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Amore remoto

Amore remoto – Copyright 2017, Pega

Quando ero piccolo mi capitava di veder uscire una coppia dal palazzo accanto a quello in cui abitavo. Un uomo ed una donna, che a me parevano molto attempati, ma che a pensarci ora avranno avuto ad esagerare una quarantina di anni.
Era evidente a tutti che si amavano, lo vedevi da come si guardavano, dalle piccole effusioni ed attenzioni che si scambiavano, ma sopratutto dalla gioia con cui prendevano il loro tandem e se ne andavano pedalando felici.
Per me, ancora bambino, erano una sorta di simbolo, rappresentavano l’idea stessa delle persone innamorate.
Ebbi modo di incrociarli per alcuni anni poi, crescendo, le mie abitudini cambiarono, forse anche le loro, e li persi di vista.
Non so dire bene il perché, ma il ricordo di quella coppia mi è sempre rimasto: una sorta di immagine quasi cinematografica dei due amanti sorridenti sulla bici a due posti.
Poi l’altro giorno, andando a trovare mio padre, ho scorto quel loro tandem in un angolo del cortile. Adesso è rugginoso e disfatto, un rudere evidentemente abbandonato da anni.
È stato uno strano momento triste. Non so niente di quelle persone o della loro storia, di come hanno passato gli ultimi decenni e se sono ancora tra noi, ma il tandem era lì ad indicare un passato ormai lontano.
E così adesso, insieme alle fotografie mentali dei due innamorati in bici, leggermente sfocate, delicate ed un po’ labili come e più di qualsiasi foto analogica, ho anche una foto digitale del loro tandem.
Devo dire che, nonostante la mia passione per la tecnologia, si tratta di un caso in cui propendo decisamente per le prime.

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Sorry, no more fuel...

Sorry, no more fuel… – © Copyright 2009 Pega


Rieccomi a proporti quella che ormai è una consolidata tradizione di questo blog: la “missione fotografica” del fine settimana.
Come sai, da tempo sostengo che uscire con una sorta di incarico predefinito sia un ottimo modo di stimolare la propria creatività fotografica, oltre che occasione per capire sempre meglio lo strumento che abbiamo in mano.
La condivisione dei risultati di queste semplici missioni è poi una naturale prosecuzione e quindi ti invito a commentare questo post con qualcuno dei tuoi scatti.
Per questo weekend il tema è un genere che da sempre trovo ricco di stimoli ed affascinante: l’esplorazione urbana.
Le nostre città sono ricche di luoghi misteriosi, spesso abbandonati o lasciati al loro destino. Sovente questi angoli sono ad un passo da zone frequentate, altre volte bisogna spingersi in periferia, ma quel che conta è che la decadenza ed i segni del tempo marcano alcuni scorci in modo particolare, fotograficamente interessante.
Il tema è ampio e può riguardare anche ciò che abbiamo davanti ogni giorno ma che, se osservato con spirito esplorativo, può cambiare aspetto. Parlo dei segni del tempo che scendono inesorabili sugli oggetti e sugli edifici, i dettagli di cose ormai in disuso o anche oggetti comuni come il sellino arrugginito di una vecchia bicicletta abbandonata.
Dato che a volte esplorare vuol dire anche penetrare in luoghi diversi dal solito, raccomando rispetto per la proprietà altrui e sopratutto massima prudenza!
Buon divertimento e buon weekend!

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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L’inizio non è altro che il proseguimento della fine.
Non credo proprio che quelli del Daily Mail abbiano eseguito il mio ultimo weekend assignment del 2016, eppure quando mi sono trovato davanti alla fantastica sequenza di scatti pubblicati dal noto giornale inglese, non ho potuto fare a meno di pensarci. Sono foto scattate esattamente secondo il tema proposto e quindi non resisto, devo segnalartele perché si tratta di una coincidenza troppo carina.
Scene e facce del “dopo la festa”, atmosfere di gioia e delusione, umanità nel ridicolo e nel ludibrio, amicizia e stanchezza, ma spesso nient’altro che abuso di alcool.
Sarà una deformazione personale ma trovo in queste immagini il riflesso di un’epoca. Peccato che sia quella in cui ci troviamo…
🙂

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Hotel del Salto - ColombiaCi sono immagini, come quella sopra, che fanno scattare idee utopiche di avventura. Sogni di missioni fotografiche impossibili in zone impervie ed isolate, magari pericolose, alla ricerca di gioielli come quello raffigurato: un hotel abbandonato sul fiume Bogotà, in Colombia, nei pressi delle cascate Tequendama. Fu costruito nel 1924 e dopo decenni di alterne fortune, è stato chiuso negli anni novanta, pare a causa di una infestazione di fantasmi, ma alcuni dicono che la vera causa sia il tremendo inquinamento del fiume.
Sebbene i luoghi decadenti ed abbandonati siano una delle mie passioni fotografiche, so bene che non andrò mai nella giungla colombiana in cerca di alberghi infestati, è una fantasia e forse potrebbe non valerne nemmeno la pena. Ma ci sono missioni simili ben più fattibili, più alla portata di noi comuni mortali e se sognare è gratis, far qualcosa nella realtà è meglio.
In Italia abbiamo (fortunatamente o purtroppo?) un buon numero di gioielli abbandonati e proprio nella stessa lista che riportava l’Hotel colombiano, c’era questo:

