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Posts Tagged ‘espressione’

Downhill riders

Downhill riders – © Copyright 2009 Pega

Nella cultura orientale c’è un concetto che mi ha sempre affascinato: i Giapponesi lo chiamano “Yohaku-no-bi”. È la “bellezza di ciò che manca” , il gusto di esprimere il bello attraverso il togliere o il nascondere.
A differenza di altre arti, della musica per esempio, dove per togliere si può solo far ricorso al “non mettere”, in fotografia si ha la possibilità di esplorare questo filone creativo in due modi.
Il primo è quello di cui parlavo nel post “l’arte del levare” di qualche tempo fa, il secondo è invece quello di creare uno spazio negativo nelle nostre immagini.
Lo spazio negativo può essere ciò che circonda il nostro soggetto e lo esalta, crea drammaticità ed intensità nell’immagine, oppure può essere il soggetto stesso della nostra fotografia.
La prossima volta che sei a fotografare prova sperimentare questo concetto, lascia che lo spazio negativo faccia parte di qualche tua immagine.

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In attesa del suo titolo

In attesa del suo titolo – © Copyright 2017, Pega

Una foto senza titolo è come una frase incompleta, può avere senso ma anche no. A qualcuno può trasmettere moltissimo, lasciando spazio alle sue proiezioni, mentre altri potrebbero esserne ingannati ed attribuirle un significato lontano da quello concepito in origine dall’autore.
Non è mia intenzione togliere valore alle foto senza titolo, ho il massimo rispetto per chi afferma che le immagini ben riuscite non devono aver bisogno di parole ed adoro quei rari scatti “assoluti” che comunicano in modo perfetto ed universale senza bisogno di nient’altro. La mia personale opinione però è che foto e parole siano un connubio meraviglioso, un po’ come succede con la musica.
Di questo tema mi è capitato di scrivere più volte, come in questo vecchio post, ma oggi voglio proporti un esperimento, una sorta di esercizio se vuoi, qui sul blog.
Inizio io, proponendoti una mia foto a cui, ancora, non ho saputo dare un titolo. E’ un’immagine che attende di essere completata da una o più parole, quelle che che rappresenteranno “il suo titolo”
Un po’ come quando un musicista sottopone la sua idea ad un paroliere (ed a volte ne viene fuori qualcosa di bello a quattro mani) oggi sono a chiederti un contributo: prova a proporre un titolo.
Non dobbiamo per forza fare un capolavoro, è solo un esercizio. Poi magari mi proponi qualcosa di tuo e sarà il mio turno.
🙂

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Oggi voglio riproporti alcune considerazioni di Jay Maisel, leggenda vivente della Fotografia e vincitore di un’infinità di riconoscimenti:

“Ci sono solo due tipi di fotografie:
quelle che scatti a ciò che che vedi per poterlo condividere,
e quelle che fai per tenerle solo per te”

Se si accetta questa classificazione, si realizza che nel primo caso tutto ruota intorno al soggetto, all’importanza che il fotografo gli assegna ed alle sensazioni che questi confida possano nascere nell’osservatore. C’entrano poco tecnica ed attrezzature, le emozioni dominano.
Nel secondo caso lo scenario cambia, o meglio può cambiare. Le fotografie che scattiamo solo per noi possono contenere anche elementi diversi. In effetti, se la destinazione è solo personale, si è liberi di andare alla ricerca di aspetti particolari che sappiamo potrebbero non avere senso per altri. Cose che non vogliamo o possiamo condividere e che sentiamo non destinate ad essere fruite o capite da osservatori terzi.
E le tue foto? Quanto ricadono nell’una o l’altra categoria?
Comunque sia, eccoti uno splendido breve documentario su Jay Maisel. Gustatelo, sono sette minuti ben spesi.
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“More Than An Image” è un semplice esperimento ideato da Wex Photographic in cui, in brevi video, alcuni fotografi parlano di sé e del loro rapporto con la Fotografia.
E’ un progetto che chiunque può affrontare, una sorta di semplice autoanalisi ma, volendo, anche di presentazione agli altri in un formato attuale che permette di far parlare le immagini insieme all’autore.
Analizzare il proprio rapporto con la fotografia ha sempre un riflesso utile sulla qualità del nostro lavoro e già in altri post mi era capitato di insistere su questo aspetto. Trovo quindi che un’idea simile a “More Than An Image” potrebbe essere un valido spunto su cui sperimentare l’idea di raccontarsi.
A titolo di esempio ti propongo il video di Daniel Regan, giovane artista che ha trovato nella Fotografia molto di più di una propria forma espressiva.
Buona visione.
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PabloPicasso-Les-Demoiselles-dAvignon-1907

