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Posts Tagged ‘chimica’

Di formule chimiche ne capisco il giusto ma in questo caso poco importa perché la bellezza delle immagini che ho trovato lascia poco spazio alla “nerditudine“.
Il fascino estetico di alcuni fenomeni naturali è fuori discussione e l’esempio che ti propongo oggi è tratto a piene mani dal sito Beauty of Science in cui puoi trovare una moltitudine di incredibili video realizzati riprendendo i dettagli di reazioni chimiche ed altre amenità.
Sono forme bellissime che si sviluppano sotto i nostri occhi formando figure ipnotiche che si modificano come opere d’arte degne di un grande maestro dell’astratto. Imperdibili.
Buona visione.

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Il sottotitolo di questo blog non è messo a caso, oggi infatti ti propongo qualcosa che appartiene forse più alla chimica che alla fotografia e ricorda quei folli esperimenti da scienziati pazzi che non credo di essere il solo ad aver imbastito nel periodo adolescenziale.
Si tratta di un ipnotico time lapse macro in cui si vede la combustione di alcuni elementi, più precisamente: carbonio, sodio, fosforo, magnesio e zolfo.
Fa parte della fantastica serie “Beauty of Science” relizzata da Yan Laing; se ne sconsiglia l’emulazione…
Buona visione 🙂
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Frederick Scott Archer

Frederick Scott Archer

Una lastra di vetro perfettamente lucidata, una sostanza viscosa chiamata collodio ed un po’ di nitrato di argento. Erano questi, insieme ad una piccola camera oscura portatile ed a qualche altro reagente chimico, gli strumenti con cui intorno al 1850 si realizzavano i cosiddetti “Ambrotipi”, fotografie che utilizzavano un metodo detto della “lastra umida” (wet plate) inventato da  Frederick Scott Archer.
La qualità delle immagini non era al livello dei dagherrotipi, ma il costo era inferiore, il processo più semplice e sopratutto così si ottenevano negativi da cui produrre stampe molteplici.
E’ seguendo questo metodo che il fotografo Harry Taylor ci fa vedere, in questo video, come ancora oggi si possa provare a seguire questo procedimento.

Le fasi necessarie per produrre un “ambrotipo” che Taylor ci mostra sono:

1) Pulitura accurata della lastra di vetro.
2) Applicazione del collodio sulla lastra distribuendolo perfettamente. Questa fase può svolgersi alla luce.
3) In camera oscura, immersione della lastra in una soluzione di nitrato d’argento per circa 3-5 minuti.
4) Sempre al buio, inserimento della lastra trattata nell’apposito contenitore/scatola a tenuta di luce (plate holder).
5) Posizionamento del plate holder, contenente la lastra, nella macchina fotografica ed esposizione di circa 8 secondi.
6) Sviluppo in un bagno di solfato di ferro.
7) Fissaggio usando una soluzione contenente tiosolfato di sodio.

Il risultato è un’immagine dotata di discreta qualità e gran fascino.
E’ interessante pensare come alcuni fotografi di metà ottocento viaggiassero con al seguito tutta l’attrezzatura necessaria per fare queste foto. Era un discreto quantitativo di roba ed in genere serviva un carro. Fu in questo modo che furono realizzati anche i primi reportage di guerra.

E’ un video interessante, specie se non hai mai visto come si realizzavano queste fotografie.
Buona visione.
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La prima foto della storiaOgni tanto torno a rivedermela e la trovo sempre più affascinante. E’ una delle prime fotografie della storia, alcuni sostengono sia la prima in assoluto. Fu realizzata nel 1826 da Nicèphore Nièpce a Le Gras in Francia e mostra ciò che questo pioniere della “scrittura con la luce” aveva a disposizione: la vista dalla finestra della sua stanza.
Non si è sicuri che si tratti della prima foto in assoluto perché pare siano esistite almeno un paio di immagini appena precedenti a questa, andate però distrutte. Poco importa.
Per realizzare queste prime fotografie Nièpce utilizzò lastre di peltro cosparse di un derivato del petrolio denominato “bitume di giudea”. Si trattava di un materiale con la caratteristica di indurirsi alla luce e permettere così la successiva eliminazione delle parti non indurite, poi c’era l’inchiostrazione e la stampa finale su carta.
La sensibilità di questa primordiale tecnologia era bassissima e ciò costringeva ad esposizioni molto lunghe, come nel caso della foto sopra, realizzata in circa otto ore.
Che meraviglia eh?
La lastra originale è oggi conservata presso la University of Texas ad Austin.

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Chica caliente

Chica caliente – © Copyright 2009 Pega

Secondo me la chimica conta ancora molto in fotografia. Eccome.
Lo sostenevo tempo fa in una chiacchierata che ad un certo punto si era avvitata su un equivoco: di che chimica stavo parlando?

