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Posts Tagged ‘ottocento’

Edward S. Curtis

Edward S. Curtis

Edward S. Curtis non è un nome che proprio tutti conoscono.
Esploratore, etnologo e fotografo, dedicò gran parte della sua vita a documentare l’epopea del Far West e dei nativi americani, popolo che ammirò e studiò, divenendone profondo conoscitore.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento Curtis viaggiò a lungo in tutto il Nord America, con l’intenzione di immortalare le tribù di nativi americani che stavano già allora scomparendo. Realizzò in questo modo un importante lavoro di documentazione che comprendeva immagini descrittive di personaggi, usi e costumi di oltre 80 tribù. Questa raccolta fu intitolata “The North American Indian” ed è tutt’ora considerata una delle opere di documentazione più importanti del settore, tanto che Curtis è spesso definito come il “cantore degli indiani d’America”.
Si possono trovare facilmente in rete molte immagini appartenenti a questa raccolta che, anche solo dal punto di vista puramente fotografico, è un vero capolavoro con ritratti davvero stupendi.

Medico della tribù dei Corvi, 1908

Medico della tribù dei Corvi – Edward S. Curtis, 1908

Uomo Pellerossa, 1907

Uomo Pellerossa – Edward S. Curtis , 1907

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Fratelli Cannata 1899Chicago 1899, sul quotidiano locale c’è una piccola pubblicità in lingua italiana: è l’annuncio promozionale di uno studio fotografico.
I Fratelli Cannata erano tra i tanti emigranti italiani che negli Stati Uniti avevano trovato la loro strada; nel loro caso si trattava di un florido business supportato dalle crescenti esigenze che caratterizzavano il passaggio di secolo della società americana.
Come si può leggere, lo studio Cannata non si poneva molti limiti ed offriva i propri servigi su un ventaglio molto ampio di generi fotografici: dai ritratti alle immagini di interni, dai paesaggi alle foto di cadaveri ed il fatto che l’annuncio fosse pubblicato nella nostra lingua dimostra chiaramente l’intenzione di rivolgersi alla crescente comunità italiana.
Nel 1899 la fotografia era ancora giovane ma la sua importanza già ben delineata e, specie negli Stati Uniti, quello delle immagini fotografiche era un boom a tutti gli effetti, tanto che i Cannata si proponevano anche come struttura formativa in grado di assicurare un futuro ai propri adepti.
Non sappiamo quanti fotografi si siano formati in quello studio, quel che è certo è che i loro scatti sono ancora in circolazione e si trovano tutt’ora in vendita, anche su Ebay, stampe con il timbro dello studio fotografico dei Fratelli Cannata.

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Buzzer the catIl fotografo Arnold Genthe visse a cavallo tra ottocento e novecento. Divenne celebre per i suoi scatti che descrivevano la Chinatown di San Francisco ed anche il reportage sul devastante terremoto che colpì questa città nel 1906. Nella sua carriera si occupò anche di figure dello spettacolo e uomini politici, ma in pochi sanno della sua vera passione fotografica: il suo amato gatto Buzzer, che fotografò molte volte, da solo o in compagnia di persone più o meno importanti.
È proprio Buzzer quello ritratto nella foto sopra, anzi uno dei Buzzer. Sì, perchè in realtà Genthe ebbe vari gatti tutti chiamati con lo stesso nome!
🙂

BuzzerBuzzerBuzzer

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Kodak_Uomo_che_legge

Uomo seduto che legge, 1888. Collezione del National Media Museum/Kodak Museum

“You Press the Button, We Do the Rest”
(tu premi il bottone, noi facciamo il resto).
E’ uno slogan che forse non ricordi perché risale a centoventicinque anni fa. Lo inventò George Eastman per il lancio della prima macchina fotografica Kodak destinata al grande pubblico.
Era un modello rudimentale ma innovativo e fu messo sul mercato al prezzo di 25 dollari, una cifra allora considerata abbordabile dalla classe media americana, più o meno equivalente a 600$ di oggi.
Quello sopra è uno scatto realizzato nel 1888 da uno dei tanti comuni acquirenti di questa semplice fotocamera che, sebbene paragonata alle nostre di oggi appaia come poco più di una scatola, rappresenta un fondamentale punto di svolta e un importante cambiamento. Con questa idea Kodak fu capace di portare la macchina fotografica in migliaia di case, ma anche in un terreno che allora era ancora da esplorare, quello della fotografia per tutti.

