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Posts Tagged ‘rock’

Guitar 2 by PPP

Guitar 2 – © Copyright 2008 Pega

Nel film “Chi non salta bianco è” del 1992 ad un certo punto il protagonista mette una cassetta nello stereo della macchina ed alza il volume di un pezzo rock.
“Hey! Che roba è?” chiede l’amico afroamericano dal sedile posteriore.
“È Jimi Hendrix”
“No, lo so chi è, ma perchè tu metti Jimi?”
“Mi piace ascoltarlo”
“Oh, ti piace ascoltarlo. Ecco, è qui che sta il problema. Voi lo ascoltate”
“Che cosa dovrei fare? Mangiarlo?”
“No, no. Dovresti provare a sentirlo” insiste il passeggero.
“Ma sei scemo? Ti ho appena detto che mi piace ascoltarlo!”
“Lo so, ma c’è una bella differenza tra sentire ed ascoltare. Voi bianchi non lo potete sentire Jimi. Voi lo potete soltanto ascoltare“.

Mi capita spesso di pensare a quanto la stessa “sottile” differenza possa esistere anche in fotografia e quanto sia frequente rischiare di limitarsi a guardare un’immagine senza però vederla.
Ovvio, come per la musica, non è una questione di etnia ma di atteggiamento.
Con certe fotografie è solo provando ad entrarci in sintonia, “cambiando pelle”, immedesimandosi con il fotografo ed il suo soggetto che si può andare oltre ed iniziare a vederle davvero, arrivando magari fino a sentirle.
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Richards by Annie
Il feeling tra chi fotografa e chi viene immortalato è basilare e probabilmente il fatto che Annie Leibovitz sia stata in tour con i Rolling Stones nei primi anni ottanta ha giocato il suo ruolo in questo set con Keith Richards per Louis Vuitton di cui ho trovato il video backstage.
E’ un breve filmato che fa vedere alcuni momenti della realizzazione della foto finale (sopra) usata per una delle campagne pubblicitarie di Vuitton e come tutti i “behind the scenes” mi ha colpito per vari motivi e ti consiglio proprio di vederlo.
Per i patiti degli aspetti tecnici dico innanzitutto che è interessante il fatto che la Leibovitz, blasonata fotografa abituata a lavorare per i grandi marchi, di fatto  effettui tutto lo shooting usando come illuminazione solo un normale ombrello riflettente miscelato alla luce ambiente.
Niente grossi softbox, fari, grid che spesso affolano i set di tanti amatori. Niente di niente, solo un ombrello dotato però di un impagabile supporto ad attivazione telepatica (sì, intendo l’assistente…).

Ma passiamo agli aspetti relazionali fotografo-soggetto: parlo del feeling tra Annie e Keith che è distintamente percepibile.
Non so bene cosa abbiano avuto occasione di combinare insieme trent’anni fa tra un concerto e l’altro in giro per il mondo, ma l’espressione che ad un certo punto Richards tira fuori “where do you want it baby” è tutta un programma, anche se simpaticamente riferita a come mettersi in posa.
C’è poi il modo con cui la Leibovitz mostra al musicista come stare. Non gli dice come e dove sedersi: semplicemente glielo mostra sedendosi sul letto.
Richards prova varie pose e movimenti, poi si sposta su una poltrona ma alla fine la Leibovitz lo rimette seduto sul letto, è evidente che ha proprio quello scatto in testa. Anche qui non ho potuto fare a meno di proiettarci una personale lettura sui loro trascorsi privati 😀

Si può imparare molto osservando con attenzione una professionista di questo livello al lavoro, anche che le immagini prodotte sul momento sono lontane da quello che è il risultato finale, ottenuto aggiungendo un notevole lavoro di postproduzione.
Lo si può notare verso la fine del filmato, quando viene inquadrato il monitor di un PC che visualizza le foto appena scattate. E’ ben tangibile la differenza tra quelle immagini e quello che poi è stato effettivamente usato per la pubblicità.
Comunque sia… buona visione!