La chimica può essere quella delle pellicole, degli acidi per lo sviluppo e per la stampa sulla carta fotografica in camera oscura. È una chimica legata alla fotografia analogica, che di sicuro non è morta, ma oggettivamente ha affrontato un forte declino ed ora è ridotta ad un settore di nicchia. Sembrerebbe quindi ragionevole affermare che oggi la chimica conta meno.
Ma io non mi riferivo a quella, parlavo di un’altra chimica: quella che governa la mente.
Digitale o analogico alla fine non è importante. Il risultato è tutto nella testa e nelle mani del fotografo, e poi nelle reazioni dell’osservatore.
E’ la chimica delle emozioni che trasforma un click in un grande scatto, è la passione, è l’empatia che lega l’artista col suo soggetto.
Pensa a come a volte sia importante creare un legame, dialogare, entrare in sintonia con una persona prima di riuscire a fare un bel ritratto. Lo stesso vale per i fotografi naturalisti, che devono entrare a far parte dell’ambiente che desiderano fotografare; si devono far accettare.
Chiamalo talento, sentimento, relazione o… ispirazione…
E’ sempre una questione di chimica.

🙂

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Frederick Scott Archer

Frederick Scott Archer

Una lastra di vetro perfettamente lucidata, una sostanza viscosa chiamata collodio ed un po’ di nitrato di argento. Insieme ad una piccola camera oscura portatile ed a qualche altro reagente chimico, erano questi gli strumenti con cui intorno al 1850 si realizzavano i cosiddetti “Ambrotipi”, fotografie che utilizzavano un metodo detto della “lastra umida” (wet plate) inventato da  Frederick Scott Archer.

La qualità delle immagini non era al livello di quella dei dagherrotipi su lastra di rame ma il costo era inferiore, il processo più semplice e sopratutto si trattava di ottenere dei negativi da cui poter produrre stampe.

E’ seguendo questo metodo che il fotografo Harry Taylor ci fa vedere in questo interessante video, come ancora oggi si possa provare a seguire questo procedimento.

Le fasi necessarie per produrre un “ambrotipo” che Taylor ci mostra nel video sono :

1) Pulitura accurata della lastra di vetro
2) Applicazione del collodio sulla lastra, facendo in modo che si distribuisca perfettamente. Questa fase può svolgersi alla luce
3) In camera oscura, immersione della lastra in una soluzione di nitrato d’argento per circa 3-5 minuti
4) Sempre al buio, inserimento della lastra trattata nell’apposito contenitore/scatola a tenuta di luce (plate holder)
5) Posizionamento del plate holder contenente la lastra nella macchina fotografica ed esposizione di circa 8 secondi
6) Sviluppo in un bagno di solfato di ferro
7) Fissaggio usando una soluzione contenente tiosolfato di sodio

Il risultato è un’immagine dotata di discreta qualità e gran fascino.
E’ interessante pensare come alcuni fotografi di metà ottocento viaggiassero con al seguito tutta l’attrezzatura necessaria per fare queste foto, in  genere un carro. Fu con questa tecnica che furono realizzati anche i primi reportage di guerra.

E’ un video interessante, specie se non hai mai visto come si realizzavano queste fotografie.
Buona visione.
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Chica caliente

Chica caliente - © Copyright 2009 Pega

Ieri, parlando con una persona appassionata di fotografia, sostenevo la tesi che la chimica conta ancora molto nella fotografia.

La simpatica discussione all’inizio si è avvitata su un equivoco.
L’equivoco di quale chimica io stessi parlando.

La chimica delle pellicole, degli acidi per lo sviluppo e per la stampa sulla carta fotografica in camera oscura è legata alla fotografia analogica, che forse non è morta, ma oggettivamente pare in declino.
Sembrerebbe quindi ragionevole affermare che la chimica conta meno…

Io parlavo però di un’altra chimica: quella che governa la mente.

Digitale o analogico alla fine non è importante. Il risultato è tutto nella testa e nelle mani del fotografo, oltre che nelle reazioni dei soggetti con cui questo interagisce.

E’ la chimica delle emozioni che trasforma un click in un grande scatto, è la passione, è l’empatia che lega l’artista col suo soggetto.

Pensa a come a volte sia importante creare un legame, dialogare, entrare in sintonia con una persona prima di riuscire a fare un bel ritratto. Lo stesso vale per i fotografi naturalisti che devono entrare a far parte dell’ambiente che desiderano fotografare; si devono far accettare.

Chiamalo talento, sentimento, relazione o… ispirazione…

E’ sempre una questione di chimica.

🙂

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