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Posts Tagged ‘profondità di campo’

NASA Lens F0,7

F 0,7

Prima o poi la smetterò lo prometto, ma ormai anche per oggi ti propongo qualcosa su Kubrick, a proposito del quale è noto che sono fissato…
E’ un video in cui Adam Savage (sì, quello dei Mithbusters) visita la Stanley Kubrick Exibition, una mostra itinerante attualmente allestita a San Francisco, dedicata al famoso regista ed ai suoi capolavori cinematografici.
Tra le prime cose che si vedono c’è la mitica lente Zeiss F/0,7 originariamente progettata per le missioni Nasa, che Kubrick usò per le scene a lume di candela di Barry Lyndon. L’apertura era così estrema da offrire una profondità di campo davvero minima e gli attori furono istruiti a muoversi pochissimo e solo lateralmente, in modo da mantenersi sempre nella sottilissima area a fuoco offerta dal diaframma F/0,7!
Adam ci mostra inoltre la speciale cinepresa Mitchell 35mm, profondamente modificata per poterci adattare la lente NASA. Praticamente i tecnici ne smontarono e ricostruirono artigianalmente molte parti.
Si vedono poi tutta una serie di affascinanti “memorabilia” che i cultori del grande maestro facilmente riconosceranno: dal casco spaziale di “2001 Odissea nello Spazio” alla ricostruzione della war room del “Dottor Stranamore”.
Chissà che un giorno l’esibizione non possa passare dalle nostre parti, sarebbe un must!
.

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triangolo esposizione

Durante l’interessante esperimento del microcorso organizzato da Photoexperience, si parlava degli elementi di base della fotografia e di come i risultati dei nostri scatti siano legati alla capacità di saper gestire queste impostazioni per tradurre in immagini le nostre idee.

Ripensando alla discussione ed alle domande che sono emerse, ho trovato questo grafico chiamato comunemente il “triangolo dell’esposizione”.

E’ una rappresentazione semplice che aiuta a capire come ognuno dei tre parametri fondamentali influisce sulle caratteristiche della foto.

La sintesi a parole è semplice :
1 – aumentando gli ISO si introduce rumore (grana in caso di pellicola analogica)
2 – diminuendo i tempi si incontra il mosso
3 – aumentando l’apertura (diaframma) di riduce la profondità di campo

E’ come avere una coperta che… se c’è poca luce, diviene corta e tirata verso l’alto ci fa scoprire i piedi.
Non lasciare che siano gli automatismi della tua macchina fotografica a fare le scelte che spettano alla tua creatività.

Se ancora ogni tanto ti assalgono i dubbi su come gestire i parametri della tua fotocamera, stampa questa immagine e tienila in tasca. Potrà tornare utile!

🙂

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Lo dico subito, prima di entrare nel tema di questo post: io non sono un grande appassionato di HDR.

H.D.R. sta per Hight Dynamic Range ed è una tecnica disponibile in fotografia digitale per cercare di sopperire alle limitate capacità dei sensori (ma anche delle vecchie pellicole) di gestire le situazioni in cui sono presenti grandi variazioni di tonalità luminosa.

Adams_clearing_winter_storm

Clearing winter storm - © 1936 Ansel Adams

L’occhio umano, grazie sopratutto alla pupilla che adatta “l’esposizione” alla luminosidà, ci permette di percepire dettagli notevoli, anche quando nella scena che guardiamo ci sono contemporaneamente punti molto luminosi e zone d’ombra.
Con la fotocamera spesso invece si deve scegliere di “perdere” i dettagli nelle zone d’ombra per conservare quelli nella parte luminosa dell’immagine o viceversa ed il risultato delude essendo così diverso rispetto alla realtà percepita ad occhio nudo.

E’ per questo che sono nate le tecniche HDR che, partendo da più scatti eseguiti ad esposizioni diverse, permettono di sintetizzare digitalmente una nuova immagine con un’estensione compressa delle tonalità, più gestibile dai comuni mezzi di riproduzione delle foto come i monitor o la stampa su carta.
Il risultato è una  foto che, a seconda di come è stata effettuata l’elaborazione, appare come molto realistica o addirittura iper realistica.

Come dicevo all’inizio, tendo personalmente a non essere granchè affascinato da queste tecniche. Ritengo infatti che molta della bellezza della fotografia stia proprio nei limiti dello strumento e, proprio come accade per aspetti come il tempo, la profondità di campo, la focale o altri elementi, anche la ridotta capacità di gestire l’estensione delle tonalità luminose sia un aspetto affascinante.

