, perché questo significherebbe che non saremmo più in grado di fotografare la realtà. Naturalmente, si potrebbe semplicemente dare le istruzioni ai soggetti che dovrebbero comportarsi come se non fossero stati fotografati. Credo che tutti sappiano che le persone agiscono in modo diverso quando sanno di essere fotografati. E’ una linea sottile la differenza tra stare abbastanza vicino per creare le immagini che vogliamo presentare da un punto di vista artistico e non interferire con la scena. Nella Street Photography questo significa che siamo spesso molto “low-key” con la nostra attrezzatura. Possediamo grandi DSLR (Reflex) eppure alla fine le usiamo raramente per questo genere e preferiamo utilizzare o piccole fotocamere che ogni turista porta in giro o apparecchi più compatti. Questo ci dà la libertà di ottenere immagini che assumono risultati molto naturali e sinceri perché difficilmente sarà notata la nostra presenza.
La Fotografia documentaristica sociale è un caso più difficile. Di solito segue un progetto più a lungo termine e questo significa che c’è una preparazione più complessa che coinvolge tutte le parti per garantire l’etica del fotogiornalismo. I soggetti sanno che vengono fotografati e sono dalla parte della storia. Al fine di ottenere immagini che rimarranno nella storia, il fotografo deve lavorare con il gruppo per un tempo molto lungo. Di solito mesi per poi finire il lavoro di raccontare una storia.

L’Etica del fotogiornalismo
Definizione:Il giornalismo è la produzione e distribuzione di rapporti sulle interazioni di eventi, fatti, idee e persone che sono la “notizia del giorno” e che informa la società per almeno un certo grado
La Street Photography nelle sue forme ampie in realtà non è una sottocategoria di giornalismo. Anche se un sacco di immagini hanno un valore storico che mostra la vita di un certo momento storico, non è davvero dedicata a “informare” la società.
Nella sua forma più alta la Street Photography ha valore per lo più artistico nel documentare la natura umana nel suo ambiente naturale.
Non è necessario raccontare storie informative o dell’umanità in modo profondo. Nomi, background, la storia del soggetto ritratto, nella Street Photography non sono importanti dal momento che non ci sarà interazione con il fotografo.
D’altra parte la Fotografia Documentaristica si avvicina alle persone ed è incentrata sulle storie che raccontano. Lo scopo di questo genere è quello di mostrare storie attraverso una serie di immagini, per lo più accompagnate con testo scritto. Uno dei fattori chiave del documentario sociale fotografico è l’onestà e la fiducia. I media di oggi sono spesso accusati di creare notizie false diffondendo al mondo una visione alterata della realtà.

Le Immagini difettose
Purtroppo la fotografia Documentaristica ha avuto il suo momento di “scandalo” nel corso dell’ultimo anno. Uno dei fotografi più noti Steve McCurry è stato oggetto di polemiche, per non aver ammesso di aver usato Photoshop o comunque post produzione nelle sue immagini.
Queste rivelazioni hanno fatto perdere la credibilità del fotogiornalismo.
Ciò nonostante, la maggior parte delle storie cerca di dire la verità, anche se dobbiamo capire che la prospettiva in prima persona non può mai essere l’obiettivo al 100% ma piuttosto condividere i fatti e non convinzioni personali.

La Responsabilità
Come esseri umani i fotogiornalisti dovrebbero seguire la stessa etica di tutti gli altri. Dal mio punto di vista questo significa aiutare le persone nella sofferenza diretta. La natura del fotogiornalismo, però porta ad un sacco di discrepanze in quanto le caratteristiche della fotografia documentaristica spesso portano i fotografi in zone di conflitto che sfidano l’etica del fotogiornalismo.
Parliamo di questo dilemma, con l’aiuto della seguente immagine controversa.

Etica del fotogiornalismo
L’immagine mostra una bambina sofferente, ovviamente, malnutrita e osservata da un simbolo di morte – “l’avvoltoio”. Chiaramente, questa è un’immagine potente ripresa da Kevin Carter nel 1993 in Sudan raffigurante la lotta delle Nazioni Unite per fornire aiuti contro la carestia.
Lottando con la propria depressione Carter si è tolto la vita pochi mesi dopo, e le voci che giravano sulla sua morte erano che “non poteva più vivere con il senso di colpa” per aver documentato questa tragedia umana senza essere stato in grado di aiutare quella povera bambina, ed aver pensato invece a ritrarre l’immagine della realtà.
Se questa immagine venisse pubblicata on-line in qualsiasi forum di discussione, ci sarebbero un sacco di persone che sosterrebbero “come potrebbe fare una foto in questa situazione senza fornire alcun tipo di aiuto?”. A mio parere questo dimostra il dilemma dell’etica nel fotogiornalismo. Da un lato questo tipo di persone cercano situazioni pericolose in cui si documentano le persone che, ovviamente, hanno bisogno di aiuto, d’altra parte, è impossibile per un singolo fotografo poter raggiungere tutte queste persone.
Allora, qual è la soluzione reale a questo conflitto? Il fotogiornalismo non dovrebbe esistere più e così la sofferenza umana non sarebbe documentata? Invece, dovremmo tutti sederci nelle nostre case confortevoli e chiudere un occhio sulle aree critiche del mondo, mentre noi siamo in un ambiente perfettamente sicuro?

