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Posts Tagged ‘Polaroid’

Polaroid 250

Polaroid Automatic 250 – Copyright 2013 Pega

Un vecchio detto recita che “la meraviglia è figlia dell’ignoranza e madre del sapere“. Ci penso spesso quando sento le esclamazioni che accompagnano lo svelarsi di una stampa Polaroid poco dopo lo scatto.
È vero che il digitale ci ha portato un’immediatezza senza precedenti, eppure le immagini che siamo abituati a vedere subito sul piccolo display della fotocamera digitale, mancano di qualcosa: sono come incomplete, immateriali, non “maneggiabili”.
La fotografia stampata, quel piccolo oggetto che puoi tenere tra le dita, avvicinare, annusare, appendere o passare ad un’altra persona, continua ad essere qualcosa di differente, delicato e prezioso, anche nell’era digitale.
Nonostante esistano da tempo piccole stampanti digitali portatili, nessuno le usa ed in genere sono state dei flop commerciali. E così capita che lo “sbucciare” un’istantanea fatta con la vecchia Zietta Polaroid, divenga un piccolo evento, un’esperienza che molti nativi digitali hanno solo sentito raccontare.
“Così veloce?”, “come funziona?”, “ma è bellissima!”, “dentro c’è una stampante ad inchiostro?”, “davvero esistono ancora?”, il repertorio è lunghissimo.
La Polaroid, con la sua totale immediatezza, continua a rappresentare una cosa a sé, quasi una tecnologia ferma in una bolla temporale e culturale, ed in qualche caso è bello sentirsi raccontare gli sforzi fatti per entrare in possesso ed imparare a conoscere queste meravigliose macchinette dopo averne vista una all’opera.
🙂

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“Last Shot” è un delizioso corto interamente realizzato da Aemilia Widodo, una bravissima artista specializzata in creazioni e storytelling che utilizzano la Computer Graphics (CG).
La breve storia ruota intorno al rapporto tra una ragazzina e la sua fotocamera istantanea, un mini racconto che, nella sua semplicità, trovo sia assolutamente da vedere.
Non voglio spoilerarti niente e quindi posso solo farti gli auguri di buona visione, permettendomi solo di sottolineare l’inestinguibile ed intramontabile fascino delle fotocamere istantanee, un universo fatto di foto “fisiche”, “cotte e mangiate” in cui mi sono imbattuto ormai molto tempo fa ed a cui sento intimamente di appartenere. Un universo da cui personalmente trovo sia impensabile uscire, nonostante tutto ciò che è successo, sta succedendo e succederà alla fotografia.
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Diy thermal printing PolaroidTim Alex Jacobs, un genio del fai da te di alto livello che da tempo seguo sul sito mitxela, ha pubblicato un lavoro davvero notevole: la conversione di una vecchia Polaroid in una fotocamera istantanea a carta termica.
Jacobs ha integrato la struttura della macchina fotografica, una Polaroid Sonar Autofocus 5000 con una webcam di seconda mano acquistata su ebay ed una piccola stampante termica da scontrini, il tutto gestito da un Raspberry Pi Zero.
Il progetto, davvero per niente banale, ha richiesto vari mesi di lavoro, principalmente dedicati alla messa a punto dei tanti dettagli meccanici ed elettronici necessari oltre al software di invio delle immagini della webcam alla stampante che le trasforma in immagini nonostante la sua natura “testuale”. Il risultato è una fotocamera unica nel suo genere, dalla personalità ed economicità d’uso decisamente particolari.
Tutto il lavoro è stato estesamente descritto da Jacobs in un articolo molto dettagliato, comprendente tutte le istruzioni per chi vorrà cimentarsi nel provare un’impresa del genere.
Invidierò chi vorrà provarci… 🙂
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PhotographsOggi ti ripropongo un delizioso video che da tempo si trova in rete. È una breve opera a proposito del rapporto che esiste fra fotografie e ricordi, per la precisione in questo caso: Polaroid e ricordi.
Si intitola Photographs ed è un corto animato realizzato da Brendan Clogher e Christina Manriqueche, due studentesse che hanno realizzato questo progetto come tesi alla Loyola Marymount University di Los Angeles.
La protagonista è un’anziana signora che ritrova una vecchia fotocamera Polaroid e comincia a scattare…
E’ un piccolo gioiellino che, se non l’hai già fatto, ti invito proprio a vedere.
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Polaroid candeggina

