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Archive for the ‘Decay’ Category

La cella

La cella – © Copyright 2010 Pega


Continuando con le sensazioni ed emozioni che una foto può avere la capacità di generare nell’osservatore, tra quelle meno piacevoli c’è l’angoscia.
Nella storia della fotografia ci sono molti casi in cui questo si è realizzato ed anche se sovente l’immagine angosciante è uno scatto fortuito, come ad esempio può succedere con i reportage di guerra, in altri casi è il fotografo l’artefice creativo.
La capacità di trasmettere esattamente ciò che si vuole è una delle più potenti abilità che si possono coltivare e per migliorarci in questo aspetto, una delle strade più efficaci è ovviamente quella dell’esercizio.
Proprio questo è lo spirito alla base del weekend assignment: provare a realizzare un’immagine seguendo un compito assegnato, una missione prestabilita.
Non ti piace il tema? Troppo angosciante? Ebbene, non sempre ci si può esercitare con ciò che più amiamo e, sovente, approfondire qualcosa che non ci attrae o entusiasma, si rivela invece fonte di crescita.
Dunque in questo fine settimana prova a cimentarti con questo non facile tema: concepisci e realizza qualche scatto con il puro e semplice scopo di generare angoscia nell’osservatore.
Poi, se vuoi, condividi.
Buon divertimento e buon weekend!

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Zampa di Elefante
Ci sono cose che solo una fotografia ci può raccontare. Sì, perché son cose a cui un essere umano non sopravvive.
L’immagine sopra appartiene a questa categoria, un mostro assoluto che si nasconde nelle viscere della terra e che uccide chiunque tenti di avvicinarsi: è uno dei principali agglomerati di lava radioattiva creatisi con l’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl nel 1986.
Chiamata anche “The Elephant Foot”, la massa è composta da un insieme di combustibile nucleare fuso, mescolato a metallo e cemento che, dopo l’incidente, sono stati perforati ed attraversati nella lenta ma progressiva discesa di questo materiale semi-liquido nelle viscere della centrale.
La fotografia fu scattata dieci anni dopo la catastrofe, durante un’ispezione organizzata per verificare i rischi legati al pericolosissimo procedere del nocciolo di combustibile fuso verso il terreno sottostante e le falde acquifere. Nel 1996 le radiazioni erano ancora elevatissime, penetrare nei sotterranei della centrale esplosa significava esporsi a rischi enormi, ma avvicinarsi alla massa voleva dire morire quasi all’istante, così quegli uomini piazzarono una macchina fotografica su un carrello e fotografarono “la Zampa dell’Elefante” da dietro un angolo.
La pericolosità di questo mostro sotterraneo è praticamente inalterata da allora, e la sua minaccia accompagnerà chiunque viva su questo pianeta per qualcosa come altri 100.000 anni.

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'CYCLE-WAR' - Copyright 2017, Tobias Friedrich

Cycle-War – Copyright 2017, Tobias Friedrich

Non ho potuto controllare il lento calo della mandibola conseguente ai lunghi minuti di ammirazione di questa foto vincitrice dell’edizione 2018 del concorso internazionale Underwater Photographer of the Year.
È l’ammirevole lavoro del fotografo subacqueo Tedesco Tobias Friedrich, che l’ha realizzata all’interno del Thistlegorm, nave Inglese che nel 1942 fu affondata in Mar Rosso mentre cercava di consegnare rifornimenti alle truppe alleate.
Quella nel Thistlegorm è un’immersione bellissima ed è un must per molti subacquei perché nelle stive abitate da nuvole di pesci, ci si muove tra i mezzi e le armi che il grande vascello trasportava, rimasti al loro posto dentro alla nave che poggia sul fondo, quasi in assetto di navigazione. Dico questo con una certa convinzione perché là sotto ci sono stato e, vedendo la foto di Tobias, mi sono reso conto di quanto sia stato abile nel rendere così bene quell’atmosfera e creare una scena ampia nonostante i limiti di spazio propri del luogo. Per riuscire nell’intento Friedrich ha piazzato magistralmente una serie di luci e poi ha scelto di realizzare una foto panoramica, tecnica che gli ha consentito di produrre un’unica grande immagine del ponte contenente i vari mezzi trasportati, tra cui alcuni furgoni Ford oltre a splendidi esemplari di motociclette Triumph, Norton e BSA.
Guardando con attenzione è possibile scorgere moltissimi dettagli tra cui ti segnalo i copertoni delle ruote delle moto, quasi intatti dopo molti decenni in fondo al mare, indenni dalle onnipresenti concrezioni create dalle creature marine. Un particolare che dal vivo fa veramente impressione, te l’assicuro…
Beh, non mi resta che accennare alla notevole qualità anche di altri scatti premiati, ma per questi ti invito ad andare direttamente sul sito del concorso e goderteli senza tante aggiunte verbose da parte mia 🙂

