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Posts Tagged ‘arte’

Golubev Nikita

Credit: Nikita Golubev

Coloro che creano opere destinate a svanire in breve tempo non hanno ambizioni di eternità, sono mossi solo dal fondamentale desiderio di esprimersi e non pretendono che le loro creazioni li rendano immortali.
L’artista temporaneo usa il suo estro come uno chef che prepara pietanze destinate ad essere subito consumate.
Cosí fa Nikita Golubev, un artista russo che realizza i suoi dipinti usando lo sporco sui veicoli delle strade di Mosca. La sua arte visiva, che qualcuno potrebbe superficialmente considerare trash pensando a quante volte si vedono scritte o disegni sulle macchine sporche, ha invece molti aspetti interessanti.

Credit: Nikita Golubev

Innanzitutto si differenzia da altre forme di arte di strada perchè le opere sono realizzate “per sottrazione”. Golubev non imbratta le sue “tele”, i dipinti emergono invece facendosi largo tra smog e fuliggine e seguono per qualche tempo il proprietario del veicolo finché questi non decide di lavarlo, oppure vengono cancellati dalla pioggia o ricoperti da altro sporco…
Al fotografo rimane la possibilità di fissare queste opere, per permettere anche ad altri di vederle e gustarle. Una possibilità di espansione della fruizione che certo i cuochi non hanno.

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Robert Mapplethorpe

Oggi ti ripropongo un cortocircuito fotografico, uno straordinario doppio cortocircuito.
In questo scatto di Norman Seef, realizzato nel 1969 a New York, ci sono due grandi personaggi: Robert Mapplethorpe e Patti Smith.
Non credo ci sia bisogno di presentazioni per questa coppia di notevoli interpreti della scena culturale degli anni settanta, ed è davvero un doppio cortocircuito perché i fotografi fotografati sono due: anche Patti infatti, dopo aver conquistato il titolo di sacerdotessa del Rock, si è poi rivelata una bravissima fotografa.

Patti Smith e Robert Mapplethorpe avevano circa vent’anni, vivevano insieme e si amavano. Patti era da poco arrivata da Chicago, senza soldi, la musica ancora non era la sua passione: la sua idea era di diventare una poetessa.
Robert era nato a New York in una famiglia di rigide tradizioni cattoliche. La fotografia era per lui ancora da scoprire, come la sua omosessualità. Si lasciarono quando lui si rese conto di essere gay, ma restarono amici e si aiutarono per tutta la vita ed oltre, con Patti che continuò a scrivere lettere a Robert anche dopo la sua morte.
Norman Seeff, nato e cresciuto in Sudafrica, si era da poco trasferito negli Stati Uniti dopo una breve carriera come medico. Qui scoprì che la sua vera passione erano le arti visive e la fotografia.
L’esperienza con Robert e Patti segnerà l’inizio di una lunga carriera da fotografo e regista dentro al mondo dell’arte e della creatività. Una carriera che lo vede, a settantaquattro anni, ancora protagonista.
Lo scatto sopra fa parte di una serie che fu realizzata a casa di Norman, dopo che i tre si erano conosciuti in un locale a New York. Il talento di Seeff fu attratto dal fascino della coppia e chiese loro di poterli fotografare. Ne vennero fuori immagini molto belle, in grado di raccontare lo straordinario rapporto tra i due giovani artisti. Un rapporto che, dopo un inizio amoroso, assunse la forma di un’amicizia assoluta, fatta di condivisione di idee, sogni e visioni.
Dopo la morte di Mapplethorpe, Patti Smith ha affermato che quelle foto si avvicinano molto al suo ricordo della profondità del loro amore. Non è difficile crederle, guardando lo sguardo di Mapplethorpe in questo magnifico scatto.

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Gli altri cortocircuiti fotografici:

#1: Eugene Atget fotografato da Berenice Abbott
#2: Berenice Abbott fotografata da Hank O’Neal
#3: Edward Weston fotografato da Tina Modotti
#4: Tina Modotti fotografata da Edward Weston
#5: Alfred Stieglitz fotografato da Gertrude Käsebier
#6: Steve McCurry fotografato da Tim Mantoani
#7: Robert Capa fotografato da Gerda Taro
#8: Gerda Taro fotografata da Robert Capa

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pinhole egg

I don’t wanna grow up – © Copyright 2010 Francesco Capponi

Non c’è giorno migliore della Pasqua per riprendere questa idea creativa di Francesco Capponi, artista perugino che ha realizzato una tra le più geniali macchine fotografiche che mi sia capitato di vedere.
L’idea di fondo è quella della fotocamera che si trasforma in fotografia, un concetto usato anche da altri progetti stenopeici. Francesco ha però coniugato questa idea con il concetto atavico che lega la nascita di una creatura all’uovo in cui questa si forma ed ha inventato l’uovo stenopeico (Pinhegg).
Il processo che porta alla creazione di questi veri e propri pezzi d’arte è semplice da descrivere, decisamente meno semplice da realizzare in pratica.
pinhole egg cameraSi tratta di svuotare un uovo, praticarci un’apertura laterale, pulirlo a dovere e, in camera oscura, spalmarne l’interno di emulsione fotosensibile.
Su un lato aperto viene applicata poi una piccola lamina metallica su cui è stato praticato un piccolissimo foro (il foro stenopeico appunto).
L’uovo è per sua natura, oltre che delicato, anche semitrasparente e quindi questa “fotocamera” va maneggiata con molta attenzione ed utilizzata avvolta in un panno nero che viene rimosso dalla zona del foro quanto basta per ottenere l’esposizione.
Rientrati in camera oscura si effettua lo sviluppo per rivelare l’immagine negativa che si crea all’interno dell’uovo e che diviene, con il guscio stesso, il prodotto finale di questo esperimento affascinante.
E’ così che quindi l’uovo è sia fotocamera che fotografia, in un percorso che Francesco descrive come disseminato di moltissime “frittate” ma anche di notevole soddisfazione quando si raggiunge il risultato.
Ti invito a dare un’occhiata al sito di Francesco Capponi ed anche all’interessante articolo da lui scritto sul sito Lomography.