La potenza delle immagini
Ciò che spesso viene dimenticato durante queste discussioni è la forza che queste immagini possono fornire e come si possono tradurre le emozioni in azioni. Nelle notizie più recenti, l’immagine che mostra un ragazzo che a malapena è sopravvissuto all’inferno di Aleppo, ha fatto conoscere al pubblico le condizioni di vita di oltre 100 mila cittadini che ancora vivono in questa zona.

Etica del fotogiornalismo

Questa immagine ha avuto una notevole influenza, ma ha migliorato la situazione e le condizioni di vita ad Aleppo? Questa è una domanda a cui non è possibile avere una risposta certa. Forse in futuro si avrà una visione differente di questo evento e potremo vedere quanto avrà influito quest’immagine nella condizione politica e sociale. Senza queste immagini così crude, la politica o le persone che contano nella vita sociale non avrebbero nemmeno la minima responsabilità di tutto ciò che accade che invece viene documentato dal fotogiornalismo.  Alla fine, se non vuoi vedere è perché pensi che non esiste, giusto?
La ragazza afghana fotografata da Steve McCurry (sì, nonostante le sue immagini photoshoppate aveva anche delle vere immagini di forte impatto) è una delle immagini più famose del 21° Secolo. Quest’immagine ha già raccolto fino ad oggi nel “Fondo per i bambini afghani” più di 1 milione di dollari.

L’ Etica del fotogiornalismo
I fotografi fanno del loro meglio per aiutare e il loro strumento è la fotocamera per sensibilizzare l’opinione pubblica più di ogni altra cosa. Capisco che è difficile guardare quelle immagini, ma non dobbiamo criticare le persone che diffondono il messaggio, ma piuttosto concentrarci sulle radici dei problemi.

La Street Photography e le tendenze sociali
Mescolando la fotografia documentaristica sociale con la Street Photography purtroppo per lo più questa ci porta a foto di persone senza fissa dimora. Spesso fotografate da lontano, senza alcuna connessione con il soggetto. Ora una domanda molto giustificata è se queste foto sono una forma di sfruttamento? Mendicanti, o persone senza fissa dimora – Una parte che è spesso malvista e criticata perché la società la vuole ignorare. Come la Street Photography dovrebbe documentare la vita sulla strada in modo veritiero, falserebbe solo la realtà se le persone senza fissa dimora, non sarebbero rappresentate nella moderna Street Photography. Pertanto, non è sfruttamento includerli. Ma c’è qualche equivoco nella Street Photography di oggi che è semplice: tutte le immagini di un senza tetto o mendicante, saranno rappresentate tra disuguaglianza di ricchezza o qualsiasi altra cosa. La verità è, che il 99% di quelle cosiddette immagini Street Photography di mendicanti sono non hanno alcun valore. Come già accennato, sono spesso riprese da lontano con un teleobiettivo perché il fotografo aveva paura di avvicinarsi e realmente creare una connessione tra lui e la persona.

Conclusione
Documentario e Street Photography hanno il dovere di mostrare semplicemente la realtà. Ogni distorsione deliberata dal fotografo che non soddisfa questo requisito squalifica le immagini da quelle documentaristiche. I fotogiornalisti non sono responsabili per la sofferenza delle persone che fotografano, sono semplicemente il messaggero che documenta la vita. Non sparate al messaggero che si prodiga per trasportare la realtà, ma chiedetevi che cosa si può fare per cambiare la situazione, se sentite così forte la sofferenza nelle immagini. I fotogiornalisti rischiano la vita per diffondere il messaggio e aumentare la consapevolezza che in realtà può avere un impatto più grande, che aiutare un solo individuo.
Naturalmente le immagini del paesaggio hanno il loro fascino, ma la realtà è importante da mostrare al mondo. Non vi è alcun sfruttamento nel mostrare la realtà, se ti piace vedere le cose o semplicemente chiudere gli occhi e far finta che il mondo è un posto incantevole.”

Sebastian Jacobitz

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Puoi trovare la versione originale in Inglese dell’articolo sul blog di Sebastian dedicato alla Street Photography: www.streetbounty.com

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