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Guitar 2 by PPP

Guitar 2 – © Copyright 2008 Pega

Nel film “Chi non salta bianco è” del 1992 ad un certo punto il protagonista mette una cassetta nello stereo della macchina ed alza il volume di un pezzo rock.
“Hey! Che roba è?” chiede l’amico afroamericano dal sedile posteriore.
“È Jimi Hendrix”
“No, lo so chi è, ma perchè tu metti Jimi?”
“Mi piace ascoltarlo”
“Oh, ti piace ascoltarlo. Ecco, è qui che sta il problema. Voi lo ascoltate”
“Che cosa dovrei fare? Mangiarlo?”
“No, no. Dovresti provare a sentirlo” insiste il passeggero.
“Ma sei scemo? Ti ho appena detto che mi piace ascoltarlo!”
“Lo so, ma c’è una bella differenza tra sentire ed ascoltare. Voi bianchi non lo potete sentire Jimi. Voi lo potete soltanto ascoltare“.

Mi capita spesso di pensare a quanto la stessa “sottile” differenza possa esistere anche in fotografia e quanto sia frequente rischiare di limitarsi a guardare un’immagine senza però vederla.
Ovvio, come per la musica, non è una questione di etnia ma di atteggiamento.
Con certe fotografie è solo provando ad entrarci in sintonia, “cambiando pelle”, immedesimandosi con il fotografo ed il suo soggetto che si può andare oltre ed iniziare a vederle davvero, arrivando magari fino a sentirle.
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In attesa del suo titolo

In attesa del suo titolo – © Copyright 2017, Pega

Una foto senza titolo è come una frase incompleta, può avere senso ma anche no. A qualcuno può trasmettere moltissimo, lasciando spazio alle sue proiezioni, mentre altri potrebbero esserne ingannati ed attribuirle un significato lontano da quello concepito in origine dall’autore.
Non è mia intenzione togliere valore alle foto senza titolo, ho il massimo rispetto per chi afferma che le immagini ben riuscite non devono aver bisogno di parole ed adoro quei rari scatti “assoluti” che comunicano in modo perfetto ed universale senza bisogno di nient’altro. La mia personale opinione però è che foto e parole siano un connubio meraviglioso, un po’ come succede con la musica.
Di questo tema mi è capitato di scrivere più volte, come in questo vecchio post, ma oggi voglio proporti un esperimento, una sorta di esercizio se vuoi, qui sul blog.
Inizio io, proponendoti una mia foto a cui, ancora, non ho saputo dare un titolo. E’ un’immagine che attende di essere completata da una o più parole, quelle che che rappresenteranno “il suo titolo”
Un po’ come quando un musicista sottopone la sua idea ad un paroliere (ed a volte ne viene fuori qualcosa di bello a quattro mani) oggi sono a chiederti un contributo: prova a proporre un titolo.
Non dobbiamo per forza fare un capolavoro, è solo un esercizio. Poi magari mi proponi qualcosa di tuo e sarà il mio turno.
🙂

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Eiffel cantiereSì, lo sai che che vado pazzo per i timelapse, ma stavolta ne ho pescato uno davvero speciale. A dire il vero non si tratta nemmeno di un vero timelapse dato che non è una sequenza animata; ma poco importa, il senso è quello. Quella che vedi sopra è la serie di scatti che documenta la progressione nel tempo della costruzione della Torre Eiffel.
Nel 1887 Eiffel decise di documentare la nascita del suo monumento ed ingaggiò un fotografo di nome Edouard Durandelle. Questi piazzò il suo treppiede nei pressi del cantiere e, ad intervalli regolari, immortalò il procedere dei lavori durante il periodo in cui la torre fu costruita ovvero dal 10 agosto del 1887 al 12 marzo del 1889.
Si tratta di un esempio storico, primordiale, di documentazione sequenziale, molto significativo per comprendere il valore che le immagini stavano iniziando ad avere nella narrazione storica. Eiffel lo aveva capito ed anche in questo si dimostrò un innovatore se non addirittura un grande inventore.
Pensa in quanti altri casi del passato la costruzione di un’opera avrebbe potuto essere documentata in questo modo. Non è una questione tecnologica, non c’è effettivamente bisogno della fotografia, sarebbe andato bene anche un bravo disegnatore o un pittore. Una sequenza così la potevano fare anche gli antichi Romani, i Greci, gli Egizi. Oggi potremmo avere la sequenza della costruzione della Piramide di Giza o quella del Colosseo.

