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Archive for the ‘Technique’ Category

pepper_n30

Pepper number 30 – Copyright 1930 Edward Weston

Tutti conoscono il meraviglioso peperone di Edward Weston, ma non tutti sanno come il grande maestro realizzò questa foto.
Peperone N°30 è uno dei più noti lavori del grande fotografo americano, considerato a buon diritto tra i “maestri” ed è uno scatto che, come si intuisce dal titolo, fa parte di una serie opere di questo tipo a cui Weston si dedicò sul finire degli anni ’20 del secolo scorso.
In una recente intervista Kim Weston, nipote di Edward, ha svelato alcuni dettagli riguardanti la realizzazione di questo scatto.
Edward usava una fotocamera di grande formato e realizzare still life poneva il problema di una ridottissima profondità di campo data dalla vicinanza con il soggetto. Weston voleva un’immagine molto realistica, tutta a fuoco, quasi in 3D e per ottenere questo risultato arrivò progressivamente a ridurre l’apertura fino ad impostare un diaframma f/240 che, in condizioni di luce naturale, risultava in un tempo di esposizione della pellicola tra le quattro e le sei ore. Insomma una vera long-exp a tutti gli effetti.
Se vuoi sentire il racconto dalla viva voce di Kim eccoti il video girato da Marc Silber durante una visita presso la casa in cui visse Edward Weston. Un interessante documento contenente molti altri dettagli ed informazioni dalla viva voce del nipote del grande fotografo.
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Kubrick simmetry
Dato che sono un fan sfegatato di Stanley Kubrick e lo considero il più grande maestro del cinema, sono convinto che rimarrò di questa opinione per un bel po’. Forse ho questa idea perché Kubrick non è stato solo un grande regista; prima di dedicarsi al grande schermo, lavorò a lungo come fotografo e quando passò a dedicarsi ai film, portò con sé tutto lo stile costruito in anni da inviato per la famosa rivista “Look”.
C’è qualcosa che lega tutte le opere cinematografiche di Kubrick: è la perfezione delle inquadrature. Il suo lavoro è caratterizzato da una ricerca costante e profonda, che lo portò a livelli di attenzione al dettaglio definibili come maniacali. In particolare questa attenzione si concentrava sulla composizione prospettica che, specie nelle scene più intense e drammatiche dei suoi film, risulta rigorosamente simmetrica.
Tempo fa ho trovato un video molto interessante a questo proposito ed oggi te lo ripropongo. È un montaggio che evidenzia in modo efficace questa caratteristica comune a molte scene dei film di Stanley Kubrick.
Insomma: dal labirinto di “Shining” ai wc di “Full metal jacket”, passando per i corridoi dell’astronave di “2001 odissea nello spazio”, è evidente quanto la ricerca di prospettiva e simmetria compositiva fossero importanti per questo grande regista, i cui film tuttora ipnotizzano lo spettatore con un gusto fotografico che rimane difficile da eguagliare.
Buona visione e… Al diavolo la regola dei terzi!
🙂 🙂 🙂
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Maternal Line

Maternal Line by Justine Varga

Alcuni giorni fa, un concorso australiano di ritratto fotografico ha assegnato un premio di ventimila dollari ad una foto fatta di graffi e sputo.
Non sto scherzando: il 2017 Olive Cotton Award è andato alla foto che vedi sopra, intitolata “Maternal Line”, di Justine Varga che l’ha realizzata facendo scarabocchiare sua nonna su un negativo 4×5 e chiedendole poi di sputarci sopra per lasciare tracce di saliva.
E’ un curioso caso di opera non fotografica che vince un concorso fotografico. Tu cosa ne pensi?
Prima che tu esprima un giudizio, ti invito a leggere lo “statement d’artista” dell’autrice, qualora possa aiutarti a formare una tua opinione.

“One day, not so long ago, I came upon my maternal grandmother hunched over a table, vigorously testing a series of pens by scribbling with each of them in turn on a piece of paper. Captivated by this busy repetition of gestures, so reminiscent of her character, I asked her to continue her task, but on a piece of 4 x 5 inch negative film. Having left these traces of her hand on this light-sensitive surface, she also, at my request, rubbed some of her saliva on the film, doubling her bodily inscription there. I then processed the film and printed it at large scale. A collaboration across generations, with her born in Hungary and me in Australia, the resulting image looks abstract but couldn’t be more realist; no perspectival artifice mediates her portrayal of herself or our genetic link, with both now manifested in the form of a photograph.”

