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Posts Tagged ‘ritratto’

Billy the KidQuando si parla di storia del crimine, il nome di Billy the Kid ha sempre il suo posto. Henry McCarty, alias Henry Antrim, alias William H. Bonney, alias Billy the Kid, visse nella seconda metà dell’ottocento. La leggenda narra che avesse assassinato ventuno uomini, iniziando la sua carriera da adolescente e divenendo un pistolero straordinario. Fu ucciso il 14 luglio 1881 dallo sceriffo Pat Garrett che lo inseguiva da tempo ed aveva messo una taglia sulla sua testa.
Come per molte altre figure del vecchio West, forse anche nel suo caso la fama superò il reale andamento dei fatti, e così il suo nome è rimasto nella storia ispirando anche un certo numero di pellicole cinematografiche.

Questo però è l’unico ritratto di Billy the Kid riconosciuto come autentico. Fu realizzato tra il 1879 ed il 1880 a Fort Sumner in New Mexico.
Una singola e semplice fotografia invecchiata dal tempo.
E’ curioso il contrasto tra questo piccolo documento, unico ma vero, e la discreta quantità di materiale creato a posteriori.
Una sola, vecchia fotografia che, alla fine, parla del personaggio forse più di una dozzina di film.

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Presidente TrumpDonald Trump si è appena insediato e, come da tradizione, il suo ritratto ufficiale è apparso sul sito della Casa Bianca.
A differenza di altri casi, non è citato il fotografo ma in compenso ci sono i dati exif. Svelano che la foto è stata scattata con una Canon 1Ds Mark III dotata del classico Canon 70-200mm f/2.8L impostato a 145mm, f/2.8. Il tempo di scatto 1/320s e gli ISO 640.

Non aggiungo altro se non una seconda immagine: il ritratto ufficiale di Obama realizzato nel 2009 da Pete Souza.

Barack Obama

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Lusetti Family -  Paul Strand

The Lusetti Family, Luzzara, Italy 1953 – Paul Strand – Copyright ©Aperture Foundation, Paul Strand Archive

Non so bene perché ma l’approssimarsi del Natale mi riporta a questa bellissima foto, che voglio riproporti. Paul Strand la scattò durante un suo periodo di permanenza in Italia nel dopoguerra, quando il grande fotografo americano stava lavorando con Cesare Zavattini ad un progetto che sarebbe diventato il libro “Un Paese”.
L’immagine è apparentemente semplice, ma fin dalla prima volta che l’ho vista mi è apparsa come un capolavoro di intensità, un ritratto fotografico straordinario anche per la storia che racconta. I protagonisti sono posti davanti a quella che si intuisce essere la loro casa, dalle condizioni dell’edificio e da tanti particolari che si possono notare, non è difficile dedurre che si tratta di persone povere; l’Italia usciva dall’abisso della seconda guerra mondiale e questa era una condizione molto comune in quel periodo.
Anche se aiutati dal titolo dell’opera, è chiara la sensazione che i cinque uomini ritratti siano fratelli e l’anziana donna la loro madre, figura la cui forza è accentuata dalla posizione centrale nella composizione.
E’ vestita in modo austero ed è immediato pensare che si tratti di una vedova. Erano passati già alcuni anni, ma la probabile perdita del marito durante la guerra è una tragedia che permea il bianco e nero di questa immagine.
Accanto a lei quello che, almeno a me, appare come il maggiore dei fratelli, colui che in qualche modo ha preso il posto del padre nella vita della famiglia. E’ l’unico del gruppo ad essere messo di fianco, appoggiato allo stipite, la testa leggermente piegata in avanti, quasi ad esprimere impercettibilmente il peso delle responsabilità della sua posizione.
L’intera composizione è magistrale. Il modulo circolare raggiato della ruota della bicicletta è ripreso dall’elemento posto sopra la porta e da quello che probabilmente è un mobile con specchio semicircolare posto nello scuro della stanza all’interno.
Le teste delle persone si trovano tutte su livelli diversi ed i loro sguardi, non indirizzati all’obiettivo, danno vita a piccoli rivoli di curiosità nell’osservatore. Cosa starà guardando per esempio l’uomo in piedi all’estrema sinistra? E suo fratello seduto accanto che guarda deciso verso destra?

E’ facile farsi trasportare da una foto come questa ed appassionarsi, chiedersi com’era la vita di questi Italiani del primo dopoguerra; immaginare, guardandoli in questa foto, i caratteri e le relazioni tra questi fratelli.

Un’immagine del nostro passato su cui non è male fermarsi a riflettere.

Buon Natale.

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Albert EinsteinQual è la storia di questo scatto? Albert Einstein. Lo scienziato padre della fisica moderna e premio Nobel, nacque ad Ulma, Germania, il 14 marzo 1879 e tutti conosciamo questa immagine iconica e dissacrante del “professore” che fa la linguaccia. Ma da chi e come fu realizzata?
Il 14 marzo del 1951, proprio il giorno del compleanno di Einstein, all’Università di Princeton, più precisamente all’Istituto di Matematica di cui Einstein era direttore, era stata organizzata una festa per il suo settantaduesimo compleanno.
L’evento si svolse tra ringraziamenti e brindisi finchè, un po’ stanco, Einstein decise di rientrare a casa accompagnato in macchina dal Dr.Frank Aydelotte, preside dell’Institute for Advanced Study, e sua moglie.
Ma ad attendere l’auto al cancello c’era un gruppo di fotografi tra cui Arthur Sasse, reporter della United Press International. Da bravo paparazzo Sasse esclamò: “Ehi professore, sorrida per la foto del suo compleanno!”. Einstein, che aveva passato l’intera giornata a sorridere ai fotografi, forse non ne poteva più e rispose con una bella linguaccia. Il fotografo, velocissimo, lo beccò.
L’editor dell’International News Photos Network valutò a lungo l’opportunità di pubblicare o meno questa foto. Einstein, al contrario, la apprezzò molto ed in seguito chiese di poterne avere alcune stampe ritagliate in modo da escludere le altre due persone dall’immagine. Pare che Einstein usò poi queste stampe con la linguaccia per farci biglietti di auguri.

