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nuclear blast by Pega

Nuclear blast – © Copyright 2008 Pega

Esattamente cinquantotto anni fa.

E’ il 19 luglio del 1957, nel pieno della guerra fredda. Negli Stati Uniti la popolazione vive nel terrore di possibili attacchi nucleari.
Tra esperimenti atomici sopra e sotto il suolo viene deciso che l’opinione pubblica ha bisogno di essere un po’ tranquillizzata.
Vengono trovati cinque volontari. Sono ufficiali dell’aviazione disposti a beccarsi in pieno un’esplosione nucleare. Rimangono in piedi e senza protezioni sul terreno del deserto del Nevada mentre un (modesto) ordigno atomico da 2 kiloton viene fatto esplodere a 10 mila piedi (circa 3,3Km) sopra di loro.

Nessuno sa che fine abbiano fatto quei poveretti. Se siano sopravvissuti a lungo a quell’esperienza o morti poco dopo di cancro, come successe a tanti membri di troupes cinematografiche che in quei luoghi girarono film western poco tempo dopo.
Erano cinque volontari.
Ma con loro c’era una sesta persona: il fotografo che scattò immagini e realizzò il breve filmato che puoi vedere qui sotto.
Lui non era un volontario, era lì per lavoro.

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Nel 2004, durante la battaglia di Falluja, un reporter della NBC filmò un marine nell’atto di sparare ad un uomo ferito.
Il fatto scatenò notevoli polemiche e su The Australian fu pubblicata questa vignetta di Jon Kudelka, che stimola a riflettere sul legame che c’è tra guerra ed immagini, anche dal punto di vista dalle parole.
In Italiano il rapporto tra fotocamere ed armi forse non sembra così forte e pare limitarsi a casuali coincidenze, come nel caso del “mirino”, ma con l’Inglese è tutta un’altra cosa. Per gli anglosassoni il verbo “to shoot”, che viene normalmente utilizzato per indicare lo scatto fotografico, è lo stesso di “sparare”.
Ma i legami tra fotografia e guerra non finiscono qui. Ad informarsi meglio vengono fuori dal passato cose molto curiose.
Nella seconda metà dell’ottocento si può dire che l’evoluzione della tecnica delle attrezzature fotografiche abbia camminato (o forse in questo caso sarebbe più corretto dire “marciato”) di pari passo con quello delle armi.
Fino a circa il 1850 i fucili erano ad avancarica, un sistema lento e complicato, proprio come lo era quello delle lastre umide al collodio che a quel tempo si usavano per “sparare” una fotografia. Di lì a pochi anni due rivoluzioni tecnologiche si affacciarono quasi contemporaneamente: la lastra secca fotografica, che anticipò i più moderni negativi, apparve insieme alla cartuccia con proiettile e polvere da sparo. Soluzioni “preconfezionate” che permettevano enormi risparmi di tempo, efficacia maggiore ed anche minori rischi di insuccesso.
Ma non finisce qui.
George Eastman, fondatore della Kodak, si accorse che proprio usando la nitrocellulosa (cioè il fulmicotone usato per l’innesco delle cartucce con proiettili), si potevano ottenere basi stabili ed adatte ad essere usate come pellicole fotosensibili utilizzabili anche dopo lungo tempo.
Ma si potrebbero poi citare molte altre analogie, una tra tutte quella tra cineprese e mitragliatrici, che apparvero poco tempo dopo.
Insomma fotocamere ed armi non solo condividono stesse parole ma anche soluzioni tecniche e materiali che hanno fatto la storia delle loro tecnologie.
Chissà se con il digitale la fotografia riuscirà a smarcarsi da questo triste legame. Ci sarebbe da sperarlo.

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