Adieu Mon Amour by Pega

Adieu mon Amour – Copyright 2013, Pega

E’ una questione concettuale, di grande portata.
Alla luce dell’uso universale che oggi facciamo delle immagini la si potrebbe considerare un’invenzione assoluta, al livello di quella della ruota o del profilo alare. Del resto anche queste avrebbero potuto accadere in epoche diverse, data la loro natura concettuale, non tecnologica; ma qui si apre un tema sconfinato, che va ben oltre le mie possibilità…
Comunque sia, Edouard Durandelle rimane nella storia della Fotografia ma non nel suo olimpo. E’ una figura secondaria, forse non abbastanza apprezzata.
Ed io a questo fotografo poco conosciuto che però ha contribuito così tanto al progresso comunicativo dell’umanità, dedico oggi un mio scatto, realizzato qualche tempo fa proprio nei pressi della Torre Eiffel.

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Psycho Cat - by Deep Dream & Pega, 2016

Psycho Cat – by Deep Dream & Pega, 2016

C’è chi sostiene che l’umanità sia ad un punto di svolta, prossima ad una rivoluzione di cui pochi si rendono veramente conto. Difficile dire che piega prenderà, ma che le intelligenze artificiali siano ormai tra di noi è un fatto evidente e rivolgiamo quotidianamente le nostre domande ad una tra le più potenti. Google elabora i criteri delle sue risposte con strutture di intelligenza artificiale (AI) che hanno assunto caratteristiche evolutissime, superando anche le aspettative dei loro stessi sviluppatori. Tra queste ci sono le reti neurali progettate per analizzare i contenuti delle immagini, alla ricerca di forme e del loro riconoscimento: un terreno su cui il cervello umano finora aveva sempre prevalso.
Google ha reso pubblico l’uso di alcune reti neurali di interpretazione visiva e questo ha dato il via a vari progetti tra cui Deep Dream: un motore di “rielaborazione creativa” basato su questa intelligenza artificiale.
Dare in pasto una foto a Deep Dream è come vederla sotto l’azione di un allucinogeno, appaiono forme animali e deformazioni degne di un’opera di Dalì, trasformazioni imprevedibili generate dall’interpretazione del sistema neurale che rielabora secondo i suoi schemi cognitivi ciò che crede di vedere.
Pazzesco? Sì, ma i risultati sono strepitosi. Quella sopra è la rilettura di una mia vecchia foto fatta attraverso Deep Dream. La rete neurale l’ha modificata modo suo, trasformandola ed inserendo strane creature. Il risultato è una scena onirica che, se cliccata e guardata in grande, rivela dettagli fantastici, quasi ipnotici.
Che dire… siamo alle porte di una nuova forma espressiva? Di un crocevia artistico tra uomo e macchina?
In rete ci sono migliaia di esempi di queste “opere” e c’è chi addirittura ha provato ad applicare questo processo ad un flusso video. Ed indovina a cosa? Beh, la scelta è stata facile: ad alcune delle scene più pazzesche ed allucinate della storia del cinema. Il mitico “Paura e delirio a Las Vegas” di Terry Gilliam.
Avviso: Non guardare in stati alterati, potrebbe essere pericoloso!
😀