© Copyright 2013, Pega+M|art

Ogni tanto torno a rivedere questa immagine, mi sembra la copertina dell’album di un gruppo musicale un po’ underground: toni vintage, la cantante in primo piano ed il resto della band a completare il gruppo. Ed invece è la versione “chimicamente manipolata” di una foto che feci con la mia zietta Polaroid a strappo in occasione di un’uscita “film gang” a Firenze, insieme ad amici appassionati di fotografia analogica.
Dopo lo scatto, estrassi la busta dalla macchina e, dopo aver atteso i classici due minuti necessari a questo tipo di pellicola per lo sviluppo istantaneo, separai la stampa finale dal resto dell’incartamento. Invece di buttare questo’ultimo elemento tipico delle pellicole a strappo che di solito è considerato di scarto, lo consegnai al mitico Martino insieme ad alcune indicazioni su come divertirsi a manipolarlo. Sì, perché la parte restante della busta Fuji FP-100 è solo apparentemente da buttare e ci si può divertire a trattarla con candeggina per estrarne il negativo.
Martino si dette da fare e, con maestria, “lavorò” con varechina e pennello su alcuni miei negativi prodotti nella serata, pubblicandoli poi sul suo album Flickr nel set Eau de Javel, dove puoi trovarli. Tra questi anche uno scatto simile a quello sopra ma con i “membri della band” del tutto mossi.
Grande Martino.

Per chi fosse interessato ad approfondire il processo di “liberazione” del negativo, rimando ad un mio vecchio post sull’argomento, in cui c’è anche un link ad un video tutorial.

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Fade to Black Snapchat, la startup delle foto che svaniscono, è appena stata quotata a Wall Street con un successo miliardario senza precedenti. Eppure, ancora una volta, basta guardarsi un po’ indietro per vedere che non c’è niente di veramente nuovo.
Proprio come Snapchat, già Polaroid aveva pensato alle foto con l’autodistruzione e negli anni ’70 aveva lanciato una linea di pellicole chiamate Fade to Black dalla particolare caratteristica di progressiva scomparsa dell’immagine dopo circa 24 ore.
Le Fade to Black subivano, in pratica, un processo di sovrasviluppo ed erano state ideate per uso professionale ed industriale, perché permettevano una condivisone “limitata” delle informazioni. Furono anche distribuite in una speciale versione “artistica” (Artistic TZ series) che consentiva di fermare a piacimento il processo di distruzione.
Anche il progetto Impossible ha provato, giusto pochi anni, fa a rilanciare il prodotto, ma senza successo.
Beh, sicuramente la componente economica è tra le cause imputabili ma è evidente il fascino che questo concetto, strettamente legato all’idea di arte temporanea, continua ad avere.
E dunque, visto che ormai è impossibile mettere le mani su una scatola di Fade to Black, che dire… Non ci resta che accontentarci di Snapchat.
🙂

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Polaroid 250

Polaroid Automatic 250 – Copyright 2013 Pega

Un vecchio detto recita che “la meraviglia è figlia dell’ignoranza e madre del sapere“. Ci penso spesso quando sento le esclamazioni che accompagnano lo svelarsi di una stampa Polaroid poco dopo lo scatto.
È vero che il digitale ci ha portato un’immediatezza senza precedenti, eppure le immagini che siamo abituati a vedere subito sul piccolo display della fotocamera digitale, mancano di qualcosa: sono come incomplete, immateriali, non “maneggiabili”.
La fotografia stampata, quel piccolo oggetto che puoi tenere tra le dita, avvicinare, annusare, appendere o passare ad un’altra persona, continua ad essere qualcosa di differente, delicato e prezioso, anche nell’era digitale.
Nonostante esistano da tempo piccole stampanti digitali portatili, nessuno le usa ed in genere sono state dei flop commerciali. E così capita che lo “sbucciare” un’istantanea fatta con la vecchia Zietta Polaroid, divenga un piccolo evento, un’esperienza che molti nativi digitali hanno solo sentito raccontare.
“Così veloce?”, “come funziona?”, “ma è bellissima!”, “dentro c’è una stampante ad inchiostro?”, “davvero esistono ancora?”, il repertorio è lunghissimo.
La Polaroid, con la sua totale immediatezza, continua a rappresentare una cosa a sé, quasi una tecnologia ferma in una bolla temporale e culturale. Ed in qualche caso è bello sentirsi raccontare gli sforzi fatti per entrare in possesso ed imparare a conoscere queste meravigliose macchinette, dopo averne vista una all’opera ed essersene innamorati.
🙂

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