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Posts Tagged ‘arte’

Jack London by Arnold GentheNel 1906 l’allora giovane ed ambizioso Jack London si recò a San Francisco nello studio del rinomato fotografo Arnold Genthe, con la precisa idea di farsi ritrarre da un artista affermato.
Una volta entrato e presentatosi, London si prodigò in una serie di complimenti del tipo: “Sei un bravo fotografo Arnold, un maestro, chissà che splendida macchina fotografica hai qui, la posso vedere? Deve essere una delle migliori disponibili visto che riesci a fare foto così belle…”.
Genthe non sembrò dare peso alle parole dello scrittore, lo fece accomodare nello studio ed utilizzando una delle sue normali fotocamere, realizzò alcuni ritratti, tra cui quello sopra, destinato a diventare una delle immagini più famose di Jack London.
Finita la sessione fotografica Genthe non seppe però trattenersi e salutando il giovane gli disse: “Ho letto i tuoi libri Jack, penso siano delle gran belle opere d’arte. Devi proprio avere una fantastica macchina da scrivere!”
🙂

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Jimi by Gered Mankowitz

Jimi Hendrix by Gered Mankowitz – 1967

Immagini che accompagnano la musica, ma anche musica che arricchisce e completa un’immagine. E’ una sorta di simbiosi che esiste da sempre e che possiamo manipolare con la nostra creatività, una forma di espressione artistica composita dove due opere si intrecciano per darci sensazioni.
Oggi voglio proporti un piccolo esperimento partendo da questo ritratto che il fotografo Gered Mankowitz fece a Jimi Hendrix nel 1967, una foto iconica del grande musicista, uno scatto in studio tra i più riusciti di una session che lo vide posare in varie modalità, mai troppo a suo agio.
E’ una delle migliori immagini fotografiche di questo grande artista prematuramente scomparso, un genio assoluto che transitò brevemente nel nostro mondo lasciando un’eredità musicale immensa, ancora oggi viva e fonte perenne di ispirazione per intere generazioni di musicisti.
Ti invito a sederti ed osservare con calma questo ritratto, guardando con affetto Jimi per i soli due minuti di ascolto di quello che, a mio parere, è il suo pezzo più bello, Little Wing, che alcuni hanno definito come una canzone sulla droga ma che invece per me è un incredibile colpo di genio autobiografico, con il testo messo al femminile solo per confondere le acque.
Little Wing non è altro che Jimi stesso, con la sua chitarra, nella sua breve ma luminosissima parabola fatta di magia, che finisce prima che tu ti accorga di quanto è bella.
Buona visione e buon ascolto (a volume adeguato, mi raccomando).

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David Bowie, 1982

David Bowie – Copyright Helmut Newton, 1982

Helmut Newton diceva “le cose sono già abbastanza complicate e non c’è bisogno di renderle ancor più complesse”. Seguendo questa idea, lavorava con un’attrezzatura semplice e quasi basica, perché ciò gli permetteva di avere più tempo da dedicare alle sue modelle, perché ciò era per lui la cosa più importante.
La tecnologia spesso ci distrae, svia la nostra attenzione dal flusso creativo e ci rende ossessionati dall’attrezzatura o dai dettagli tecnici, quando invece dovrebbe supportarci e facilitare il nostro estro.
È frequente sentire fotografi che sognano un nuovo obiettivo o una nuova fotocamera, convinti che tale pezzo possa migliorare la loro fotografia. L’insegnamento di Helmut Newton ci dice invece che è la semplicità che dobbiamo cercare, focalizzandoci su ciò che è davvero importante e lavorando sulle nostre insicurezze, che non verranno certo risolte con l’acquisto di nuova attrezzatura.
Newton usava fotocamere ordinarie e dichiarò più volte di prediligere, specie per la street photography, impostazioni automatiche, lasciando alla macchina il “lavoro sporco dei dettagli tecnici” per concentrarsi completamente sulle opportunità di scatto che gli capitavano, sulle inquadrature e sul contatto con le persone.
Non c’è attrezzatura giusta o sbagliata, dobbiamo solo scegliere il setup più semplice che ci consente di fare le foto che vogliamo fare. Parola di Helmut.
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O Project – Marcos Alberti

O Project – Copyright 2016, Marcos Alberti

Quando lo scorso anno proposi il “Wine Project” di Marcos Alberti come spunto per un weekend assignment, sentivo che l’estro di questo creativo fotografo brasiliano non si sarebbe fermato ai banali effetti dell’alcool. E così sono periodicamente tornato a visitare il suo sito fino a trovarci il “Progetto O”.
L’idea di base di Alberti è la creazione di sequenze fotografiche di ritratti che documentano un’esperienza. Un concetto semplice da concepire ma non certo da realizzare specie quando, come nel caso dell’O Project, ci si imbatte in un tabù.
Quello del sesso ed in particolare del piacere femminile è un campo fertile ma insidiosissimo per un fotografo, un terreno minato in cui si incrociano pregiudizi, ostilità e morbosità, ma è proprio qui che Alberti ha deciso di piazzare il suo treppiede, a documentare il prima, il durante ed il dopo del piacere femminile.
The O Project è un’opera che personalmente ritengo davvero molto difficile da affrontare, anche tenuto conto della comprensibile diffidenza e conseguente difficoltà a lavorare con soggetti che devono rendersi disponibili a mostrarsi in un momento così personale ed intimo.
Chapeau quindi a Marcos ma anche a tutte le modelle ritratte. Ed adesso? Direi che è il turno dei signori no?
E tu saresti disposto o disposta a farti ritrarre in un progetto come questo?

