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Sorriso in dagherrotipo
Oggi nell’Era Imperiale del Selfie, tutti consideriamo normale la foto di un sorriso, ma in passato non è sempre stato così: specie nei primi decenni di storia della fotografia, i ritratti raffiguravano sempre persone serie.
Quella che vedi sopra è una delle prime fotografie di un uomo che ride. Si tratta di un dagherrotipo realizzato intorno al 1850 ed il tizio immortalato fu bravo a restare così immobile per i circa due minuti necessari alla formazione dell’immagine sulla lastra.
I lunghi tempi di esposizione richiesti dalle prime tecniche fotografiche erano una delle ragioni principali dell’assenza del sorriso all’alba della fotografia. Non era per niente facile mantenersi immobili e naturali durante gli interminabili minuti richiesti dal dagherrotipo ed una posa rilassata era ciò che consigliavano gli stessi fotografi. A questo si aggiungeva una certa ricerca di solennità che il ritratto aveva da sempre richiesto nella tradizione pittorica, in particolare quella cristiana, dove il sorriso non era visto di buon occhio. Al proposito sono significative le parole di Jean-Baptiste De La Salle, sacerdote educatore dei primi del settecento: “Ci sono persone che sollevano così in alto il labbro superiore che i loro denti divengono quasi completamente visibili. Ciò è contrario al decoro, che proibisce di mostrare i denti, dato che la natura ci ha dato labbra con cui coprirli.

Non erano tempi facili per le persone allegre.

🙂

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woodswimmerQuando si tratta di video timelapse mi trovo spesso a provare grande ammirazione per chi realizza lavori ben fatti, ma oggi la mia stima per l’autore di questo capolavoro va oltre.
Brett Foxwell è un artista specializzato in opere di animazione fotografica con tecnica stop motion, sì quella che veniva usata per dar vita ai personaggi di plastilina insomma.
Con questo metodo, che necessità enormi quantità di pazienza ed anche una notevole precisione, Foxwell ha realizzato “WoodSwimmer”, un video creato scattando un’infinità di fotografie ad alta risoluzione durante il taglio di un’altrettanta infinità di fettine di legno. Proprio così, una sorta di timelapse fatto di “taglia, scatta, taglia scatta, etc…”.
Un lavoro incredibilmente lungo e faticoso che, una volta assemblato, mettendo in sequenza i necessari 25 fotogrammi al secondo, diviene un’opera ipnotica e surreale, un viaggio attraverso un legno in continua mutazione.
Il risultato è una sorta di astratto che ti cattura con il suo universo di dettagli in movimento e che sembra raccontare lo scorrere stesso del tempo.
Io l’ho trovato bellissimo.
Buona visione!

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Chance Meeting

Chance Meeting – © Copyright Duane Michals

È passato un bel po’ di tempo da quando vidi per la prima volta alcuni scatti di Duane Michals guardando le immagini che accompagnavano l’album “Sincronicity” dei Police.  Me ne andai subito a cercare chi fosse il fotografo e da allora solo raramente ho di nuovo incontrato le sue foto ma ogni volta che succede rimango sempre colpito.

Michals propone un tipo di fotografia che pare quasi antitetica rispetto ai grandi maestri dell'”attimo decisivo”. Il suo stile tende a dilatare il momento e a descrivere un breve lasso di tempo attraverso una serie di fotogrammi realizzati in sequenza.
Ne è un esempio il lavoro sopra intitolato Chance Meeting, una serie di fotografie che mostra due uomini che si incrociano per strada. È un’idea che trovo molto interessante per come spinge l’osservatore a proiettarci una storia, anzi più di una.
Michals ha realizzato molte di queste sequenze fotografiche, a volte costruendole a volte catturandole, comunque proponendo ogni volta diverse chiavi di lettura che possono andare dall’umorismo alla sensazione di inquietudine.
È un filone creativo che trovo davvero stimolante e che spinge a provarci con proprie storie e idee. Io, per il momento, non sono mai riuscito a realizzare niente di decente in tema di sequenze ma non mi do per vinto ed é per questo che ogni tanto torno a parlare di Michals.
🙂

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Twittering and noise

Cinguettio e rumore - © Copyright 2010 Pega


La prossima volta che vedi qualcosa che cattura il tuo occhio fotografico, non esitare, non rimandare, non procrastinare.
Che tu stia passeggiando, guidando la macchina o una bici, fermati e fai subito quello scatto. Subito sì, perché alcune delle cose che ci capita di notare e che ci stimolano un’opportunità fotografica, sono sovente una combinazione complessa di elementi che potrebbero non riproporsi mai più.
La luce, emozioni, persone o oggetti, una situazione particolare…  non è detto che questo insieme di fattori si combini nuovamente in futuro o che tu possa di nuovo essere lì per fare quella foto.
Specie quando hai con te l’attrezzatura ed hai fatto lo sforzo di prenderla e portartela dietro, non lasciare mai che la pigrizia ti impedisca di fare una foto. Monta la lente giusta, cerca l’inquadratura e scatta.