Esiste una forma d’arte priva di aspetti tecnici che l’artista deve padroneggiare per potersi davvero esprimere?
Si può essere poeti senza saper parlare o scrivere? Possiamo diventare pittori senza gestire il tratto? Musicisti senza conoscere le basi della musica o almeno maneggiare uno strumento?
La conoscenza degli aspetti tecnici di base è necessaria per tutte le forme espressive, anche per la fotografia.
Questo elemento tecnico non deve però schiacciare tutto, non può prendere il sopravvento ed assorbire tutta l’energia, altrimenti la creatività rimane come intrappolata.
La tecnica è importante, forse fondamentale, ma deve essere al servizio dell’estro.
C’è una frase famosa di Picasso che esprime perfettamente questo concetto e chiarisce in modo perfetto la ricerca che questo compromesso tra tecnica e creatività può richiedere:

“Ho impiegato molti anni ad imparare a dipingere come un bambino”.

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Leaving the shore

Leaving the shore – © Copyright 2009 Pega

Oggi, oltre a quello della polemica, corro il rischio di impantanarmi in una serie di vaneggiamenti su arte ed espressione creativa, ma così è, quindi taglio corto andando al sodo con una domanda: c’è forse un confine strutturale all’espressione artistica? Intendo un limite che l’artista deve per forza rispettare per mantenersi dentro alla “sua disciplina”?
Cerco di spiegarmi meglio: è davvero così importante questa voglia di classificare l’arte secondo schemi precisi? Un musicista, per essere tale, deve limitarsi alla produzione di opere sonore, o può espandere la sua creatività in altre forme come ad esempio la poesia o le arti visive? Può un poeta sconfinare e decidere di accompagnare con ritmo e note le sue composizioni? Un fotografo può arricchire le sue immagini con testo e magari anche musica o effetti sonori?
Specie in ambito fotografico i puristi abbondano e di fronte a certe domande non mancano mai le esclamazioni: “Un fotografo deve essere un fotografo!”, “Le immagini devono parlare da sole!”, “Se c’è bisogno di scrivere allora le immagini non sono abbastanza buone!”.
Perché il mondo della fotografia si impone questi dettami? Forse il cinema migliore e più “puro” è quello muto?
Porto avanti da un po’ questo mio punto di vista, adoro i Fotografi che senza paura arricchiscono i loro scatti con testi e descrizioni, e rimango affascinato anche da qualche esperimento di contaminazione sonora, anche se è un terreno difficile.

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Pablo PicassoPablo Picasso diceva “i buoni artisti copiano, i grandi artisti rubano“.
Ripropongo questo argomento perchè quello della creatività è un tema davvero centrale. La “capacità di creare” è un processo che, come tutti i fenomeni naturali, non è discontinuo: niente si crea dal nulla.
La nostra immaginazione lavora sulle basi di ciò che conosciamo, portando qualunque creazione artistica ad essere, in sostanza, una rielaborazione di qualcosa di già esistente.

Anche le creature più fantasiose create dalla mente altro non sono che incroci di esseri reali ed accettare tutto questo è un passo di consapevolezza che Picasso espresse in modo perfetto.
Il copiare-prendere in prestito-rubare in genere avviene in modo inconsapevole; l’artista semplicemente percepisce ed osserva ciò che incontra, ad esempio la natura o il lavoro di altri, assorbe come una spugna, poi introietta, magari rimuove e dimentica.
La fase successiva è rielaborazione e trasformazione, un’opera di remix che risulta nel parto di qualcosa che può essere percepito come originale e nuovo.

Ho trovato molto interessante il video che trovi sotto, tratto da una conferenza TED a proposito di tutto ciò. E’ una lezione tenuta da Kirby Ferguson, scrittore e regista, che ci prende per mano in un viaggio affascinante nei percorsi della creatività.
Sono riflessioni che possono scuotere quello che è il concetto stesso di “originalità”, in particolare se applicati al mondo della fotografia, dove la questione è tabù e spesso fonte di grandi polemiche.
La creatività viene da fuori e non da dentro, dipendiamo gli uni dagli altri, scrittori e cuochi l’hanno capito da secoli. Per molti fotografi accettare questo non è un atto di mediocrità ma una liberazione.

Per chi mastica poco l’inglese questo è il link alla versione sottotitolata del video.
Prenditi 10 minuti e guardatelo tutto, con calma, fino in fondo, ne vale la pena.
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