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Posts Tagged ‘esperimento’

cane fotografoPerché comprare un telecomando per lo scatto remoto? Se hai un cane puoi insegnargli a fare foto!
PhoDOGrapher è il nome dato ad un simpatico esperimento condotto in Giappone in cui sono state prese alcune famiglie amanti degli animali, insomma gente che adora far foto al proprio quattrozampe peloso, ed invitate in sala posa per uno scatto di gruppo. Quello che non sapevano era che il loro piccolo amico era stato addestrato a schiacciare il bottone di scatto di una splendida fotocamera Hasselblad medio formato.
Ecco, nel breve video sotto, il risultato.
Mi chiedo se l’idea non sia affrontabile anche con gli altrettanto fotografati e sempre mitici… gattini 😀
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[Fonte: Bokeh]

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È Pasqua e le uova abbondano. Perché non usarne uno in modo diverso?
In questo video, il fotografo Joe Edelman ci insegna una cosa davvero interessante: usare un uovo per capire la luce.
Una lezione semplice ma efficace: l’uovo è chiaro, liscio, regolare. La sua forma è perfetta per studiare come la luce, insieme alle ombre, definisce gli oggetti e caratterizza l’immagine fotografica.
E’ un esperimento da provare, basta una normale lampada ed un uovo appoggiato su una superficie di colore tenue su cui si stenderà l’ombra.
Capire la luce è fondamentale in fotografia e questo potrebbe essere l’esercizio definitivo utile a grandi e piccini…
Non farti scoraggiare dal parlato in inglese; guardalo con fiducia.
E BUONA PASQUA!
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Millennium Camera by KeatsJonathon Keats è un artista eclettico e geniale, se non lo conosci ti invito a dare un’occhiata al suo curriculum su Wikipedia. Lo scorso anno, a Berlino, aveva dato vita a “Century Cameras”, un progetto fotografico concettuale basato sul posizionamento di cento fotocamere stenopeiche a lunghissima esposizione: cento anni ciascuna. Un’idea folle ed estrema, orientata a lasciare in eredità, a persone non ancora nate, immagini create dal puro passare del tempo: immagini in cui il peso maggiore ce l’avrà ciò che nei decenni tenderà a rimanere più statico ed immutabile.
Queste fotocamere sono molto semplici e rudimentali, dato che nessuna tecnologia complessa potrebbe sopravvivere cosi a lungo, e consistono in un involucro forato contenente un foglio di cartone colorato che “sbiadirà” nelle zone maggiormente esposte, creando un’immagine positiva sintesi di ciò che la fotocamera avrà visto nel corso dei cento anni.
Ma evidentemente per Keats un secolo non era abbastanza e ieri ha superato se stesso presentando, presso l’ASU Art musei di Tempe in Arizona, l’installazione di una fotocamera millenaria: una pinhole destinata a produrre un’immagine a lunghissima esposizione che sarà pronta solo nel 3015.
Trovo questo tipo di progetti davvero affascinante, un incrocio tra arte concettuale, fotografia ed esperimenti con le capsule del tempo.
Siamo di fronte a lassi di tempo pazzeschi, ben oltre ciò che in passato mi era capitato di vedere e, mentre confido in qualche risultato per le “Century Cameras”, ho qualche dubbio sulle reali possibilità di sopravvivenza della fotocamera millenaria. Mille anni sono davvero tanti e, sebbene la tecnica costruttiva sia semplicissima con solo un involucro in metallo, un foro stenopeico praticato in una lamina d’oro ed una superficie coperta di vernice all’olio al posto della pellicola, si tratta davvero una sfida pazzesca.
In ogni caso non ci saremo per vedere i risultati.