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Stupore trioculare - Copyright , Pega

Stupore trioculare – © Copyright 2011, Pega

Esiste la Fotografia Demenziale? Certo che esiste!
Sebbene vagamente demodé, esistono e sono tuttora vive, varie forme d’arte definibili come “demenziali”. Per esempio io sono cresciuto accompagnato da un sottofondo di Rock Demenziale, ma sono sicuro che anche tu hai avuto occasione di incrociare qualche forma espressiva di questo tipo: dalla comicità alla poesia, dal cinema alla musica; il demenziale arriva da un lontano passato ma non è mai stato di moda e forse mai lo sarà. Eppure oggi ti propongo proprio questo per il weekend assignment: la foto demenziale.
Spiegare cos’è in modo univoco non è facile, lo stesso Roberto Freak Antoni, storico fondatore e leader degli Skiantos, ne dette una definizione tutt’altro che chiarificatrice:

Demenziale può somigliare a “surreale” ma anche a “banale” e a non–intellettuale… Che sia una specie di post–dadaismo artigianale, imbastito da volonterosi Indiani Metropolitani? Che sia una specie di punk–rock ironico, sarcastico, un po’ caustico e un po’ barzellettaro? Una scopiazzatura simil–patafisica ? Il demenziale è un cocktail di pseudofuturismo, dada, goliardia, improvvisazione, performance a-logica, ironia da avanspettacolo, poesia surreale (soprattutto cretina) incidenti a caso, sciocchezze e gazzarra, paradossi a colpi di genio.

Dunque come svolgere questo assignment? Non c’è che un modo: nella totale libertà di esprimere il demente che abbiamo dentro!
😀 😀 😀

Buon fine settimana!

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Come al solito ti invito poi, se ti va, ad inserire il tuo scatto in un commento qui sotto. Condividere è sempre divertente.

Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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provini John Lennon

John Lennon, 1974 – Copyright Bob Gruen

 

C’è un gusto particolare nel guardare i provini da cui sono state selezionate foto famose divenute poi iconiche.
Nel 1974 John Lennon si era separato da Yoko Ono, ed in California stava lavorando ad un nuovo disco dopo i due fiaschi commerciali che avevano seguito l’enorme successo di Imagine.
In agosto si spostò a New York per entrare in studio di registrazione e, visto che serviva qualche immagine per le interviste e la copertina del disco, un giorno fu organizzata una sessione di scatti con Bob Gruen, un fotografo ventinovenne che Lennon conosceva.
Gruen propose di sfruttare l’attico di Lennon ed una volta sulla terrazza, gli fece indossare una maglietta da pochi dollari che aveva appena preso per strada ed a cui aveva grossolanamente tagliato le maniche.
Lennon non era in gran forma, nelle foto appare stanco e svogliato. Non è sicuramente nel suo periodo più smagliante. Dalla numerazione dei fotogrammi si vede che dopo aver indossato la maglietta proposta da Gruen, propende per il suo giubbotto di jeans.
Sei anni dopo Lennon fu ucciso poco lontano dal luogo dello scatto. La foto con la maglietta, in cui appare serio ed un po’ impenetrabile dietro ai suoi occhiali scuri, divenne l’icona della sua veglia funebre.

John Lennon ritratto da Bob Gruen

John Lennon – Copyright 1974, Bob Gruen

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Abbey_Road_BackstageAdoro le foto di backstage. Mi piace studiarle immaginando la scena nel suo dinamismo: il fotografo al lavoro, gli assistenti, i soggetti in attesa dello scatto.
Osservando con attenzione queste immagini si può imparare molto, ma a volte c’è qualcosa di più: si ha l’opportunità di assaporare il momento da cui è nata un’opera celebre.
Amo in particolare i backstage d’epoca, come questa foto dei Beatles mentre si preparano ad attraversare Abbey Road, giusto pochi istanti prima del famoso scatto che fu poi scelto come copertina dell’album; un’ immagine divenuta iconica, passata alla storia.
E’ la mattina dell’otto agosto 1969. Al fotografo Iain Macmillan sono stati concessi una decina di minuti. Un poliziotto blocca il traffico per permettergli di posizionarsi su uno sgabello in mezzo alla strada, dare qualche indicazione allo staff ed ai Beatles e poi realizzare qualche scatto.
Lennon si aggiusta i pantaloni, McCartney sistema la giacca a Ringo Starr che parla con una signora, forse una passante che prova a dargli qualche consiglio su come suonare meglio la batteria. Harrison se ne sta in disparte, il viso nascosto dalla lunga chioma.
Non ho dubbi: io avrei messo questa foto come copertina dell’album.
.
🙂

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Robert Mapplethorpe

È la volta di un nuovo cortocircuito fotografico, anzi, a dire il vero, di uno straordinario doppio cortocircuito fotografico.
In questo scatto di Norman Seef, realizzato nel 1969 a New York, ci sono due grandi personaggi: Robert Mapplethorpe e Patti Smith.
Non credo ci sia bisogno di presentazioni per questa coppia di notevoli interpreti della scena culturale degli anni settanta, ed è davvero un doppio cortocircuito perché i fotografi ritratti sono due: anche Patti infatti, dopo aver conquistato il titolo di sacerdotessa del Rock, si è poi rivelata una bravissima fotografa.

