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Posts Tagged ‘cultura’

Inquadrando e scattando il fotografo opera delle scelte, seleziona e decide ciò che l’osservatore riceverà; è autore, cronista ma può essere anche censore. Il suo ruolo è tale che, specie in alcuni tipi di fotografia, non si può evitare di imbattersi in questioni etiche.
E’ a questo proposito che oggi voglio proporti un articolo scritto da Sebastian Jacobitz, blogger tedesco specializzato in fotografia di strada.
Sebastian mi ha proposto una collaborazione tra blog ed oggi sono lieto di ospitare questo suo contributo, quasi un breve saggio da lui tradotto in Italiano, dedicato agli aspetti etici della nostra passione.
Buona lettura.

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“Di tanto in tanto quando leggo di Street Photography, o durante discussioni con altri fotografi, mi accorgo che la maggior parte di essi non chiede l’autorizzazione a ritrarre la persona. Questo parere solleva alcune domande valide, tra cui l’etica della Street Photography, ma mostra anche una doppia morale che vediamo nei media. Quando la foto ha natura documentaria lo scopo della Street o Documentary Photography è quello di catturare i momenti della realtà. Un principio importante è quello di non alterare una scena o di influenzarla in modo innaturale, perché questo violerebbe l’etica del fotogiornalismo. Idealmente è come se il fotografo volesse essere uno spettatore invisibile in grado di documentare il mondo come se egli non fosse stato lì.
Per far sì che l’immagine rimanga pura, si evita di chiedere il permesso in anticipo, perché questo significherebbe che non saremmo più in grado di fotografare la realtà. Naturalmente, si potrebbe semplicemente dare le istruzioni ai soggetti che dovrebbero comportarsi come se non fossero stati fotografati. Credo che tutti sappiano che le persone agiscono in modo diverso quando sanno di essere fotografati. E’ una linea sottile la differenza tra stare abbastanza vicino per creare le immagini che vogliamo presentare da un punto di vista artistico e non interferire con la scena. Nella Street Photography questo significa che siamo spesso molto “low-key” con la nostra attrezzatura. Possediamo grandi DSLR (Reflex) eppure alla fine le usiamo raramente per questo genere e preferiamo utilizzare o piccole fotocamere che ogni turista porta in giro o apparecchi più compatti. Questo ci dà la libertà di ottenere immagini che assumono risultati molto naturali e sinceri perché difficilmente sarà notata la nostra presenza.
La Fotografia documentaristica sociale è un caso più difficile. Di solito segue un progetto più a lungo termine e questo significa che c’è una preparazione più complessa che coinvolge tutte le parti per garantire l’etica del fotogiornalismo. I soggetti sanno che vengono fotografati e sono dalla parte della storia. Al fine di ottenere immagini che rimarranno nella storia, il fotografo deve lavorare con il gruppo per un tempo molto lungo. Di solito mesi per poi finire il lavoro di raccontare una storia.

L’Etica del fotogiornalismo
Definizione:Il giornalismo è la produzione e distribuzione di rapporti sulle interazioni di eventi, fatti, idee e persone che sono la “notizia del giorno” e che informa la società per almeno un certo grado
La Street Photography nelle sue forme ampie in realtà non è una sottocategoria di giornalismo. Anche se un sacco di immagini hanno un valore storico che mostra la vita di un certo momento storico, non è davvero dedicata a “informare” la società.
Nella sua forma più alta la Street Photography ha valore per lo più artistico nel documentare la natura umana nel suo ambiente naturale.
Non è necessario raccontare storie informative o dell’umanità in modo profondo. Nomi, background, la storia del soggetto ritratto, nella Street Photography non sono importanti dal momento che non ci sarà interazione con il fotografo.
D’altra parte la Fotografia Documentaristica si avvicina alle persone ed è incentrata sulle storie che raccontano. Lo scopo di questo genere è quello di mostrare storie attraverso una serie di immagini, per lo più accompagnate con testo scritto. Uno dei fattori chiave del documentario sociale fotografico è l’onestà e la fiducia. I media di oggi sono spesso accusati di creare notizie false diffondendo al mondo una visione alterata della realtà.