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NY Public Library ArchiveE’ notizia di questi giorni la pubblicazione di un vero e proprio tesoro: una collezione di oltre 180.000 immagini d’archivio che la New York Public Library ha deciso di rendere disponibile a tutti senza alcun vincolo di copyright.
La cosa è resa ancor più fantastica da un potente strumento di visualizzazione (a questo link) che permette di navigare con grande facilità nell’immenso archivio, cercare, previsualizzare e scaricare in alta risoluzione ciò che interessa.
Tutte le immagini sono utilizzabili senza alcun limite e quindi sfruttabili anche a fini commerciali, una vera manna per chi è sempre in cerca di nuovo materiale di qualità.
Adesso vado a farne una scorpacciata 🙂

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Niente è quel che sembra, la fotografia ce lo insegna da quasi due secoli, eppure è sempre più facile cadere nelle trappole dell’inganno delle immagini. L’avvento dei social media ha poi dato alla fotografia un ruolo ancor più importante, un potere senza precedenti di condivisione emotiva, che milioni di persone sperimentano ogni giorno ma di cui non sempre siamo pienamente consapevoli.
“HASHTAG NOFILTER” è un inquietante ed oscuro video di due minuti realizzato da Mattew Rycroft a questo proposito.
Direi che è perfetto per questo inizio Novembre.
🙂

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Memoria_HomerFotografare ci aiuta a ricordare?
Parrebbe proprio di no, anzi aiuta a dimenticare. E’ questo il risultato di un interessantissimo articolo su Psychological Science, noto mensile di psicologia e neuroscienze.
Già nel 2011 era uscito uno studio che parlava di come le persone tendano ad imparare con minor solidità ciò che sanno di poter ritrovare facilmente su internet, ma in questo caso una ricercatrice si è focalizzata sull’uso dello strumento fotografico, analizzandone gli effetti sulla memorizzazione.
I risultati sono molto interessanti e dimostrano che l’atto di fotografare si integra con il processo di memorizzazione che è costantemente in atto nel cervello, aiutandolo in una delle sue priorità assolute: risparmiare energia.

I nostri sensi producono un enorme e continuo flusso di informazioni che richiede un grande sforzo di elaborazione per essere gestito. Per questo l’evoluzione ci ha fatto perfezionare alcuni meccanismi cerebrali, come l’attivazione reticolare, dedicati a filtrare e ridurre questo immane carico di lavoro.
Il cervello è perennemente alla ricerca di metodi per semplificarsi la vita ed è così che fin dall’antichità sono state inventate tutte le tecnologie che l’uomo utilizza per aiutarsi a ricordare. Dai graffiti preistorici alle foto digitali di oggi, il cervello sembra sfruttare queste soluzioni, non solo per aiutarsi ed essere più efficiente, ma proprio per delegare all’esterno la funzione mnemonica.
In sintesi, usare un ausilio mnemonico “autorizza” il cervello a non impegnarsi a memorizzare. Succede un po’ come quando su un computer si sceglie di usare un’unità esterna per archiviare dati risparmiando lo spazio disco interno.
Essendo la memoria umana principalmente basata su informazioni visive, la fotografia è quindi la tecnologia ideale per funzionare da memoria esterna del cervello, consentendogli di risparmiare energia, visto che ci penserà la foto.
Pare dunque che il semplice gesto del fotografare, ripetuto e trasformato in un’abitudine, possa attivare una sorta di meccanismo di “dimenticanza”.
Ma forse non è semplicemente così. Nella ricerca si parla anche dell’effetto “sineddoche”: quello che tutti proviamo quando un piccolo dettaglio che rivediamo in una foto, ci riporta alla mente i ricordi dell’intero contesto di cui quel dettaglio era solo una minima parte. Ricordi che in qualche caso “non ricordavamo di avere”.
Forse siamo solo all’inizio della comprensione di come davvero funzionano questi meccanismi, una ricerca che si intreccia con un rapido percorso di progresso tecnologico, certamente ben più veloce di quello evolutivo.

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