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Posts Tagged ‘surreale’

DykstraIl mio scopo è creare fotografie che sguazzano tra verità astratte e realtà concrete“. Così descrive il suo lavoro John Dykstra, artista che ha fatto del potere della prospettiva il perno della sua fotografia surreale.
Le sue opere non prevedono trucchi digitali o pesanti manipolazioni, tutto è creato solo con l’uso dell’ingegno e di ingredienti semplici come un po’ di gesso, pannelli in legno o vetro e qualche tocco di vernice. La sua idea è creare connessioni tra realtà ed illusione, giocando con la soggettività dell’esperienza umana, “un lavoro che indugia tra reale e fantastico”, dice Dykstra.
Sopra una delle sue prime “illusioni anamorfiche”, che il fotografo descrive come descrittiva dell’illusorietà e soggettività dei limiti che da soli ci poniamo e che ci intrappolano.
L’uomo raffigurato usa un gessetto per disegnare la sua stessa gabbia immaginaria; una foto concettuale che trovo strepitosa.
Dykstra racconta di aver inizialmente cercato di disegnare l’illusione su carta senza riuscirci, arrivando invece a mettere in immagine il suo concetto costruendo materialmente la cella con dei pannelli in legno. Un bell’esempio di come le grandi opere spesso nascano prima nella mente dell’artista e non per caso durante l’esecuzione.
Dykstra_ Woman by Dykstra

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Dali Atomicus

Dali Atomicus - Philippe Halsman 1948


Molto prima del digitale e del fotoritocco con Photoshop, c’era chi comunque si ingegnava a realizzare immagini che lasciassero tutti a bocca aperta.
Tra questi c’era un fotografo di origini austriache: Philippe Halsman.
Nato a Riga nel 1906 da una famiglia di origini ebree, Halsman fu costretto in gioventù a lasciare l’Austria per problemi con la giustizia connessi ad una misteriosa morte del padre ed alle incalzanti problematiche legate alla nascente campagna antisemita.

Trasferitosi in Francia, iniziò a lavorare per importanti riviste di moda come Vogue, facendosi notare e divenendo famoso per il suo personale stile di ritratto, molto nitido e dalle tonalità scure, che lo differenziava dai clichè in uso al tempo.
Ma anche in Francia i problemi razziali crebbero e così, con l’aiuto del suo amico Albert Einstein, Halsman si trasferì negli Stati uniti dove nel 1941 incontrò il pittore surrealista Salvator Dalì.

Con Dalì iniziò una proficua collaborazione che produsse alcuni scatti divenuti storici come quello che puoi vedere qui sopra : Dali Atomicus, realizzato nel 1948.
Gli oggetti sospesi, Salvator Dalì a mezz’aria come i tre gatti che sembrano essere stati lanciati insieme ad una secchiata d’acqua, furono il risultato di un lavoro che, a detta di Halsman, richiese ben 28 tentativi prima di riuscire
Il titolo è in stretta relazione con un’opera su tela dello stesso Dalì denominata Leda Atomica e visibile nello scatto giusto dietro ai micetti volanti.

E’ una fotografia tutta dedicata al concetto di sospensione, che lascia di stucco ancora oggi e stupisce ancor di più se si pensa che fu realizzata in un periodo ben anteriore a qualsiasi possibilità di ritocco digitale.

(Poveri gatti…)

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Anch’io, come tantissime persone che hanno visto questa incredibile foto di Frans Lanting sul National Geographic, mi sono chiesto come diavolo abbia fatto questo fotografo a realizzare un’immagine del genere.

L’autorevolezza della rivista è certamente sufficiente per accettare senza dubbi l’affermazione che non si tratta di una foto ritoccata o addirittura di un disegno; certo che la visione è veramente surreale.
La curiosità su come sia stato possibile realizzarla hanno spinto la “photo editor” Elizabeth Krist ad intervistare il fotografo per chiedergli informazioni su questo piccolo capolavoro realizzato in Namibia e pubblicarne i dettagli sul Magazine online.

Lanting ha innanzitutto scelto di usare una grande duna di sabbia rossa come sfondo. E’ una duna molto alta, di circa 400 metri, che insieme ai particolari tronchi d’albero, caratterizza la zona del Dead Vlei.
Ha saputo poi aspettare il momento giusto, la luce perfetta.
Dopo aver studiato il luogo ha deciso che l’ora ideale per uno scatto significativo sarebbe stata quella poco dopo l’alba, con la luce del sole del primo mattino all’altezza giusta per illuminare soltanto la sabbia rossa della duna e non il bianco suolo di polvere che circonda gli scheletrici alberi. In questo modo il terreno, chiarissimo ma ancora in ombra, acquista la tonalità blu del cielo sereno dell’alba.
La forte differenza di luce tra la duna ed il suolo è stata gestita da Lantig con un filtro graduato che ha permesso di ridurre il contrasto, altrimenti eccessivo. E’ questo l’unico “trucco” utilizzato dal fotografo, oltre ad una scelta di taglio (crop) effettuata in fase di postproduzione.
Le macchie bianche che spiccano sulla duna altro non sono che piccoli cespugli bianchi sfuocati dall’effetto del teleobiettivo, sfruttato anche per schiacciare al massimo la prospettiva.

Non c’è che dire: è un capolavoro.

Puoi trovare tutta l’intervista (in Inglese) sul sito del National Geographic.
Se sei interessato ad acquistare questa immagine come stampa artistica puoi contattare direttamente il fotografo all’indirizzo: gallery@lanting.com

 

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