Le Immagini difettose
Purtroppo la fotografia Documentaristica ha avuto il suo momento di “scandalo” nel corso dell’ultimo anno. Uno dei fotografi più noti Steve McCurry è stato oggetto di polemiche, per non aver ammesso di aver usato Photoshop o comunque post produzione nelle sue immagini.
Queste rivelazioni hanno fatto perdere la credibilità del fotogiornalismo.
Ciò nonostante, la maggior parte delle storie cerca di dire la verità, anche se dobbiamo capire che la prospettiva in prima persona non può mai essere l’obiettivo al 100% ma piuttosto condividere i fatti e non convinzioni personali.

La Responsabilità
Come esseri umani i fotogiornalisti dovrebbero seguire la stessa etica di tutti gli altri. Dal mio punto di vista questo significa aiutare le persone nella sofferenza diretta. La natura del fotogiornalismo, però porta ad un sacco di discrepanze in quanto le caratteristiche della fotografia documentaristica spesso portano i fotografi in zone di conflitto che sfidano l’etica del fotogiornalismo.
Parliamo di questo dilemma, con l’aiuto della seguente immagine controversa.

Etica del fotogiornalismo
L’immagine mostra una bambina sofferente, ovviamente, malnutrita e osservata da un simbolo di morte – “l’avvoltoio”. Chiaramente, questa è un’immagine potente ripresa da Kevin Carter nel 1993 in Sudan raffigurante la lotta delle Nazioni Unite per fornire aiuti contro la carestia.
Lottando con la propria depressione Carter si è tolto la vita pochi mesi dopo, e le voci che giravano sulla sua morte erano che “non poteva più vivere con il senso di colpa” per aver documentato questa tragedia umana senza essere stato in grado di aiutare quella povera bambina, ed aver pensato invece a ritrarre l’immagine della realtà.
Se questa immagine venisse pubblicata on-line in qualsiasi forum di discussione, ci sarebbero un sacco di persone che sosterrebbero “come potrebbe fare una foto in questa situazione senza fornire alcun tipo di aiuto?”. A mio parere questo dimostra il dilemma dell’etica nel fotogiornalismo. Da un lato questo tipo di persone cercano situazioni pericolose in cui si documentano le persone che, ovviamente, hanno bisogno di aiuto, d’altra parte, è impossibile per un singolo fotografo poter raggiungere tutte queste persone.
Allora, qual è la soluzione reale a questo conflitto? Il fotogiornalismo non dovrebbe esistere più e così la sofferenza umana non sarebbe documentata? Invece, dovremmo tutti sederci nelle nostre case confortevoli e chiudere un occhio sulle aree critiche del mondo, mentre noi siamo in un ambiente perfettamente sicuro?

La potenza delle immagini
Ciò che spesso viene dimenticato durante queste discussioni è la forza che queste immagini possono fornire e come si possono tradurre le emozioni in azioni. Nelle notizie più recenti, l’immagine che mostra un ragazzo che a malapena è sopravvissuto all’inferno di Aleppo, ha fatto conoscere al pubblico le condizioni di vita di oltre 100 mila cittadini che ancora vivono in questa zona.

Etica del fotogiornalismo

Questa immagine ha avuto una notevole influenza, ma ha migliorato la situazione e le condizioni di vita ad Aleppo? Questa è una domanda a cui non è possibile avere una risposta certa. Forse in futuro si avrà una visione differente di questo evento e potremo vedere quanto avrà influito quest’immagine nella condizione politica e sociale. Senza queste immagini così crude, la politica o le persone che contano nella vita sociale non avrebbero nemmeno la minima responsabilità di tutto ciò che accade che invece viene documentato dal fotogiornalismo.  Alla fine, se non vuoi vedere è perché pensi che non esiste, giusto?
La ragazza afghana fotografata da Steve McCurry (sì, nonostante le sue immagini photoshoppate aveva anche delle vere immagini di forte impatto) è una delle immagini più famose del 21° Secolo. Quest’immagine ha già raccolto fino ad oggi nel “Fondo per i bambini afghani” più di 1 milione di dollari.

L’ Etica del fotogiornalismo
I fotografi fanno del loro meglio per aiutare e il loro strumento è la fotocamera per sensibilizzare l’opinione pubblica più di ogni altra cosa. Capisco che è difficile guardare quelle immagini, ma non dobbiamo criticare le persone che diffondono il messaggio, ma piuttosto concentrarci sulle radici dei problemi.