Segui il tuo istinto creativo, coltivalo lasciandogli realizzare le immagini che sa intravedere.
Un minuto di ritardo ad un appuntamento o sul rientro a casa sarà un piccolo prezzo che un giorno potrebbe essere ampiamente ripagato.

🙂

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Una passeggiata con gli amici

Una passeggiata con gli amici – © Copyright 2008 Pega

Obiettivi, flash, treppiedi ed aggeggi vari. Si parla tanto di quali elementi siano i più indispensabili nella borsa del fotografo, ma ce n’è uno che, sebbene non venga mai considerato, è forse il più importante. Non tutti se ne rendono conto ma c’è un “accessorio” (o forse sarebbe tecnicamente più corretto chiamarlo “consumabile”) che è senz’altro il più prezioso di tutti: è il tempo.
C’è qualche raro fortunato che ne ha in abbondanza, ma per tutti gli altri invece scarseggia, ed il bello è che il tempo è qualcosa di intimamente legato alla fotografia perché è anche uno degli elementi di impostazione della foto stessa, pensaci bene.
Lo scatto ha proprio nel tempo di esposizione un parametro chiave che influisce direttamente non solo sull’immagine realizzata, ma anche sull’atteggiamento del fotografo.
Cerco di spiegarmi meglio. Pensa a quanto è diverso scattare al volo una raffica da 1/1000 oppure piazzare il treppiede per una lunga esposizione, magari di minuti o ore, con una macchina grande formato, una pinhole o la tua digitale con i filtri ND. Pensa poi all’importanza che ha il concetto del tempo nella fotografia di eventi che vanno colti con precisione e che magari non si ripeteranno facilmente.

Prendersi il tempo necessario è importante. Prepararsi, posizionarsi, comporre e scattare facendo attenzione ai dettagli, tutto questo anche quando poi l’esposizione dura solo una frazione di secondo.
E poi il tempo per valutare il proprio lavoro, per la postproduzione in camera oscura o digitale, il tempo per portare all’attenzione degli altri le proprie foto o anche il tempo necessario a raggiungere i luoghi o le persone che si vogliono fotografare.

Non so se avevi mai considerato il tempo come un accessorio o un prezioso consumabile in fotografia, ma a pensarci bene è proprio un po’ così.

🙂

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Il passare del tempio regala fascino alle fotografie, è vero, ma a volte le segna un po’ troppo. A chi non è capitato di imbattersi in una vecchia stampa su cui gli anni hanno lasciato cicatrici eccessive rovinandola?
Non è facile restaurare la foto stampata, ci vogliono grandi capacità e maestria. E’ però possibile affrontare un restauro digitale, mettendo mano ad una scansione della foto stessa: una strada che è sicuramente più alla portata dei comuni mortali.
In questo breve video di due minuti creato dall’Argentino Hernan Folmer, restauratore di foto, ci viene mostrata la sintesi di due ore di competente lavoro in Photoshop per ridare vita e dignità ad una vecchia stampa strappata. Ancora una volta digitale ed analogico che si incontrano, per dare (anzi ridare) vita ad una Fotografia.
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Mandàla e monaciIl Mandàla è un’affascinante forma di arte temporanea con significati filosofici e religiosi molto antichi che i monaci buddisti realizzano con sabbie colorate. La sua importanza simbolica è molto toccante, in particolare se si pensa all’immane tragedia del terremoto in Nepal.
Il Mandàla richiede un lungo e paziente lavoro di precisa distribuzione dei granelli secondo un complesso disegno a schema concentrico, che parte da un punto simboleggiante il centro del cosmo. I monaci distribuiscono le sabbie colorate con il chak-pur, un piccolo imbuto metallico che sfregano per farlo vibrare ed ottenere il fluire dei granelli che va a comporre queste bellissime opere.
Ci possono volere intere settimane per completare un Mandàla ma, una volta finito, questo viene distrutto attraverso un rito simbolico che prevede di spazzare via la sabbia e disperderla in mare.
Si tratta di una tradizione millenaria che la fotografia ha in qualche modo intaccato. Da quando è possibile immortalarli, i Màndala non sono più del tutto temporanei perché, in effetti se li fotografiamo, possiamo continuare ad ammirarli anche dopo la loro distruzione.
E’ una bellissima interazione tra due arti che trattano il tempo in modo molto diverso.
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Mandala

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