Patti Smith e Robert Mapplethorpe avevano circa vent’anni, vivevano insieme e si amavano. Patti era da poco arrivata da Chicago, senza soldi, la musica ancora non era la sua passione: la sua idea era di diventare una poetessa.
Robert era nato a New York in una famiglia di rigide tradizioni cattoliche. La fotografia era per lui ancora da scoprire, come la sua omosessualità. Si lasciarono quando lui si rese conto di essere gay, ma restarono amici e si aiutarono per tutta la vita ed oltre, con Patti che continuò a scrivere lettere a Robert anche dopo la sua morte.
Norman Seeff, nato e cresciuto in Sudafrica, si era da poco trasferito negli Stati Uniti dopo una breve carriera come medico. Qui scoprì che la sua vera passione erano le arti visive e la fotografia.
L’esperienza con Robert e Patti segnerà l’inizio di una lunga carriera da fotografo e regista dentro al mondo dell’arte e della creatività. Una carriera che lo vede, a settantaquattro anni, ancora protagonista.
Lo scatto sopra fa parte di una serie che fu realizzata a casa di Norman, dopo che i tre si erano conosciuti in un locale a New York. Il talento di Seeff fu attratto dal fascino della coppia e chiese loro di poterli fotografare. Ne vennero fuori immagini molto belle, in grado di raccontare lo straordinario rapporto tra i due giovani artisti. Un rapporto che, dopo un inizio amoroso, assunse la forma di un’amicizia assoluta, fatta di condivisione di idee, sogni e visioni.
Dopo la morte di Mapplethorpe, Patti Smith ha affermato che quelle foto si avvicinano molto al suo ricordo della profondità del loro amore. Non è difficile crederle, guardando lo sguardo di Mapplethorpe in questo magnifico scatto.

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I precedenti cortocircuiti fotografici:

#1: Eugene Atget fotografato da Berenice Abbott
#2: Berenice Abbott fotografata da Hank O’Neal
#3: Edward Weston fotografato da Tina Modotti
#4: Tina Modotti fotografata da Edward Weston
#5: Alfred Stieglitz fotografato da Gertrude Käsebier
#6: Steve McCurry fotografato da Tim Mantoani
#7: Robert Capa fotografato da Gerda Taro
#8: Gerda Taro fotografata da Robert Capa

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Guitar 2 by PPP

Guitar 2 – © Copyright 2008 Pega

Un tipo dalla carnagione chiara alza il volume dello stereo mentre guida la macchina. Forti note ed un bel suono di chitarra rock emergono dagli altoparlanti.
“Hey! Che roba è?” chiede l’amico afroamericano dal sedile posteriore.
“È Jimi Hendrix”
“No, lo so chi è, ma perchè tu metti Jimi?”
“Mi piace ascoltarlo”
“Oh, ti piace ascoltarlo. Ecco, è qui che sta il problema. Voi lo ascoltate”
“Che cosa dovrei fare? Mangiarlo?” chiede il tipo alla guida.
“No, no. Dovresti provare a sentirlo” insiste il passeggero.
“Ma sei scemo? Ti ho appena detto che mi piace ascoltarlo!”
“Lo so, ma c’è una bella differenza tra sentire ed ascoltare. Voi bianchi non lo potete sentire Jimi. Voi lo potete soltanto ascoltare“.

È uno scambio di battute tratto dal film “Chi non salta bianco è” del 1992. Ricordando questo dialogo non ho potuto fare a meno di pensare a quanto possa esistere lo stesso anche per la fotografia, perche anche con alcune immagini si può rischiare la stessa cosa: ci si può limitare a vederle.
Ovvio, non è una questione di razza ma di atteggiamento.
Con certe fotografie è solo provando ad entrarci in sintonia, “cambiando pelle”, immedesimandosi con il fotografo ed il suo soggetto che si può andare oltre ed iniziare a guardarle davvero, arrivando magari fino a sentirle.

Sarebbe un peccato rimanere nei panni dei bianchi che, nel video sotto sembrano proprio ascoltare senza assolutamente “sentire” la musica di Jimi Hendrix, non trovi?
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