La Street Photography e le tendenze sociali
Mescolando la fotografia documentaristica sociale con la Street Photography purtroppo per lo più questa ci porta a foto di persone senza fissa dimora. Spesso fotografate da lontano, senza alcuna connessione con il soggetto. Ora una domanda molto giustificata è se queste foto sono una forma di sfruttamento? Mendicanti, o persone senza fissa dimora – Una parte che è spesso malvista e criticata perché la società la vuole ignorare. Come la Street Photography dovrebbe documentare la vita sulla strada in modo veritiero, falserebbe solo la realtà se le persone senza fissa dimora, non sarebbero rappresentate nella moderna Street Photography. Pertanto, non è sfruttamento includerli. Ma c’è qualche equivoco nella Street Photography di oggi che è semplice: tutte le immagini di un senza tetto o mendicante, saranno rappresentate tra disuguaglianza di ricchezza o qualsiasi altra cosa. La verità è, che il 99% di quelle cosiddette immagini Street Photography di mendicanti sono non hanno alcun valore. Come già accennato, sono spesso riprese da lontano con un teleobiettivo perché il fotografo aveva paura di avvicinarsi e realmente creare una connessione tra lui e la persona.

Conclusione
Documentario e Street Photography hanno il dovere di mostrare semplicemente la realtà. Ogni distorsione deliberata dal fotografo che non soddisfa questo requisito squalifica le immagini da quelle documentaristiche. I fotogiornalisti non sono responsabili per la sofferenza delle persone che fotografano, sono semplicemente il messaggero che documenta la vita. Non sparate al messaggero che si prodiga per trasportare la realtà, ma chiedetevi che cosa si può fare per cambiare la situazione, se sentite così forte la sofferenza nelle immagini. I fotogiornalisti rischiano la vita per diffondere il messaggio e aumentare la consapevolezza che in realtà può avere un impatto più grande, che aiutare un solo individuo.
Naturalmente le immagini del paesaggio hanno il loro fascino, ma la realtà è importante da mostrare al mondo. Non vi è alcun sfruttamento nel mostrare la realtà, se ti piace vedere le cose o semplicemente chiudere gli occhi e far finta che il mondo è un posto incantevole.”

Sebastian Jacobitz

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Puoi trovare la versione originale in Inglese dell’articolo sul blog di Sebastian dedicato alla Street Photography: www.streetbounty.com

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Google Cassini doodle
“Spazio, ultima frontiera”, così recitava l’incipit di Star Trek, mitica serie di fantascienza, ed è proprio così: lo spazio è davvero la nostra ultima frontiera, da molti punti di vista.
Se ogni tanto capiti su questo blog avrai forse notato la mia passione per la missione della sonda NASA Cassini che, partita nel 1997, dopo un lungo viaggio in cui fu sfruttata la gravità di Venere per ottenere rotta e velocità necessarie, raggiunse Saturno nel 2004 iniziando ad inviarci immagini straordinarie via via che le orbite si facevano più vicine al pianeta. Ma adesso siamo prossimi ad una nuova fase: la sonda sta per fare uno spettacolare tuffo nella regione di spazio che separa Saturno dai suoi anelli, un posto in cui nessuno strumento di origine umana è mai stato.
Le immagini che questa “fotocamera spaziale” ci ha inviato negli anni sono qualcosa di straordinario, descrivono fenomeni e concetti che sfiorano la capacità di comprensione umana e documentano capacità tecniche di livello forse nemmeno del tutto immaginabili da gran parte delle persone che popolano il nostro pianeta.
Insomma lo spazio è una frontiera multidisciplinare, ed anche la Fotografia ne fa parte perché le foto dallo spazio portano contenuti concettuali spesso molto pesanti.
A chi sostiene che il valore di queste immagini è solo scientifico e non artistico mi sento di dovere qualche personale argomentazione: la sonda Cassini è sì un sistema automatico, ma anche un apparecchio di grande complessità frutto dell’ingegno umano e non è altro che una versione tecnologicamente molto sviluppata di una fotocamera; una fotocamera capace di muoversi incredibilmente lontano, allontanandosi dalla scena e portando un punto di vista del tutto nuovo.  Del resto anche la mia reflex digitale è un’evoluzione del dagherrotipo e la sua capacità di effettuare scelte automatiche è da fantascienza nei confronti di ciò che erano le macchine fotografiche primordiali.
Dunque Cassini si muove secondo precise, anzi precisissime ed incredibilmente complesse istruzioni umane. I meravigliosi scatti che questa sonda ci sta inviando dalla sua spettacolare posizione sono a tutti gli effetti opere d’arte. Sono frutto di un incredibile lavoro di studio, preparazione, progettazione e gestione di una missione che ha attraversato i decenni, coinvolto centinaia di persone e portato risultati che, a mio parere, non sono neanche lontanamente percepiti dalla media delle persone.
Ebbene, comunque sia, alla sponda Cassini di tutto questo importa poco. Orbita dopo orbita ci invierà immagini di luoghi “dove nessun uomo è mai stato prima”, poi incontrerà l’atmosfera di Saturno, dove si disintegrerà lasciandoci per sempre.
Anche Google, con il simpatico “doodle” che vedi sopra, ha voluto omaggiare questo avvenimento epocale. A noi resteranno per sempre immagini di una bellezza da togliere il fiato, come quella scattata giusto pochi giorni fa e che vedi qui sotto, in cui il puntino luminoso è la nostra piccola Terra, che risplende tra gli anelli di Saturno.
La Terra tra gli anelli