Craco, Italia
Si tratta di Craco, un paese di origine medievale in provincia di Matera. Fu evacuato nel 1963 a causa di una pericolosa instabilità ed imminenti crolli; da allora è abbandonato.
Scommetto che i fantasmi italiani sono più simpatici e disponibili ai ritratti fotografici, di quelli colombiani. Che aspettiamo ad andarci?
🙂

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20130203-190959.jpg

Il ritratto di un fotografo è una sorta di cortocircuito, un cerchio che si chiude. Quando poi il fotografo è un grande maestro, un protagonista della storia di questa forma d’arte, allora l’immagine assume un fascino tutto speciale, almeno per me.
É il caso di questo ritratto di Eugene Atget, il grande fotografo francese che visse a cavallo tra ottocento e novecento, considerato da molti come uno dei padri della fotografia moderna.
Fotografò per oltre trenta anni la sua Parigi, un lavoro immane di oltre 10.000 negativi (che per i tempi erano un’infinità) teso a documentare una città che si stava trasformando, modernizzando, e che Atget fissava non tanto con atteggiamento artistico quanto con un approccio che potrebbe essere definito come commerciale. Molti suoi scatti erano infatti realizzati per fornire materiale ai pittori ed agli illustratori di libri sulla città.
In questa sua ricerca Atget espanse le possibilità della fotografia e sviluppò un suo linguaggio fatto di poesia ed estetica formale che lo consacra tra i più importanti artisti della storia della fotografia.
Ed eccolo qui Eugene Atget, dopo quasi un secolo, qui sul tuo monitor.
Guardalo negli occhi, mentre si sta facendo fare un ritratto da Bernice Abbott in un bel pomeriggio del 1927.
Un cortocircuito con i fiocchi.

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pluto's realm

© Copyright Elena Filatova – http://www.elenafilatova.com

Il plutonio prende il suo nome da Plutone, dio dei morti che regna sul mondo degli inferi. E’ estremamente tossico e pericoloso, l’emivita del suo isotopo 239 è oltre 24.000 anni.
Ma non è tra gli inferi che si sposta con la sua motocicletta una fotografa di nome Elena Filatova, ma tra le rovine abbandonate di una tra le zone più avvelenate da materie radioattive: la cosiddetta “dead zone”, l’area a nord di Kiev che si estende per molti chilometri intorno alla centrale di Chernobyl.
Elena, saggiamente munita di un dosimetro per monitorare la sua contaminazione, visita ormai da anni questa area rurale cosparsa di piccoli centri urbani abbandonati dopo il devastante incidente nucleare del 1986, lavorando ad un progetto fotografico che ha condensato in un libro dal titolo Pluto’s Realm (Il regno di Plutone).
Sul suo sito www.elenafilatova.com si possono trovare molte sue foto insieme ad  alcune informazioni su questo progetto piuttosto particolare e non privo di rischi. E’ un tema fotografico che personalmente trovo affascinante, specie quando descrive la capacità della natura di riappropriarsi degli spazi, nonostante le avversità e l’ostilità delle condizioni.
Chi fosse interessato al libro può scrivere a elena@elenafilatova.com per ordinarlo e riceverlo facendo una piccola donazione.

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Sorry, no more fuel...

Sorry, no more fuel... - © Copyright 2009 Pega

Rieccomi a proporti quella che ormai è una piccola tradizione di questo blog : la “missione fotografica” del fine settimana.
Come sai, sono convinto che uscire con una sorta di incarico sia qualcosa di divertente che può facilmente fornire spunti creativi ed anche stimolare a capire meglio lo strumento che abbiamo in mano.

La condivisione con gli altri dei risultati di queste semplici missioni è poi una naturale prosecuzione e per farlo non hai che da mettere, in un commento a questo articolo, il link al tuo album Flickr o a qualsiasi altra piattaforma di condivisione su cui avrai messo i tuoi scatti.

Per questo weekend il tema è un genere che mi appassiona : il decay.

I segni del tempo che scendono inesorabili sugli oggetti e sulle costruzioni lasciate senza cura, vecchi edifici in rovina o anche dettagli di cose di tutti i giorni come il sellino arrugginito di una vecchia bicicletta.
Il decay lo puoi trovare ovunque, basta uscire e cercarlo. Spesso è appena dietro l’angolo e non è necessario addentrarsi in luoghi abbandonati, però se ti capiterà usa la massima prudenza perchè questo tipo di ambienti è tipicamente pieno di insidie.
Per fotografare il decadimento con efficacia può essere importante scegliere luce e trattamento in modo da esaltare la drammaticità della scena e trasmettere all’osservatore emozioni forti.

Bene, in questo weekend prova quindi a cercare e fotografare il decadimento, fanne il protagonista di qualche tuo scatto e poi, se vuoi, mostracelo postando un commento con il link alla tua foto.
Condividere con tutti i lettori del blog è divertente ed interessante e può portare a vedere la tua foto visitatori che la apprezzeranno.

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