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Lens experiment

A tutti è capitato di vedersi più o meno belli in fotografia. In molti casi il merito (o demerito) è solo nostro, oppure del fotografo che ci ha colti nell’istante giusto (o sbagliato), ma una certa responsabilità ce l’ha anche la lunghezza focale dell’obiettivo usato.
Il fotografo Stephen Eastwood ha deciso di fare un semplice esperimento: ha scattato dieci ritratti alla stessa modella, con obiettivi da 19 a 350 millimetri, mantenendo costante composizione e luce ma variando, ovviamente, la distanza dal soggetto. Il risultato parla da solo.
La faccenda sta tutta nella distorsione. Le lenti alterano la visione rispetto a quella dei nostri occhi, deviando la luce e portando la realtà tridimensionale sulla superficie piatta del fotogramma. Con focali molto corte questa distorsione è eccessiva e ci trasforma in mostri, ma anche all’altro estremo c’è qualcosa che non va: con il 350mm la faccia è piatta e larga, comunque innaturale.
L’interessante è notare che trovando la “giusta misura” questa distorsione può essere addirittura positiva.
In genere si dice che l’ottica migliore per i ritratti sia il 135mm ma, dato che la mente dell’osservatore prende per buono il risultato finale, non c’è niente di male a scoprire che magari si è più fotogenici se inquadrati da un 90 o un 200mm.

🙂 🙂

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Con questa foto qualcuno ha rischiato l’infarto, ma ne è valsa la pena 😀
A parte gli scherzi, quello di qualche giorno fa è stato un esperimento interessante.
TildaRiassumo per chi se l’è perso.
In un post pubblico un ritratto della famosa attrice Tilda Swinton, assorta nei suoi pensieri ed invito i lettori ad esaminarla bene, studiandola nei dettagli. Il fatto è che la foto non è un semplice ritratto. La versione in grande che si ottiene cliccando è in realtà un’immagine animata e dopo alcuni secondi gli occhi della donna si voltano verso l’osservatore.
L’effetto può essere notevole perché non si è preparati. La fotografia è infatti per tutti noi un oggetto fisso, immobile per definizione, senza sorprese, statico insomma. E quando, nonostante la nostra totale abitudine alle immagini in movimento, Tilda improvvisamente cambia posizione e ci guarda, noi sobbalziamo sulla sedia.
Ancora una volta la fotografia è meravigliosa, in questo caso per ciò che non è e non è mai stata, malgrado le inarrestabili evoluzioni tecniche da lei scaturite.

Per chi me l’ha chiesto, il ritratto di Tilda Swinton è un fotogramma del film “Orlando” del 1992, sceneggiatura e regia di Sally Potter, tratto da un soggetto di Virginia Woolf.

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Studia attentamente questa foto. Osserva il volto, i tratti, lo sguardo perso nel vuoto. A che cosa starà pensando?
Clicca sull’immagine per guardarla in versione grande, è importante per vedere tutti i dettagli. Fallo con calma. Esamina i particolari, l’espressione, quella luce negli occhi. Cerca qualcosa in questo volto. Qualcosa che non si vede subito.
Poi dimmi che impressione ti ha fatto.
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Test image

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nuclear blast by Pega

Nuclear blast – © Copyright 2008 Pega

Esattamente cinquantotto anni fa.

E’ il 19 luglio del 1957, nel pieno della guerra fredda. Negli Stati Uniti la popolazione vive nel terrore di possibili attacchi nucleari.
Tra esperimenti atomici sopra e sotto il suolo viene deciso che l’opinione pubblica ha bisogno di essere un po’ tranquillizzata.
Vengono trovati cinque volontari. Sono ufficiali dell’aviazione disposti a beccarsi in pieno un’esplosione nucleare. Rimangono in piedi e senza protezioni sul terreno del deserto del Nevada mentre un (modesto) ordigno atomico da 2 kiloton viene fatto esplodere a 10 mila piedi (circa 3,3Km) sopra di loro.

Nessuno sa che fine abbiano fatto quei poveretti. Se siano sopravvissuti a lungo a quell’esperienza o morti poco dopo di cancro, come successe a tanti membri di troupes cinematografiche che in quei luoghi girarono film western poco tempo dopo.
Erano cinque volontari.
Ma con loro c’era una sesta persona: il fotografo che scattò immagini e realizzò il breve filmato che puoi vedere qui sotto.
Lui non era un volontario, era lì per lavoro.

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