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JuhoJuho è un giovane Finlandese con la passione per le macchine fotografiche a rullino. Fin da giovanissimo si interessava di pellicole ed è finito per trasformare tutto ciò in un lavoro a tempo pieno. Da quindici anni gestisce il suo business Cameraventures tutto incentrato sulla fotografia analogica, commerciando reflex, obiettivi ed accessori, ma anche proponendo servizi e consulenza.
Un dubbio però lo attanaglia: il mondo della pellicola sopravviverà davvero? O la fase di rinascita analogica che stiamo osservando è solo una bolla social, un breve riflusso prima della fine?
Per cercare di dare una risposta alle sue domande, che nel suo caso hanno anche un riflesso diretto sul futuro della sua famiglia, Juho ha deciso di darsi da fare. In circa nove mesi ha intervistato più di trecento persone, tra cui CEOs di importanti aziende nel campo fotografico, fotografi più o meno coinvolti nel mondo dell’analogico, ma anche persone comuni, il tutto alla ricerca di risposte circa il futuro della fotografia su pellicola tra 15 anni, cioè al momento in cui suo figlio avrà l’età in cui lui stesso ha iniziato ad appassionarsi a tutto questo.
I vecchi imperi dell’industria fotografica del passato sono crollati ma nel frattempo molte nuove idee sono germogliate. Piccole iniziative di appassionati, progetti Kickstarter e comunità Internet dedicate all’analogico hanno dato nuova energia al settore, convincendo giganti in crisi come Kodak a rimettere in produzione pellicole ormai dimenticate.
I problemi che il movimento neo analogico ha davanti sono molti: dall’obsolescenza dei laboratori di sviluppo, ai costi della produzione dei materiali. Non è facile determinare quale sarà il futuro dell’analogico, ma Juho conclude il suo esperimento con uno stile concreto tipico dei nordici. Bisogna innanzitutto salvare le fotocamere. Sono questi gli oggetti chiave che trascineranno la sopravvivenza del mondo analogico.
Caro Juho, io sono d’accordo con te. Credo che sarebbe un gran peccato lasciarsi sfuggire la fotografia analogica e permettere che scivoli nell’oblio, così ho cercato di fare la mia piccola parte, conservando con cura le mie vecchie macchinette, confidando che potranno continuare ad essere usate, in un modo o nell’altro, ancora per generazioni.
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p.s. In questa pagina l’articolo completo sull’iniziativa di Juho

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Eiffel cantiereSì, lo sai che che vado pazzo per i timelapse, ma stavolta ne ho pescato uno davvero speciale. A dire il vero non si tratta nemmeno di un vero timelapse dato che non è una sequenza animata; ma poco importa, il senso è quello. Quella che vedi sopra è la serie di scatti che documenta la progressione nel tempo della costruzione della Torre Eiffel.
Nel 1887 Eiffel decise di documentare la nascita del suo monumento ed ingaggiò un fotografo di nome Edouard Durandelle. Questi piazzò il suo treppiede nei pressi del cantiere e, ad intervalli regolari, immortalò il procedere dei lavori durante il periodo in cui la torre fu costruita ovvero dal 10 agosto del 1887 al 12 marzo del 1889.
Si tratta di un esempio storico, primordiale, di documentazione sequenziale, molto significativo per comprendere il valore che le immagini stavano iniziando ad avere nella narrazione storica. Eiffel lo aveva capito ed anche in questo si dimostrò un innovatore se non addirittura un grande inventore.
Pensa in quanti altri casi del passato la costruzione di un’opera avrebbe potuto essere documentata in questo modo. Non è una questione tecnologica, non c’è effettivamente bisogno della fotografia, sarebbe andato bene anche un bravo disegnatore o un pittore. Una sequenza così la potevano fare anche gli antichi Romani, i Greci, gli Egizi. Oggi potremmo avere la sequenza della costruzione della Piramide di Giza o quella del Colosseo.