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Fotocalcografia di Victor Hugo - circa 1883

Fotocalcografia di Victor Hugo – circa 1883

Se un giorno ti dovesse capitare di vedere una fotocalcografia, fermati ad ammirarla. È una primordiale ma sofisticata tecnica di stampa su cui lavorarono pionieri della fotografia come Fox Talbot e Nicéphore Niépce, alla ricerca di un metodo per ottenere stampe durature e non affette da problemi di sbiadimento nel tempo. Talbot brevettò il metodo nel 1852 chiamandolo photographic engraving: un processo di trasferimento dell’immagine fotografica su una lastra metallica da cui poi si otteneva la stampa su carta, usando una tradizionale pressa meccanica.
La fotocalcografia (photogravure) è uno dei più complessi processi di stampa foto-meccanica e permette di raggiungere livelli di qualità e profondità della scala tonale ineguagliabili con altre tecniche.
Purtroppo si tratta di un’eredità del periodo della sperimentazione fotografica di metà ottocento che stiamo perdendo ed è un gran peccato, perchè si tratta di una tecnica dal potentissimo impatto visivo.
Oggi sopravvivono pochissimi artigiani in grado di realizzare questo tipo di stampa. L’nsieme di complessità e delicatezza delle operazioni che richiede è notevole ed in tutto il mondo si contano ormai al massimo una mezza dozzina di laboratori ancora capaci di realizzare una fotocalcografia.

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Steiglitz
Quinto appuntamento con un fotografo fotografato. È il turno del grande Alfred Stieglitz, immortalato nel 1902 da Gertrude Käsebier.
Il suo è un nome assoluto: vissuto a cavallo tra ottocento e novecento è l’uomo a cui la fotografia deve il suo riconoscimento di forma d’arte vera e propria. Prima di lui il ruolo del fotografo era essenzialmente legato ad una funzione informativa e documentativa ma nei primi anni del novecento il movimento Photo-Secession, creato da Stieglitz, contribuì molto a dare corpo artistico all’opera Fotografica, regalandole piena libertà di espressione ed un posto importante nell’arte moderna.
Prometto che parlerò più approfonditamente di questo grande fotografo in qualche futuro post, nel frattempo facciamone la conoscenza gustando questo intenso ritratto realizzato dalla Käsebier, fotografa non famosissima ma comunque importante. Fu paladina dei diritti civili dei nativi americani e tra le prime a capire le grandi possibilità di carriera in ambito fotografico anche per le donne.

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I precedenti cortocircuiti fotografici:

#1: Eugene Atget fotografato da Berenice Abbott
#2: Berenice Abbott fotografata da Hank O’Neal
#3: Edward Weston fotografato da Tina Modotti
#4: Tina Modotti fotografata da Edward Weston

 

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Il ritratto di un fotografo è una sorta di cortocircuito, un cerchio che si chiude. Quando poi il fotografo è un grande maestro, un protagonista della storia di questa forma d’arte, allora l’immagine assume un fascino tutto speciale, almeno per me.
É il caso di questo ritratto di Eugene Atget, il grande fotografo francese che visse a cavallo tra ottocento e novecento, considerato da molti come uno dei padri della fotografia moderna.
Fotografò per oltre trenta anni la sua Parigi, un lavoro immane di oltre 10.000 negativi (che per i tempi erano un’infinità) teso a documentare una città che si stava trasformando, modernizzando, e che Atget fissava non tanto con atteggiamento artistico quanto con un approccio che potrebbe essere definito come commerciale. Molti suoi scatti erano infatti realizzati per fornire materiale ai pittori ed agli illustratori di libri sulla città.
In questa sua ricerca Atget espanse le possibilità della fotografia e sviluppò un suo linguaggio fatto di poesia ed estetica formale che lo consacra tra i più importanti artisti della storia della fotografia.
Ed eccolo qui Eugene Atget, dopo quasi un secolo, qui sul tuo monitor.
Guardalo negli occhi, mentre si sta facendo fare un ritratto da Bernice Abbott in un bel pomeriggio del 1927.
Un cortocircuito con i fiocchi.