Per me è un “No comment”.

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La prima foto di una eclisse
L’eclisse solare del 21 Agosto è ormai storia. E’ chiaro che sia stata la più fotografata eclisse di sempre vista la sua spettacolare visibilità negli Stati Uniti, con milioni di persone ad immortalarla con ogni tipo di dispositivo (non sempre con risultati apprezzabili).
Eppure c’è stato un tempo in cui le eclissi si potevano solo raccontare, finché il 28 Luglio del 1851 il fotografo Prussiano Johann Julius Friedrich Berkowski realizzò la prima immagine fotografica di questo fenomeno.
Incaricato dal Reale Osservatorio Prussiano, Berkowski usò un dagherrotipo accoppiato ad un piccolo telescopio a rifrazione. Iniziò l’esposizione della lastra al momento del culmine dell’eclisse e mantenne aperto l’otturatore per 84 secondi, riuscendo in un’impresa che, fino a quel momento, non era stata ottenuta mai da altri.
Da allora il Sole, ma anche il resto del firmamento, è divenuto un soggetto molto fotografato, da trattare però sempre con il massimo rispetto e le dovute precauzioni. Non va dimenticata infatti la pericolosità per gli occhi dell’osservazione diretta della luce solare.

 

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sunny F16 ruleEstate, sole e luce a volontà, smartphone e fotocamere automatiche che ti tolgono ogni preoccupazione… Oggi che qualunque fotocamera è in grado di decidere autonomamente le migliori impostazioni per l’esposizione, è buffo ripensare a quando gli esposimetri erano cosa rara e costosa, tipicamente riservati ai professionisti o comunque solo a chi faceva fotografia “sul serio”.
Ma basta ricordare ciò che comunemente si usava fino a poco prima dell’avvento del digitale, per rendersi però conto che a quel tempo il calcolo della corretta esposizione stava tutto al fotografo.
Sembra anacronistico, ma conoscere la “regola del nonno” possa essere molto utile anche oggi, quantomeno per sperimentare il terreno del “tutto manuale”, così affascinante ed intrigante anche per chi è nativo digitale.
Ebbene dunque, come si faceva? La regola era denominata “diaframma f/16 in pieno sole″ (o variazioni simili) ed in genere era puntualmente stampigliata all’interno della confezione del rullino fotografico. È una regola semplice, tranquillamente utilizzabile anche oggi e facilmente sintetizzata nell’immagine qui sopra.
Si parte sempre impostando un tempo “simile” al reciproco degli ISO (es: 1/125 se ISO 100; 1/200 se ISO 200; 1/400 se ISO 400, etc…) e poi si sceglie il diaframma di conseguenza. La regola dice che in pieno sole, con 1/125 ed ISO 100, il diaframma corretto è f/16. Un tempo la pellicola che normalmente si usava era quasi sempre ISO 100, da cui la regola mnemonica f/16 in pieno sole, appunto.
Partendo da questo riferimento basta ricordarsi che, se il sole è velato, l’esposizione corretta si ottiene con f/11, se un po’ nuvoloso f/8, se coperto di nuvole scure f/5,6.
In caso di ISO diversi basta cambiare il tempo. Se si desidera usare tempi diversi, ad esempio doppi, basta dimezzare tutti i diaframmi.
Naturalmente il tutto va preso con un po’ di elasticità e la regola costringe il fotografo non solo a fare delle stime, ma anche ad applicare un suo criterio soggettivo: tutt’altra cosa rispetto alla fredda dipendenza dagli automatismi dell’elettronica.
Ecco fatto, ora conosci la regola del nonno. Che ne dici adesso di uscire e, per oggi, fare solo foto (va benissimo anche la tua digitale) esclusivamente seguendo questa regola?
🙂

