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Lab Box by Ars ImagoCe l’hanno fatta i ragazzi di Ars-imago, intraprendenti appassionati che nel loro negozio a Roma hanno ideato Lab-Box: primo microlaboratorio di sviluppo fotografico portatile, utilizzabile senza bisogno di chiudersi in una camera oscura.
Ebbene, il loro progetto è stato totalmente finanziato su Kickstarter e diviene quindi realtà produttiva.
Te ne avevo già parlato qualche tempo fa in un post, raccontando di aver dato il mio piccolo contributo di microfinanziatore pre-acquistando uno degli esemplari di prima serie del prodotto. In effetti la campagna di crowfunding su Kickstarter è stata un successone e Lab-Box ha incassato oltre 650.000€, superando quindi il traguardo del mezzo milione di euro che serviva come base minima per dare reale avvio alla produzione.
I fondi in eccesso sono stati già impiegati per alcune migliorie già comunicate ai sottoscrittori e riguardano un termometro per controllare la corretta temperatura del processo di sviluppo oltre ad un comodo imbuto per gestire meglio il flusso di risciacquo finale.
Con Lab-Box, che poi altro non è che una scatola intelligentemente progettata per sviluppare sia rullini 35mm che 120mm, si possono usare vari tipi di processo tra cui la normale sequenza di reagenti, ma anche metodi più particolari come il bagno unico (Monobath), oppure sistemi più esotici come il Caffenol. Ma la novità è il poter effettuare tutta la lavorazione anche in piena luce, quindi praticamente ovunque.
I negativi sviluppati si potranno poi scansionare o stampare alla vecchia maniera, come sanno bene i crescenti appassionati di una fotografia analogica che sembra proprio attraversare una nuova giovinezza.
Bene, in trepidante attesa dell’arrivo del mio esemplare di Lab-Box, stimato per il prossimo settembre, ho iniziato a rispolverare le mie fidate fotocamere analogiche (tra cui la sempre cara “Condorina“) e a far scorta di pellicole.
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Polaroid 250

Polaroid Automatic 250 – Copyright 2013 Pega

Un vecchio detto recita che “la meraviglia è figlia dell’ignoranza e madre del sapere“. Ci penso spesso quando sento le esclamazioni che accompagnano lo svelarsi di una stampa Polaroid poco dopo lo scatto.
È vero che il digitale ci ha portato un’immediatezza senza precedenti, eppure le immagini che siamo abituati a vedere subito sul piccolo display della fotocamera digitale, mancano di qualcosa: sono come incomplete, immateriali, non “maneggiabili”.
La fotografia stampata, quel piccolo oggetto che puoi tenere tra le dita, avvicinare, annusare, appendere o passare ad un’altra persona, continua ad essere qualcosa di differente, delicato e prezioso, anche nell’era digitale.
Nonostante esistano da tempo piccole stampanti digitali portatili, nessuno le usa ed in genere sono state dei flop commerciali. E così capita che lo “sbucciare” un’istantanea fatta con la vecchia Zietta Polaroid, divenga un piccolo evento, un’esperienza che molti nativi digitali hanno solo sentito raccontare.
“Così veloce?”, “come funziona?”, “ma è bellissima!”, “dentro c’è una stampante ad inchiostro?”, “davvero esistono ancora?”, il repertorio è lunghissimo.
La Polaroid, con la sua totale immediatezza, continua a rappresentare una cosa a sé, quasi una tecnologia ferma in una bolla temporale e culturale. Ed in qualche caso è bello sentirsi raccontare gli sforzi fatti per entrare in possesso ed imparare a conoscere queste meravigliose macchinette, dopo averne vista una all’opera ed essersene innamorati.
🙂

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Ritorno su questo argomento dato che ogni tanto mi capita di incrociare qualche polemica tra chi è pro e contro l’H.D.R.
H.D.R. sta per High Dynamic Range, è una tecnologia per fotografia digitale nata allo scopo di sopperire alle limitate capacità dinamiche del sensore che non riesce a gestire bene situazioni in cui sono presenti grandi variazioni di intensità luminosa.

Adams_clearing_winter_storm

Clearing winter storm – © 1936 Ansel Adams

L’occhio umano, grazie sopratutto alla pupilla che adatta “l’esposizione” alla luminosità, ci permette di percepire dettagli notevoli, anche quando nella scena che guardiamo ci sono contemporaneamente punti molto luminosi e zone d’ombra. Con la fotocamera invece si deve scegliere di “perdere” i dettagli nelle zone d’ombra per conservare quelli nella parte luminosa dell’immagine o viceversa. Il risultato quindi spesso delude essendo diverso rispetto alla realtà che si percepisce ad occhio nudo.
Per questo nasce l’H.D.R. che, sfruttando esposizioni diverse delle stessa scena, permette di sintetizzare una nuova immagine comprimendo le intensità luminose per renderla al meglio sui comuni mezzi di riproduzione come i monitor o la stampa su carta. Il risultato è una  foto che, a seconda di come è stata effettuata l’elaborazione, appare come molto realistica o addirittura iper realistica.