Adieu Mon Amour by Pega

Adieu mon Amour – Copyright 2013, Pega

E’ una questione concettuale, di grande portata.
Alla luce dell’uso universale che oggi facciamo delle immagini la si potrebbe considerare un’invenzione assoluta, al livello di quella della ruota o del profilo alare. Del resto anche queste avrebbero potuto accadere in epoche diverse, data la loro natura concettuale, non tecnologica; ma qui si apre un tema sconfinato, che va ben oltre le mie possibilità…
Comunque sia, Edouard Durandelle rimane nella storia della Fotografia ma non nel suo olimpo. E’ una figura secondaria, forse non abbastanza apprezzata.
Ed io a questo fotografo poco conosciuto che però ha contribuito così tanto al progresso comunicativo dell’umanità, dedico oggi un mio scatto, realizzato qualche tempo fa proprio nei pressi della Torre Eiffel.

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Vespa PX

Vespa PX - Copyright 2009 Pega


Dopo moto ed auto, cosa mancava in questa rubrica che propone un tema fotografico per il fine settimana? Ma certo: la Vespa! Ma non solo…
Simbolo della mobilità personale per antonomasia, gli scooter ed i ciclomotori sono un soggetto fotogenico e più intrigante di quanto non sembri.
Simboli di libertà che abbiamo ereditato da un periodo post-bellico caratterizzato da un vorticoso sviluppo economico, c’è oggi chi ne fa uso solo per andare al lavoro o a scuola, altri che con questo tipo di mezzi ha attraversato interi continenti, o chi addirittura ci fa speciali competizioni.
Insomma, per questo weekend assignment ho pensato di invitarti a fare qualche foto proprio pensando ai “motorini“.  Di sicuro non ci dovrebbero essere problemi ad averne qualcuno a portata di click, magari con l’aggiunta dell’elemento umano.
In questo fine settimana fai di questo tema il protagonista di qualche tuo scatto e poi, se vuoi, aggiungi un commento con il link alla tua foto. Condividere con tutti i lettori del blog è divertente e può portare a vedere la tua foto visitatori che la apprezzeranno.
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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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Bischof, 1942

Werner Bischof, primi lavori, circa 1942

“Ho sentito il dovere di avventurarmi nel mondo e di esplorarne il vero volto. Condurre una vita soddisfacente, di abbondanza, ha accecato molti di noi che non riescono più a vedere le difficoltà immense presenti al di là delle nostre frontiere.”

Prima delle immagini, sono queste sue brevi parole a far subito intuire chi era Werner Bischof. Nato a Zurigo nel 1916 studiò arte ed iniziò a lavorare come fotografo pubblicitario ma, nonostante un discreto successo, ben presto si accorse che non era quella la sua strada. Nel 1945 accettò un incarico da parte della rivista Du che lo portò a girare l’Europa postbellica e documentare le condizioni di vita delle persone.

Bischof, Germany

Friburgo, Germania 1945

Rimase segnato da questo suo primo incarico. La sua attenzione si volse subito verso le persone, specie i più deboli, le vittime innocenti del recente conflitto, sviluppando l’idea di fotografia come testimonianza della dimensione esistenziale e delle sue difficoltà.

Bischof

Corea, 1951

Nel 1949 fu invitato a far parte dell’agenzia Magnum, allora composta dai soli cinque soci fondatori: Capa, Cartier-Bresson, Rodger, Seymour e Haas.
Nella veste di fotoreporter (definizione che non amava) viaggiò prima in India e poi in Giappone per documentare la guerra in Corea. Vi rimase un anno intero, carpito dal fascino e dall’eleganza della sua cultura, che catturò con scatti assoluti.

Giappone - Bischof

Giappone, 1951

Nel 1953 si volge verso il nuovo mondo. Prima viaggia per alcuni mesi nel cuore degli Stati Uniti seguendo la creazione della nuova rete autostradale, poi va in Sudamerica dove è intenzionato a fotografare alla gente, descrivere la vita quotidiana. Un’idea che, sapeva benissimo, non avrebbe entusiasmato le testate per cui lavorava. È sulle Ande, a soli trentotto anni, che trova una terribile morte, in un incidente d’auto mentre viaggia verso una miniera in alta quota.
Gran parte del lavoro di Bischof è stato valorizzato solo in tempi molto successivi alla sua morte, grazie al figlio Marco che, nel 1986 decise di pubblicare alcuni estratti dai suoi diari e dalla corrispondenza, oltre ad un archivio fotografico inedito.