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In attesa del suo titolo

In attesa del suo titolo – © Copyright 2017, Pega

Una foto senza titolo è come una frase incompleta, può avere senso ma anche no. A qualcuno può trasmettere moltissimo, lasciando spazio alle sue proiezioni, mentre altri potrebbero esserne ingannati ed attribuirle un significato lontano da quello concepito in origine dall’autore.
Non è mia intenzione togliere valore alle foto senza titolo, ho il massimo rispetto per chi afferma che le immagini ben riuscite non devono aver bisogno di parole ed adoro quei rari scatti “assoluti” che comunicano in modo perfetto ed universale senza bisogno di nient’altro. La mia personale opinione però è che foto e parole siano un connubio meraviglioso, un po’ come succede con la musica.
Di questo tema mi è capitato di scrivere più volte, come in questo vecchio post, ma oggi voglio proporti un esperimento, una sorta di esercizio se vuoi, qui sul blog.
Inizio io, proponendoti una mia foto a cui, ancora, non ho saputo dare un titolo. E’ un’immagine che attende di essere completata da una o più parole, quelle che che rappresenteranno “il suo titolo”
Un po’ come quando un musicista sottopone la sua idea ad un paroliere (ed a volte ne viene fuori qualcosa di bello a quattro mani) oggi sono a chiederti un contributo: prova a proporre un titolo.
Non dobbiamo per forza fare un capolavoro, è solo un esercizio. Poi magari mi proponi qualcosa di tuo e sarà il mio turno.
🙂

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L’inizio non è altro che il proseguimento della fine.
Non credo proprio che quelli del Daily Mail abbiano eseguito il mio ultimo weekend assignment del 2016, eppure quando mi sono trovato davanti alla fantastica sequenza di scatti pubblicati dal noto giornale inglese, non ho potuto fare a meno di pensarci. Sono foto scattate esattamente secondo il tema proposto e quindi non resisto, devo segnalartele perché si tratta di una coincidenza troppo carina.
Scene e facce del “dopo la festa”, atmosfere di gioia e delusione, umanità nel ridicolo e nel ludibrio, amicizia e stanchezza, ma spesso nient’altro che abuso di alcool.
Sarà una deformazione personale ma trovo in queste immagini il riflesso di un’epoca. Peccato che sia quella in cui ci troviamo…
🙂

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La cella

La cella – © Copyright 2010 Pega

Che rapporto c’è tra fotografia ed olfatto? Può il fotografo, in qualche modo, coinvolgere l’osservatore a tal punto da fargli immaginare odori?
Beh, non è una cosa facile ma sta proprio qui lo spunto per la missione fotografica di questo fine settimana.
Come al solito l’idea è di svolgere un piccolo compito durante il weekend, provando a confrontarci con un tema fotografico preassegnato e tenere in allenamento la nostra creatività.
Non c’è molto da aggiungere per chiarire questo tema; trasferire una sensazione propria dell’olfatto nel dominio di un altro senso può sembrare arduo, ma la Fotografia ha grandi poteri.
Immagino già la tua domanda: “valgono anche gli odori sgradevoli?” La risposta penso di averla già data con la mia foto sopra: l’immagine di un ambiente chiuso da anni dove (almeno dal vivo) regnava un mix di odori decisamente poco piacevoli…
Bene, allora dai, nel weekend prova a misurarti con questo tema. Poi, com’è tradizione di questo blog, ti invito a condividere il risultato in un commento.

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AfterMi è capitato di nuovo, una foto che avrebbe potuto nuocere, e così ti ripropongo questa riflessione.
L’immagine a cui mi riferisco nel titolo di questo post, non è quella che puoi vedere qui accanto, ma un’altra: una foto che non ho scattato.
Su quel tetto umido, senza essersi opportunamente assicurato, stava poco prima un uomo.
Lavorava a diversi metri dal ponteggio, con un piede appoggiato sul debole canale della grondaia. Sistemava le tegole.
D’istinto ho preso la macchina pensando di poterci tirar fuori qualche buon scatto ma poi mi sono fermato. Ho cominciato a chiedermi se mettermi a far foto a quella persona fosse stata una buona idea. L’accorgersi di essere osservato ed oggetto di attenzioni fotografiche lo avrebbe di certo preoccupato, aggiungendo pericolo ad una situazione già abbastanza rischiosa.
Così ho preferito non farmi vedere e non scattare, per me non era così importante, per lui avrebbe potuto esserlo fin troppo.
A volte la fotografia è una cosa strana.

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