Kodacolor Vr100

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NASA jets
Giusto un paio di giorni fa abbiamo potuto ammirare un’affascinante eclissi lunare parziale nei cieli nostrani, ma il vero evento astronomico di questa estate è l’eclissi totale di Sole del prossimo 21 agosto che sarà visibile lungo la diagonale degli Stati Uniti.
Per questa occasione la NASA ha preparato una missione che coinvolge due WB57F. Si tratta di particolari jet da ricerca d’alta quota dotati di telescopi, che voleranno in formazione lungo una rotta di “inseguimento” dell’eclissi ad una velocità tale da “allungarne” la durata di ben sette minuti.
Le immagini ad alta risoluzione saranno catturate a 30 fotogrammi al secondo e ciò permetterà di produrre la più chiara e ricca serie di immagini della corona solare mai realizzata. Con l’occasione sarà prodotta anche la prima mappatura termica di Mercurio oltre ad un’indagine sull’ipotetico gruppo di asteriodi che si pensa orbitino tra il Sole e Mercurio, ma che finora non è stato possibile individuare con certezza. La loro effettiva scoperta potrebbe cambiare ciò che sappiamo sulla nascita del Sistema Solare.
Insomma, ancora una volta tutto sta nel “dove piazzi il treppiede”. Stavolta sarà fatto in modo innovativo anche se, a ben guardare, gli aerei coinvolti altro non sono che una rielaborazione del famoso U2, aereo spia del tempo della guerra fredda, del resto anch’esso un accurato fotografo volante…
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Harry BensonHarry Benson è un distinto signore inglese, se lo vedi ha il classico aspetto del British gentleman ed anche l’accento è inconfondibile.
Nei primi anni sessanta era un giovane fotografo naturalista con una carriera agli inizi e l’entusiasmo per le atmosfere dei grandi spazi. La bellezza incontaminata dei luoghi più remoti del globo bilanciava i modesti compensi del suo status di novellino.
Così quando il suo editore, proprio il giorno prima della partenza per un servizio in Africa, gli cambio destinazione spedendolo a Manchester a far foto ad una “band emergente” l’umore del giovane Harry non salì proprio alle stelle.
Ma come talvolta può succedere, quell’assignment fu la svolta della sua vita. Quella “band emergente” erano i Beatles.
L’incontro funzionò ed il giovane Harry li accompagnò nel loro primo tour USA del 1964 e nella successiva ascesa al successo planetario,  divenendo famoso come il loro fotografo ufficiale.
Da quel momento la carriera di Benson fu un susseguirsi di lavori importanti ed incarichi di prestigio, dalle copertine di People alle pubblicazioni su Life, Vanity Fair e The New Yorker, dai servizi esclusivi per star come Elizabeth Taylor o Michael Jackson ai ritratti di ogni presidente degli USA da Eisenhower fino ai giorni nostri.

beatles pillowfight

The Beatles pillow fight – Copyright 1964 Harry Benson

Ho seguito con interesse un’intervista in tv a questo signore, che racconta con il tipico unterstatement britannico di come è nata una delle sue foto più famose dei Beatles.
E’ uno scatto che lui stesso considera tra i suoi preferiti e mostra i mitici quattro in una camera d’albergo, impegnati mentre ingaggiano uno scontro a cuscinate.
Benson ne parla come di una foto scattata grazie ad un gran colpo di fortuna. Lui era lì, loro parlavano del loro successo negli states e di come gestire la loro crescente notorietà. Lennon che azzarda l’ipotesi di smettere di comportarsi sempre da bambini ed iniziare ad essere un po’ più seri… ed ecco che gli altri partono all’improvviso con i cuscini…
Quel che è certo è che Benson fu prontissimo ad immortalare la scena con la macchina regolata alla perfezione ed il colpo di flash che rimbalza sul soffitto…
E’ una gran foto, colta con maestria, uno scatto storico che lo ha reso famosissimo ed ha contribuito alla sua notevole carriera.

L’intervista termina con ciò che dà il titolo a questo post.
Alla domanda dell’intervistatore “che cosa consiglierebbe ad un giovane fotografo nell’era del digitale”, Benson risponde senza esitare: “gli consiglierei di comprarsi una chitarra”.
Non è una risposta sarcastica né ironica come potrebbe sembrare. E’ in realtà il consiglio di un vecchio fotografo che vede nell’attuale regno del digitale la perdita di quel percorso di studio e lento apprendimento che era normale nell’era dell’analogico. Allora il fotografo si avvicinava per gradi alla professione ed era costretto ad “armeggiare” e fare varie attività manuali da solo, assimilando pian piano le abilità che poi si ritrovava ad avere e sfruttare nel suo mestiere.
E così, la chitarra.. che non si “suona da sola”, non esegue con un semplice click, ma costringe a mettersi seduti e studiare applicandosi un po’…
Una chitarra che senza dubbio, almeno per lui, è legata a doppio filo a quelle di Harrison, Mc Cartney e Lennon….

🙂

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