Buona Pasqua!

🙂

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Fade to Black Snapchat, la startup delle foto che svaniscono, è appena stata quotata a Wall Street con un successo miliardario senza precedenti. Eppure, ancora una volta, basta guardarsi un po’ indietro per vedere che non c’è niente di veramente nuovo.
Proprio come Snapchat, già Polaroid aveva pensato alle foto con l’autodistruzione e negli anni ’70 aveva lanciato una linea di pellicole chiamate Fade to Black dalla particolare caratteristica di progressiva scomparsa dell’immagine dopo circa 24 ore.
Le Fade to Black subivano, in pratica, un processo di sovrasviluppo ed erano state ideate per uso professionale ed industriale, perché permettevano una condivisone “limitata” delle informazioni. Furono anche distribuite in una speciale versione “artistica” (Artistic TZ series) che consentiva di fermare a piacimento il processo di distruzione.
Anche il progetto Impossible ha provato, giusto pochi anni, fa a rilanciare il prodotto, ma senza successo.
Beh, sicuramente la componente economica è tra le cause imputabili ma è evidente il fascino che questo concetto, strettamente legato all’idea di arte temporanea, continua ad avere.
E dunque, visto che ormai è impossibile mettere le mani su una scatola di Fade to Black, che dire… Non ci resta che accontentarci di Snapchat.
🙂

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roma_2017_lightpaintingTi segnalo un interessante evento che si svolgerà nelle serate del 3 e 4 Marzo prossimi a Roma. Si tratta di un vero e proprio raduno internazionale di artisti del Light Painting, la tecnica fotografica che prevede l’uso creativo di sorgenti di luce in scatti a lunga esposizione.
La location scelta è nientemeno che Piazza di Spagna, ed in questo magico luogo convergeranno 42 artisti provenienti da 13 paesi, in una manifestazione promossa per la prima volta in Italia da LPWA e coordinata come local supervisor dall’artista italiana Maria Saggese.

Light daemon

Light daemon © Copyright 2011 Pega


L’idea di fondo dell’evento è la realizzazione di immagini collaborative, come già sperimentato in eventi simili già svolti fin dal 2013 in Francia, Spagna, Germania, Cina ed USA.
Puoi trovare tutte le informazioni ed anche le modalità di partecipazione come artista qui.

Devo dire che io adoro il light painting e con questa tecnica mi sono “baloccato” diverse volte.
Ricordo con piacere una divertente photowalk con gli amici del gruppo Flickr di Firenze ed anche qualche altro scatto scemo in compagnia… come quello qui accanto 😀

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Warhol by Avedon

Andy Warhol – Copyright 1969, Richard Avedon

Esattamente trenta anni fa se ne andava Andy Warhol. Aveva cinquantotto anni e morì durante un intervento chirurgico.
C’è chi sostiene che la sua complicata situazione di salute fosse legata al grave attentato da lui subito nel 1968 quando Valerie Jean Solanas, una giovane scrittrice che aveva sottoposto un suo dramma teatrale a Warhol chiedendogli di produrlo, entrò nello studio dell’artista sparando diversi colpi di pistola. Lo ferì gravemente, mentre il suo curatore e compagno di allora Mario Amaya ed il manager Fred Hughes se la cavarono con poco.
Il manoscritto Up Your Ass, della Solanas lo aveva incuriosito ma anche sorpreso per quanto fosse pornografico. Warhol addirittura sospettò una trappola della polizia, con cui già aveva avuto problemi per la censura di alcune sue opere cinematografiche considerate oscene, decise quindi di metterlo da parte. Ma la Solanas lo rivoleva indietro. All’ammissione di Warhol di averlo smarrito e di non essere disposto a pagarle una somma di denaro, la situazione precipitò.
L’artista lottò tra la vita e la morte, poi sopravvisse per miracolo. Sottoposto a complicati interventi chirurgici, riportò postumi permanenti, rimanendo molto segnato anche a livello psicologico.
Nell’agosto del 1969 Warhol acconsentì alla proposta di Richard Avedon di ritrarlo nel suo studio, ad un anno da quel difficile momento, decidendo così di mostrare le sue cicatrici al mondo.

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Nobuyoshi ArakiNobuyoshi Araki o lo ami o lo odi. È forse il fotografo giapponese vivente più noto ma anche più discusso e controverso.
Oggi ti presento una sua intervista, in cui descrive il suo approccio tutt’altro che perfezionista, sempre alla ricerca dell’unicità di momenti particolari, da catturare nel singolo istante in cui si propongono.
Eccolo qui dunque il “Photo Devil”, come lui si descrive.
Goditelo in giapponese (ma sottotitolato eh!)
🙂

Se il link sopra non funziona, prova questo: –> Araki

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