Qui sotto anche il backstage dell’O Project, in cui anticipo che nessun dettaglio morboso è mostrato anche se molto interessante comunque il riferimento finale al “partner tecnico” che ha supportato il progetto… 🙂 🙂 🙂
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Guitar 2 by PPP

Guitar 2 – © Copyright 2008 Pega

Nel film “Chi non salta bianco è” del 1992 ad un certo punto il protagonista mette una cassetta nello stereo della macchina ed alza il volume di un pezzo rock.
“Hey! Che roba è?” chiede l’amico afroamericano dal sedile posteriore.
“È Jimi Hendrix”
“No, lo so chi è, ma perchè tu metti Jimi?”
“Mi piace ascoltarlo”
“Oh, ti piace ascoltarlo. Ecco, è qui che sta il problema. Voi lo ascoltate”
“Che cosa dovrei fare? Mangiarlo?”
“No, no. Dovresti provare a sentirlo” insiste il passeggero.
“Ma sei scemo? Ti ho appena detto che mi piace ascoltarlo!”
“Lo so, ma c’è una bella differenza tra sentire ed ascoltare. Voi bianchi non lo potete sentire Jimi. Voi lo potete soltanto ascoltare“.

Mi capita spesso di pensare a quanto la stessa “sottile” differenza possa esistere anche in fotografia e quanto sia frequente rischiare di limitarsi a guardare un’immagine senza però vederla.
Ovvio, come per la musica, non è una questione di etnia ma di atteggiamento.
Con certe fotografie è solo provando ad entrarci in sintonia, “cambiando pelle”, immedesimandosi con il fotografo ed il suo soggetto che si può andare oltre ed iniziare a vederle davvero, arrivando magari fino a sentirle.
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La fotografia non è forse un’arte perenne ma non si può nemmeno considerare un’arte temporanea: si fa una foto ed essa rimane. Una fotografia può tranquillamente sopravvivere al suo creatore ed esistere per un lunghissimo periodo, forse per sempre, specie adesso che siamo nell’era digitale.
Le arti temporanee sono invece quelle forme espressive dove le opere sono, per definizione, di breve o brevissima durata, momentanee, fruibili solo all’istante oppure per poco o pochissimo tempo, temporanee appunto.

Marilyn by Craig Alan

Marylin – Copyright Craig Alan

Sono arti temporanee la musica dal vivo o il teatro, ma ci sono anche moltissime altre forme d’arte di questo tipo, come ad esempio quella sperimentata da Craig Alan, artista californiano che realizza enormi ritratti di celebrità usando centinaia di comparse. Sono opere di grandi dimensioni, fruibili solo da una certa distanza e soprattutto… solo per brevi momenti.
È qui che può entrare in gioco la fotografia, una seconda forma espressiva che si aggancia alla prima, modificandola e rendendola forse una cosa diversa, ma anche fruibile a molte più persone. È un caso in cui due arti si intersecano, formando una sorta di simbiosi.
E tu hai mai provato a fotografare un’arte temporanea? Vuoi un suggerimento? Ce n’è una meravigliosa che abbiamo tutti i giorni davanti agli occhi. Un’arte che ha il grande pregio di permettere ai suoi artisti di produrre un flusso di opere senza la preoccupazione che queste si accumulino senza limiti.
Quest’arte è la cucina! 🙂
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(Burp)

Cena Ominide

Cena per Ominide (RIP) – © Copyright 2013, Pega

p.s. Ciao Ominide!

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In attesa del suo titolo

In attesa del suo titolo – © Copyright 2017, Pega

Una foto senza titolo è come una frase incompleta, può avere senso ma anche no. A qualcuno può trasmettere moltissimo, lasciando spazio alle sue proiezioni, mentre altri potrebbero esserne ingannati ed attribuirle un significato lontano da quello concepito in origine dall’autore.
Non è mia intenzione togliere valore alle foto senza titolo, ho il massimo rispetto per chi afferma che le immagini ben riuscite non devono aver bisogno di parole ed adoro quei rari scatti “assoluti” che comunicano in modo perfetto ed universale senza bisogno di nient’altro. La mia personale opinione però è che foto e parole siano un connubio meraviglioso, un po’ come succede con la musica.
Di questo tema mi è capitato di scrivere più volte, come in questo vecchio post, ma oggi voglio proporti un esperimento, una sorta di esercizio se vuoi, qui sul blog.
Inizio io, proponendoti una mia foto a cui, ancora, non ho saputo dare un titolo. E’ un’immagine che attende di essere completata da una o più parole, quelle che che rappresenteranno “il suo titolo”
Un po’ come quando un musicista sottopone la sua idea ad un paroliere (ed a volte ne viene fuori qualcosa di bello a quattro mani) oggi sono a chiederti un contributo: prova a proporre un titolo.
Non dobbiamo per forza fare un capolavoro, è solo un esercizio. Poi magari mi proponi qualcosa di tuo e sarà il mio turno.
🙂

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