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Posts Tagged ‘morte’

Vishnu Viswanath and Meenakshi Moorthy
Non sono i primi e purtroppo temo che non saranno gli ultimi.
Vishnu Viswanath e Meenakshi Moorthy, i due giovani travel blogger che pochi giorni fa hanno perso la vita cadendo da uno strapiombo per scattarsi l’ennesimo selfie, sono un tragico emblema del nostro tempo.
Da appassionato di fotografia trovo che la trasformazione avvenuta in questi anni abbia profondamente cambiato il significato ed il valore che le immagini fotografiche hanno per le persone.
Dopo una lunga prima fase, iniziata con l’invenzione del mezzo fotografico stesso, in cui tutta l’attenzione ed il focus erano sul soggetto, siamo rapidamente passati ad un presente in cui l’egocentrismo di chi scatta è tale da oscurare ogni altro elemento. Un mainstream in cui si è costretti ad un perenne rialzo della posta, fino a mettere in gioco la vita stessa.

Una foto, anzi volevo dire un selfie, non vale la vita.

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Alce che nuotaQualche giorno fa una giovane alce americana ha avuto la sventurata idea di attraversare il Lago Champlain che si trova tra lo Stato di New York e la contea di Grand Isle nel Vermont.
La povera bestia, dopo la lunga ed estenuante nuotata, è approdata nei pressi di una pista ciclabile da cui hanno cominciato ad accorrere persone per fotografare l’animale, impaurendola e di fatto respingendola in acqua fino a sfinirla, provocandone  la morte per annegamento.
E’ una breve storia triste, di certo non una notizia da prima pagina ma comunque un esempio di quanto il nostro comportamento, anche quello pacifico di pura curiosità naturalistica, possa influire su ciò che ci circonda.
A volte l’ansia di fotografare, documentare, postare può involontariamente portare ad effetti nefasti, purtroppo non solo nell’universo animale…
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Warhol by Avedon

Andy Warhol – Copyright 1969, Richard Avedon

Esattamente trenta anni fa se ne andava Andy Warhol. Aveva cinquantotto anni e morì durante un intervento chirurgico.
C’è chi sostiene che la sua complicata situazione di salute fosse legata al grave attentato da lui subito nel 1968 quando Valerie Jean Solanas, una giovane scrittrice che aveva sottoposto un suo dramma teatrale a Warhol chiedendogli di produrlo, entrò nello studio dell’artista sparando diversi colpi di pistola. Lo ferì gravemente, mentre il suo curatore e compagno di allora Mario Amaya ed il manager Fred Hughes se la cavarono con poco.
Il manoscritto Up Your Ass, della Solanas lo aveva incuriosito ma anche sorpreso per quanto fosse pornografico. Warhol addirittura sospettò una trappola della polizia, con cui già aveva avuto problemi per la censura di alcune sue opere cinematografiche considerate oscene, decise quindi di metterlo da parte. Ma la Solanas lo rivoleva indietro. All’ammissione di Warhol di averlo smarrito e di non essere disposto a pagarle una somma di denaro, la situazione precipitò.
L’artista lottò tra la vita e la morte, poi sopravvisse per miracolo. Sottoposto a complicati interventi chirurgici, riportò postumi permanenti, rimanendo molto segnato anche a livello psicologico.
Nell’agosto del 1969 Warhol acconsentì alla proposta di Richard Avedon di ritrarlo nel suo studio, ad un anno da quel difficile momento, decidendo così di mostrare le sue cicatrici al mondo.

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Aleppo - SiriaOggi lascio la parola alle immagini. Sono quelle originariamente pubblicate da Bored Panda ma poi trasformate in una devastante sequenza video da David Wolfe. Mostrano il “prima” ed il “dopo” di una città che era stata dichiarata patrimonio dell’Unesco ma che oggi è ridotta ad un cumulo di macerie: Aleppo.
La guerra in Siria ha provocato finora oltre centotrentamila vittime accertate e più di quattro milioni di rifugiati, due dei quali hanno dovuto lasciare il loro paese.
Non c’è molto altro da aggiungere, le fotografie parlano da sole…
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Zampa di Elefante
Ci sono cose che solo una fotografia ci può raccontare. Sì, perché son cose a cui un essere umano non sopravvive.
L’immagine sopra appartiene a questa categoria, un mostro assoluto che si nasconde nelle viscere della terra e che uccide chiunque tenti di avvicinarsi: è uno dei principali agglomerati di lava radioattiva creatisi con l’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl nel 1986.
Chiamata anche “The Elephant Foot”, la massa è composta da un insieme di combustibile nucleare fuso, mescolato a metallo e cemento che, dopo l’incidente, sono stati perforati ed attraversati nella lenta ma progressiva discesa di questo materiale semi-liquido nelle viscere della centrale.
La fotografia fu scattata dieci anni dopo la catastrofe, durante un’ispezione organizzata per verificare i rischi legati al pericolosissimo procedere del nocciolo di combustibile fuso verso il terreno sottostante e le falde acquifere. Nel 1996 le radiazioni erano ancora elevatissime, penetrare nei sotterranei della centrale esplosa significava esporsi a rischi enormi, ma avvicinarsi alla massa voleva dire morire quasi all’istante, così quegli uomini piazzarono una macchina fotografica su un carrello e fotografarono “la Zampa dell’Elefante” da dietro un angolo.
La pericolosità di questo mostro sotterraneo è praticamente inalterata da allora, e la sua minaccia accompagnerà chiunque viva su questo pianeta per qualcosa come altri 100.000 anni.

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La sua denominazione scientifica è Selaginella lepidophylla ed è una pianta incredibile.
La Rosa di Gerico può sopravvivere a mesi o anche anni di completa siccità; si ripiega su se stessa fino a diventare una palla secca, apparentemente morta. E’ un essere resiliente.
Ma se la si bagna succede una sorta di miracolo. E’ quello che il fotografo Sean Steininger ha catturato con uno splendido time lapse che copre le ore che la pianta impiega per tornare alla vita.
Lo trovo ipnotico.

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Lewis Payne by Alexander Gardner

Lewis Payne – Alexander Gardner, 1865

È il 1865, un giovane uomo è ritratto in manette, nella luce radente della sua cella.
Lo scatto è tra i più importanti realizzati da Alexander Gardner, emblematico fotografo della guerra civile americana, mentre il protagonista è Lewis Payne, condannato a morte per aver partecipato alla congiura che portò all’assassinio del presidente Lincoln.
Payne è appoggiato al muro, il suo sguardo colpisce: è allo stesso tempo rassegnato ma anche determinato e fiero, forse c’è una traccia di sfida.
È l’immagine forte e drammatica di un uomo che a breve salirà sulla forca, ad appena ventuno anni.
Come in tutti i ritratti di un tempo, l’espressione è rigida. Le tecniche fotografiche non consentivano tempi rapidi ed obbligavano ad esposizioni lunghe, con i soggetti che venivano messi in posa per molti secondi, a volte addirittura minuti, quando la luce era scarsa. Molto spesso il risultato aveva qualcosa di innaturale e artificioso, ma qui è diverso.
Payne non sembra preoccupato del risultato formale. È fermo ma rilassato, sicuro, fiero delle sue idee, consapevole dell’imminente fine.
È uno scatto molto potente, senza tempo, che ti invito ad osservare in tutti i suoi forti contrasti, visibili e non, ascoltandone il silenzio e cogliendone il valore che trascende il momento storico in cui è stato realizzato.

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