Chicago, Illinois, 1953

Chicago, 1953

C’è una cosa, di cui non molti parlano, che mi ha affascinato di questo fotografo. Bischof è stato uno dei pochi fotoreporter del “periodo d’oro” del fotogiornalismo anni ’50 e ’60 ad usare il colore.
In quegli anni, per motivi tecnici ed economici, le testate stampavano solo in bianco e nero, creando un terreno formale a cui la maggior parte di un certo tipo di fotografi è rimasta rigidamente ed a lungo ancorata, anche ben dopo l’avvento della quadricromia. Werner Bischof fu invece tra i primi ad esplorare il reportage anche a colori, riuscendo ad interpretarlo con coordinate artistiche ed estetiche indipendenti e personali, sicuramente diverse da quella sorta di mainstream monocromatico che ancora oggi tende a dominare il genere.

Una volta disse: “Davvero io non sono un fotogiornalista. Purtroppo non ho alcun potere contro questi grandi giornali, non posso nulla, è come se prostituissi il mio lavoro e ne ho davvero abbastanza. Nel profondo del mio cuore io sono sempre, e sempre sarò, un artista.”

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Susan Sontag

Susan Sontag – © Copyright 1975, Peter Hujar

Mi sono riletto uno dei suoi più famosi scritti e così ripubblico qualche considerazione su Susan Sontag, una delle figure più interessanti che il mondo della fotografia abbia mai conosciuto. Non era una fotografa ma un’intellettuale, una scrittrice dal profondo spirito critico ed analitico, capace di una visione innovativa e molto indipendente.
Nei suoi saggi la Sontag propose un approccio all’arte che risultava antiaccademico, spesso in conflitto con il classico stile intellettuale che contraddistingueva (e contraddistingue tuttora) molta critica. Tra le sue idee c’era la necessità di riscoprire un rapporto diretto con l’arte, meno mediato, la ricerca di una componente fisica e sensuale, un discorso che la Sontag portò avanti fin dagli anni sessanta, facendone un obiettivo contestuale al movimento di liberazione ed emancipazione sviluppatosi in quel periodo.
Negli anni ottanta sviluppò una importante relazione con la fotografa Annie Leibovitz. Fu un rapporto affettivo ma anche una sorta di simbiosi culturale che portò le due donne a scambiare esperienze e visioni inserendole nel vivace contesto artistico di quegli anni.

Sulla Fotografia_sontagSe ne hai voglia ti consiglio vivamente il breve ma sostanzioso saggio che la Sontag scrisse nel 1973 intitolato “Sulla Fotografia“. E’ un libretto che rimane attualissimo e che, a mio parere, non dovrebbe proprio mancare sul comodino (non la libreria) di ogni fotografo.
Eccotene un passaggio:

“L’umanità si attarda nella grotta di Platone, continuando a dilettarsi, per abitudine secolare, di semplici immagini della verità. Ma esser stati educati dalle fotografie non è come esser stati educati da immagini più antiche e più artigianali: oggi sono molto più numerose le immagini che richiedono la nostra attenzione; l’inventario è cominciato nel 1839 e da allora è stato fotografato quasi tutto, o almeno così pare; questa insaziabilità dell’occhio fotografico modifica le condizioni di prigionia in quella grotta che è il nostro mondo; insegnandoci un nuovo codice visivo, le fotografie alterano e ampliano le nostre nozioni di ciò che val la pena guardare e di ciò che abbiamo il diritto di osservare; la conseguenza più grandiosa della fotografia è che ci dà la sensazione di poter avere in testa il mondo intero, come antologia di immagini; nelle fotografie l’immagine è anche un oggetto, leggero, poco costoso, facile da portarsi appresso, da accumulare, da conservare
Le fotografie sono forse i più misteriosi tra gli oggetti che formano, dandogli spessore, quell’ambiente che noi definiamo moderno. Esse sono in realtà esperienza catturata, e la macchina fotografica è l’arma ideale di una consapevolezza di tipo acquisitivo.
Fotografare significa infatti appropriarsi della cosa che si fotografa. Significa stabile con il mondo una relaziona particolare che dà una sensazione di conoscenza, e quindi di potere.”

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