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Zampa di Elefante
Ci sono cose che solo una fotografia ci può raccontare. Sì, perché son cose a cui un essere umano non sopravvive.
L’immagine sopra appartiene a questa categoria, un mostro assoluto che si nasconde nelle viscere della terra e che uccide chiunque tenti di avvicinarsi: è uno dei principali agglomerati di lava radioattiva creatisi con l’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl nel 1986.
Chiamata anche “The Elephant Foot”, la massa è composta da un insieme di combustibile nucleare fuso, mescolato a metallo e cemento che, dopo l’incidente, sono stati perforati ed attraversati nella lenta ma progressiva discesa di questo materiale semi-liquido nelle viscere della centrale.
La fotografia fu scattata dieci anni dopo la catastrofe, durante un’ispezione organizzata per verificare i rischi legati al pericolosissimo procedere del nocciolo di combustibile fuso verso il terreno sottostante e le falde acquifere. Nel 1996 le radiazioni erano ancora elevatissime, penetrare nei sotterranei della centrale esplosa significava esporsi a rischi enormi, ma avvicinarsi alla massa voleva dire morire quasi all’istante, così quegli uomini piazzarono una macchina fotografica su un carrello e fotografarono “la Zampa dell’Elefante” da dietro un angolo.
La pericolosità di questo mostro sotterraneo è praticamente inalterata da allora, e la sua minaccia accompagnerà chiunque viva su questo pianeta per qualcosa come altri 100.000 anni.

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Alcuni giorni fa è stata diffusa la notizia che la Kodak, prima del fallimento, ha posseduto per circa trent’anni, un piccolo reattore nucleare privato nel suo quartier generale a Rochester, New York.
Pare che fosse un oggetto principalmente destinato a ricerca e studi sulla purezza dei materiali, ma per certo era caricato con almeno un chilo e mezzo di uranio 235 ad un livello di purezza equivalente a quello delle testate atomiche.
Il reattore era posto in un bunker sotterraneo protetto da sistemi di sicurezza e pareti di oltre mezzo metro di spessore. La segretezza che ha coperto questa installazione è stata assoluta, roba da mettere i brividi, visto che l’oggetto si è trovato per così tanto tempo nel bel mezzo di un’area densamente popolata.
Devo dire che questa storia getta una luce tutta diversa e decisamente inquietante sul vecchio motto Kodak che diceva: “Voi schiacciate il bottone, a tutto il resto pensiamo noi“.

🙂

[p.s. Che cosa potrebbero avere Canon e Nikon in cantina?]

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