Ma guardando il lavoro di uno dei fotografi che maggiormente ammiro ecco che la prospettiva cambia.
Sto parlando di Ansel Adams, ed in particolare del suo capolavoro “Clearing winter storm” realizzato nel parco di Yosemite nel 1936.

Adams realizzò con la sua macchina di grande formato un’immagine in bianco e nero dalla straordinaria estensione tonale. Si va dal buio profondo delle zone in ombra al bianco perfetto della parte luminosa delle nuvole. I dettagli sono straordinari, l’atmosfera è più reale del reale.

Ma come fece ? Per un risutato del genere non sono sufficilenti le pur notevoli caratteristiche dinamiche (tuttora ineguagliate) della pellicola in bianco e nero.
Beh, non è un mistero. Adams, grande artista non solo dello scatto ma anche della successiva “elaborazione” in camera oscura, lavorò con abilità sulla sua stampa, andando ad esporre la carta in modo “mascherato”, differenziato a seconda delle zone dell’immagine, seguendo in sostanza quello che può essere considerato come un HDR analogico.

Insomma… niente è mai veramente nuovo come sembra…

Le mie preferenze rimangono per le foto che non fanno uso delle tecniche di compressione dinamica ma credo proprio che se Ansel Adams fosse un fotografo oggi sarebbe un maestro assoluto dell’HDR…

🙂

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Kilt guitar player
Kilt guitar player – © Copyright 2009 Pega

50mm “prime lens” come dicono gli anglosassoni.
Con la sua focale fissa il “cinquantino” ti spinge a spostarti, girare intorno al tuo soggetto, provare ad avvicinarti o allontanarti per cercare la giusta inquadratura… a “zoomare con i piedi”.
Il cinquantino ti costringe a piegarti, ad inginocchiarti, ad assumere pose strane, a volte ridicole, a volte senti la schiena o qualche giunto che si lamenta…
Col cinquantino non puoi cedere alla pigrizia e questo aiuta moltissimo a trovare scatti nuovi e particolari.

Il cinquantino è veloce, meravigliosamente luminoso e ti permette di scattare in condizioni dove con altre ottiche ti servirebbe il flash.
La sua massima apertura è così ampia che la profondità di campo è così ridotta da rischiare di sbagliare completamente la foto, ma quando inizi a gestirla puoi sfruttare questa caratteristica a tuo vantaggio, per ottenere dei bellissimi sfuocati.

Il cinquantino è compatto e leggero, sta anche in tasca. Quella reflex che a volte è così vistosa ed ingombrante si trasforma in una fotocamera che quasi passa inosservata, che non intimidisce. E le persone che fotografi sono maggiormente a loro agio. 
E’ con il cinquantino che maestri come Cartier-Bresson, Capa e tanti altri, hanno sfornato molti dei loro capolavori

Il cinquantino non è troppo costoso. Quasi tutte le marche ne propongono uno da f/1.8 che costa meno di qualsiasi zoom e la sua nitidezza e qualità dell’immagine è assolutamente incomparabile.

Io lo adoro.
Se non l’hai mai fatto, prova il cinquantino.

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NG1975

Una copertina NG del 1975

“Learn f/8 and Be There” (trad libera: imposta f/8 e trovati sul posto) è una frase che pare abbia avuto origine nell’epoca del grande sviluppo della rivista National Geographic, divenendo poi un refrain molto noto nel mondo della fotografia di reportage e naturalistica.
Erano anni in cui i manager della testata ed i direttori della fotografia spingevano i reporter della rivista a recarsi in giro per il mondo ed a scattare nei luoghi più remoti, alla ricerca di immagini di qualità che descrivessero la bellezza della natura o che raccontassero storie in cui il lettore potesse sentirsi coinvolto.
Il Be There era quindi un imperativo che voleva indicare un atteggiamento di necessaria presenza sul luogo, quasi un’immersione del fotografo nella scena e nell’azione. Qualcosa che negli anni successivi è stato poi ribattezzato, specie in ambito bellico, “embedded” (in questo caso vado per la traduzione quasi letterale “a letto insieme“).
L’f/8 si riferisce invece alla ricerca del massimo realismo, di foto con buona profondità di campo e massima nitidezza che, in quasi tutte le lenti, si trova nei settaggi di apertura intermedi (f/8 – f/11 tipicamente) anche chiamata con il nome “sweet spot”.
Va detto che riguardo a questa “direttiva” ci sono stati illustri dissidenti, come il mitico Steve McCurry che di questa massima aveva fatto sicuramente sua la seconda parte (be there), ma a vedere gli splendidi sfuocati delle sue foto direi che sulla prima (f/8) se ne fregava abbastanza…
🙂

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