Personalmente non sono granché affascinato da queste tecniche perché ritengo che molta della bellezza della fotografia stia proprio nei limiti dello strumento e, proprio come accade per aspetti come il tempo, la profondità di campo, la focale o altri elementi, anche la ridotta capacità di gestire l’estensione delle tonalità luminose, sia un aspetto affascinante.
Ma guardando il lavoro di uno dei fotografi che maggiormente ammiro ecco che la prospettiva cambia. Ad esempio Ansel Adams, creò alcuni suoi capolavori come “Clearing winter storm” nel 1936 grazie anche ad un intenso lavoro di post-produzione, realizzando immagini in bianco e nero dalla straordinaria estensione tonale. Si va dal buio profondo delle zone in ombra al bianco perfetto della parte luminosa delle nuvole. I dettagli sono straordinari, l’atmosfera è più reale del reale.
Come fece? Per un risultato del genere non sono certo sufficienti le pur notevoli caratteristiche dinamiche (tuttora ineguagliate) della pellicola in bianco e nero.
Ebbene, Adams era un grande artista non solo dello scatto ma anche della successiva “elaborazione” in camera oscura. Lavorò con abilità alla sua stampa, andando ad esporre la carta in modo “mascherato”, differenziato a seconda delle zone dell’immagine, seguendo in sostanza quello che può essere considerato come un H.D.R. analogico.
Insomma… niente è mai veramente nuovo come sembra.
Le mie preferenze rimangono per le foto che non fanno uso di tecniche di compressione dinamica ma credo proprio che se Ansel Adams fosse un fotografo oggi, sarebbe un maestro assoluto dell’H.D.R…

🙂

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SLO 3D printed cameraEcco un bel progettino per le fredde serate che l’inverno porterà (forse). Sui tratta della SLO, una fotocamera fai da te da assemblarsi con pezzi stampati in 3D.

L’intero progetto è disponibile on line ed il suo ideatore, il designer Amos Dudley, ha ben documentato sul suo blog l’intero processo di realizzazione.
Una dalle cose più interessanti è che anche la lente è stampata. Dudley ha usato una tecnica ancora in via di perfezionamento che richiede una certa dose di manualità per rifinirla e renderla davvero efficace, ma questo rende la SLO un prodotto integralmente realizzabile solo con dei pezzi stampati in 3D, senza aggiunte industriali o altri componenti.
slo 3d printed camera frontL’intero progetto è molto ben studiato, compresa la totale modularità del gruppo otturatore/lente che Dudley ha deciso di rendere indipendente, in modo da poter sempre sostituire queste parti con versioni migliorate senza dover ristampare tutta la fotocamera.
Insomma proprio una bella idea, anzi una sfida, che chiunque può raccogliere dato che i file sono liberamente scaricabili qui e sfruttabili anche da chi non possiede una stampante 3d: basta infatti consegnarli ad un service.
Quasi quasi ci provo…

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L'autunno nel cuore

L'Autunno nel cuore (IPholaroid project) - © Copyright 2009 Pega


Non posso farci niente: subisco il fascino delle piccole foto stampate.
La fotografia come oggetto fisico tangibile, con la sua consistenza, l’odore, la possibilità di tenerla in mano guardandola da varie angolazioni, mantiene il suo senso di esistere. L’osservazione di una piccola stampa è inequivocabilmente un’esperienza diversa dalla visione su schermo o in un grande formato fruibile solo da una certa distanza come succede alle mostre.
Le piccole foto stampate sono diverse, la loro dimensione regala interattività e contatto fisico diretto, le rende maneggevoli… regalando un’esperienza molto più individuale e riservata…  in qualche modo più coinvolgente ed intima.
E’ un po’ come per la musica in cuffia.

Ti piace la musica in cuffia? Hai mai chiuso gli occhi ascoltando un pezzo che ti piace? Isolandoti un po’ e facendoti coinvolgere?
Beh, allora anche tu forse potresti pensarla come me a proposito delle piccole fotografie stampate.

🙂

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C’è voluto un po’, ma alla fine è arrivata. Mi è stata recapitata in una bella busta sigillata insieme ad un contrassegno di qualche euro aggiuntivo per i costi doganali, che non ha certo scalfito l’entusiasmo per essere finalmente in possesso della mia prima stampa originale di un grande fotografo: uno scatto autografato di Steve McCurry.
L’acquisto l’avevo fatto direttamente dall’agenzia Magnum che, nello scorso giugno, offriva una finestra temporale di alcuni giorni per scegliere tra una selezione di opere dei suoi fotografi. Una sorta di “edizione limitata nel tempo”.
Adesso che anche io posso considerarmi un “felice possessore di McCurry”, non mi resta che decidere come incorniciarla e sistemarla in casa. Un bel dilemma in effetti, visto che mi piacerebbe poter mantenere la possibilità di vedere il retro, con il timbro Magnum e le parole di Steve McCurry. Consigli?

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Foto cartoline

Fotocartoline – Copyright Fotografismo punto it

Agosto, tempo di vacanze e viaggi, oggi ti propongo un’idea adatta a questo periodo. L’ho trovata sul blog dell’amico Pier Giorgio Cadeddu: si tratta delle “Fotocartoline”.
Cosa sono? Semplice: in vacanza o in viaggio si fanno fotografie, poi si stampano, ci si scrive un saluto e l’indirizzo del destinatario, si affrancano ed infine si inviano agli amici come cartoline. Facile no?
E’ un modo per riscoprire in un colpo il piacere di una tradizione analogica ormai sepolta dai messaggi digitali ed unirlo a quello del contatto con la fotografia stampata, anche dal digitale. Per farlo basta trovare un qualsiasi service e chiedergli di stamparci le foto in formato adatto.
Ti piace l’idea? Se ci vuoi provare, trovi qui l’articolo originale su Fotografismo.
🙂

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