Einstein by Sasse

Albert Einstein – Copyright 1951, Arthur Sasse

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Dovima with elefants

Dovima with elefants – @ Copyright 1955 The Richard Avedon Foundation

Torno spesso a rivedermi le foto di Richard Avedon, uno dei principali protagonisti della fotografia americana del secondo novecento.
Per me la sua grande caratteristica è la sorta di sintesi che seppe trovare tra fotografia artistica classica, pop art, mondo dello spettacolo e della moda.
Con una carriera che iniziò come fotografo per carte di identità e di relitti di navi mercantili, Avedon passò negli anni ’40 al mondo della moda portando in Harper’s Bazaar, la rivista per cui lavorava, la novità di porre le modelle in contesti urbani non convenzionali.
Da quel momento la sua carriera decollò. Lavorò per Vogue, Life e molti prestigiosi marchi della moda e con il passare del tempo emerse la sua grande passione per il ritratto. Una tipologia di ritratto introspettivo che scava nella personalità del soggetto e lo pone in atteggiamenti o contesti che consentono un contatto emotivo lontano dai clichè tradizionali.
Attraverso intere decadi che vanno dagli anni ’60 all’alba del nuovo millennio, per molti personaggi famosi e star, quello di Avedon divenne uno studio fotografico da cui era necessario passare, a patto di essere disposti ad esporre se stessi in modo diretto.

Homage to Munkacsi

Homage to Munkacsi, Parigi © Copyright 1967 Richard Avedon

Trovo particolare in Richard Avedon la capacità di separare bene la sua attività di fotografo commerciale su commissione per il settore della moda e dello spettacolo, dal suo personale impegno e ricerca sul ritratto introspettivo unito al reportage di denuncia. Un esempio di questa passione è l’importante progetto che svolse in Vietnam a documentare gli orrori della guerra con crude foto di corpi mutilati e straziati dal napalm.
Uno stile, quello di Avedon che, anche nei lavori più chiaramente  commerciali, come ad esempio gli scatti per i grandi nomi della moda, fa percepire una personalità ed una originalità che solo pochi grandi hanno saputo esprimere.

E’ significativa una sua frase che sottolinea l’irrefrenabile passione per la fotografia che lo accompagnò fino all’ultimo: “If a day goes by without my doing something related to photography, it’s as though I’ve neglected something essential to my existence

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Cosplay beauty

Cosplay beauty – © Copyright 2010 Pega

Come ogni anno, questi sono i giorni di una manifestazione divenuta ormai un must: il Lucca Comics. Per le strade di questa città i Cosplay imperversano ed è proprio questo il tema fotografico che ti propongo per il fine settimana.
Il Cosplay è un fenomeno culturale originato in Giappone e definito come “la pratica dell’indossare un costume che rappresenti un personaggio riconoscibile in un determinato ambito e interpretarne il modo di agire”. I personaggi sono spesso scelti dal mondo dei manga o delle anime giapponesi, ma anche dai videogiochi, le band musicali, i giochi di ruolo, il cinema o la TV. È una passione che coinvolge schiere di appassionati in tutto il mondo e sono tanti i fotografi che seguono con interesse questo genere.
Se ne hai l’opportunità prova qualche scatto di questo tipo nel weekend, se invece non trovi niente del genere nei tuoi paraggi, l’idea potrebbe essere quella di inventarti qualcosa in proprio… chissà, potrebbe venir fuori un risultato strepitoso!
Come sempre ti invito ad inserire in un commento il link al tuo scatto.
Buon fine settimana!
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Walter Fagnani

Walter, il Passatore – Copyright 2016, Pega

Quest’anno avevo deciso di prendere la macchina fotografica ed andare a fare qualche scatto alla partenza del “Passatore“, la famosa gara podistica di cento chilometri da Firenze a Faenza.
Alla partenza c’era questo signore: si chiama Walter Fagnani ed è il mitico decano di questa storica ultramaratona.
Veronese classe 1924, Walter ha corso per intero qualcosa come 42 edizioni su 43 di questa gara, andando quest’anno anche a stabilire la migliore prestazione mondiale di categoria M90.
L’ho visto tranquillo a sgambettare in Piazza della Repubblica che si scaldava in attesa del via e gli ho fatto questa foto, poi è partito insieme a tutti gli altri ed in 18 ore e 9 minuti è arrivato a Faenza, lasciandone centinaia esausti per strada. Inutile dire che non è certo arrivato ultimo. Che roba ragazzi!
Mentre cercavo di fotografarlo, ho ascoltato la voce di un ricercatore che fa parte di un Dipartimento di Scienze Neurologiche che da tempo sta seguendo l’anziano podista. Lo studioso era intervistato da un giornalista che chiedeva: “ma qual è il segreto di Walter Fagnani?”. Lui ha risposto: “Il sorriso”.

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