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Cosplay beauty

Cosplay beauty – © Copyright 2010 Pega

[continua dal post precedente]

…ed insomma… Fotone si era spento.
Dopo aver attraversato lo spazio e rimbalzato sul viso di una splendida fanciulla, era finito in una strana scatoletta e su quel suo “sensore”. Così avevano fatto tanti suoi compagni di viaggio, anch’essi toccando, chi il viso, chi il vestito, chi le cose che circondavano la ragazza.
Il sensore era uno strano congegno, una sorta di luogo di riproduzione. Su questo si posavano e morivano i fotoni generando altre piccole creature fatte di pura energia, gli elettroni.

La magia dell’evento era che il flusso degli elettroni che usciva dal sensore, replicava il modo con cui i fotoni vi erano arrivati dall’esterno. Descriveva forma e colore di ciò su cui questi erano rimbalzati prima di arrivare: insomma gli elettroni portavano con loro l’immagine dell’ultima cosa toccata dai fotoni.

I piccoli elettroni si mossero tutti insieme e dopo aver girovagato nel loro piccolo ambiente naturale di circuiti interni a quella scatola finirono per posarsi e fermarsi per sempre. Avevano trovato la loro meta su una comoda superficie rettangolare, una sorta di mielario estraibile dalla scatola stessa.

Rimasero lì per qualche tempo, finché una persona estrasse quella piccola scheda. Come un apicoltore che prende il telaio melario dall’arnia, lo spostò ed inserì in un congegno capace di leggere l’informazione portata dagli elettroni.
Questa macchina era capace di estrarre il frutto conservato nella scheda e generare un nuovo flusso di elettroni contenente l’immagine originaria della ragazza.

Questa nuova genia di creature fatte di energia vagò ancora per circuiti fino ad approdare ad una nuova superficie di riproduzione, stavolta più grande e non più racchiusa in una scatola.
Qui avvenne l’ultima magia: gli elettroni donarono la loro vita per chiudere il ciclo e far nascere una nuova generazione di piccoli fotoni, identici a quelli arrivati dallo spazio, liberandoli in maniera ordinata e perfetta proprio per ricreare nell’occhio dell’osservatore l’originaria immagine della bella fanciulla delineata dal volo dei loro simili giunti dalla stella lontana.

Fine.

————

Si, è una storiella scema. E forse anche incompleta. Perchè? Perchè in realtà i fotoni giunsero sulla retina e qui morirono per dar vita ad altri elettroni che viaggiarono fino al cervello dove definitivamente ricrearono l’immagine della fanciulla.

🙂

© 2012 Pega

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WVIL cmeraEccola l’ho trovata.
E’ la fotocamera del futuro, almeno il mio.

L’acronimo WVIL sta per Wireless Viewfinder Interchangeable Lens e caratterizza un progetto di Artefact, un importante gruppo di ricerca internazionale che si occupa di realizzare soluzioni creative di design e tecnologia.

L’idea WVIL è la logica evoluzione della convergenza che già da tempo stiamo osservando tra il mondo della fotografia e quello dei dispositivi personali mobili. Consiste in un apparecchio che a prima vista parrebbe molto simile ad un palmare/smarphone con attacco per lenti tradizionali.
L’ottica, a cui viene collegato uno speciale sensore full-frame capace di dialogare via wireless con la fotocamera, può essere quindi utilizzata connessa al corpo macchina ma anche staccata e “controllata” da remoto espandendo enormemente la fruibilità dell’apparecchio.

Il bello è che il progetto prevede, oltre ad un interessante ventaglio di caratteristiche ed innovazioni, anche la piena compatibilità con gli obiettivi per macchine reflex attualmente in commercio.
Fantastico no ?
Per il momento la WVIL è solo un concept ma per quanto mi riguarda potrei prenotarla fin d’ora.

Chissà quale produttore imboccherà per primo questa nuova strada… per ora accontentiamoci di vederla in azione nel video qui sotto.
Osservalo nei dettagli, è notevole.

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obamaChe ne dici della foto sopra?
Non trovi che sia assolutamente emblematica dell’era del digitale?

Quante volte si sceglie di vivere un momento attraverso un display LCD nella speranza di poterlo catturare nel nostro dispositivo video o fotografico?

E’ la voglia di immagazzinare i ricordi in un modo che il nostro cervello non ha la possibilità di fare o è necessità di far vedere agli altri le nostre esperienze e di condividerle.

La mia convinzione è che si tratti “prevalentemente” della seconda ipotesi.

Fin da piccoli cerchiamo la condivisione. Hai mai osservato quanto il divertimento di un bambino aumenta quando guardiamo con lui una cosa che lo diverte?
Quando cresciamo le regole rimangono le stesse.

Il digitale, con la sua semplicità ed immediatezza, ci ha portato la possibilità di condividere con una facilità estrema le esperienze che riteniamo importanti, quelle che vorremmo poter vivere insieme ad alcune persone che in quel momento non sono con noi.

Ma  non abbiamo ancora trovato la “giusta misura”… non raramente esageriamo e ci troviamo a vivere intere esperienze lasciando che un display ci faccia da “intermediario” con la realtà…

E può succedere quando raffigurato sopra al “ballo” di Obama… Tante persone un po’ chiuse in una sorta di solitudine digitale, concentrate nel catturare un momento che vorrebbero condividere con altri che non sono i presenti.

🙂

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