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Robert Cornelius

Era l’Ottobre del 1839. Robert Cornelius era un esperto di chimica e metallurgia che lavorava al servizio di una coppia di imprenditori americani nel neonato e promettente settore della fotografia: Joseph Saxton e Paul Beck Goddard.
Negli Stati Uniti il metodo inventato dal francese Daguerre ed importato oltreoceano da Samuel Morse (si quello del codice telegrafico) si stava spandendo a macchia d’olio.
Uno dei maggiori limiti di questa nuova industria era però la lentezza del processo.
Il dagherrotipo infatti, oltre a richiedere una lunga e laboriosa preparazione della lastra ed una serie di attente operazioni per lo sviluppo, necessitava anche di esposizioni lunghssime. Ciò limitava molto le possibilità di sfruttamento dell’idea a fini ritrattistici perchè era davvero molto difficile far stare perfettamente immobili i soggetti per decine di minuti.
Per questo, come molti altri in contemporanea, i datori di lavoro di Cornelius stavano cercando una strada per abbreviare questi tempi, sfruttando tecniche meccaniche, fisiche e chimiche.
Fu così che durante una serie di esperimenti che combinavano una particolare tecnica di lucidatura della lastra con l’uso di un accelerante chimico, Cornelius decise di effettuare un autoritratto.
Tolse il tappo all’obiettivo e si piazzò davanti alla fotocamera per poco più di un minuto.
Il risultato non fu niente male per il brevissimo tempo di esposizione utilizzato e fu così che la sua tecnica fu perfezionata e contribuì significativamente allo sviluppo di questo settore.

Ma quel che forse più conta è che questo fu sicuramente il primo autoritratto della storia della fotografia.
E’ un’immagine in cui appare  un giovane un po’ scapigliato ma molto attento e concentrato sul suo lavoro. Alcuni studiosi considerano questa lastra addirittura come il primo vero ritratto ravvicinato di una persona eseguito con una tecnica fotografica.
Il “self” di Robert Cornelius fa parte dell’archivio Daguerreotype collection della Library of Congress, consultabile anche online.

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George Bernard Shaw

George Bernard Shaw, London 1888 - Collection of the National Trust

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George Bernard Shaw, lo scrittore e premio Nobel Irlandese, non fu solo un drammaturgo, ma anche un grande appassionato di fotografia e lo testimonia una enorme collezione di oltre 20.000 sue foto che lasciò in eredità al National Trust.

Adesso sembra che questa associazione, che opera in difesa dei patrimoni culturali, stia ultimando la digitalizzazione e la successiva messa on line di questa notevole raccolta di stampe e negativi in cui lo stesso Shaw appare spesso come soggetto.

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GBS autoritratto con studio della luce - Collection of the National Trust

GBS si era molto interessato alla fotografia, sicuramente almeno a partire dal 1898 ed in questa collezione si va da autoscatti e studi sulla luce, a semplici immagini di momenti di vacanza, passando per  formali ritratti in studio di parenti e amici. Tra questi la bellissima attrice Patrick Campbell, con la quale ebbe una relazione, il compositore Edward Elgar ed il famoso esploratore antartico Capitano Scott.

Alcuni ritratti dello stesso Shaw, presenti nella raccolta, furono poi scattati da TE Lawrence, detto anche Lawrence d’Arabia.

I curatori del progetto si stanno ancora interrogando sull’opportunità di pubblicare o meno scatti così privati di una figura che tradizionalmente è sempre stata disegnata come seria e rigorosa, ma credo che alla fine prevarrà la voglia di rendere disponibile a tutti un tesoro di immagini così ricco di situazioni e figure emblematiche.

Shaw

Barca a vela sul Tamigi, 1906 - Collection of the National Trust

Posso scommetere che la collezione sarà pubblicata integralmente e potremo anche vedere il grande George Bernard Shaw in costume da bagno, tutto tranquillo a prendersi la tintarella sulla spiaggia 🙂

Non è ancora stato definito con  certezza ma probabilmente il sito da cui si potrà accedere alla visualizzazione della collezione sarà quello del National Trust.

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atget

Saint Cloud, 1921 - Eugene Atget

È una foto affascinante, un capolavoro di composizione. Osservala nei dettagli.
L’elemento fondamentale, il triangolo, è il cardine di tutta l’immagine. Ci sono gli alberi triangolari, le ombre, ma anche gli spicchi di spazio e di sfondo che l’autore ha cercato e trovato posizionando con grande cura la sua macchina fotografica. E’ bello scovarli via via nella foto, scoprendone di nuovi ogni volta ed intuendo che ce ne potrebbero essere molti di più di quanto non sembri a prima vista.
E’ un celebre scatto di Eugène Atget, uno dei più grandi maestri della Fotografia del Novecento.
Atget nacque a Libourne (Bordeaux) nel 1857 e, dopo un’infanzia non facile ed anche alcuni anni di vita di mare come mozzo nella marina mercantile francese, scoprì una vocazione artistica che lo condusse ad entrare in una compagnia teatrale. Non fu una lunga carriera, dei problemi alle corde vocali lo costrinsero a cambiare attività, ma l’attrazione per l’arte lo avvicinò all’ambiente della pittura.

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Ragpicker 1899 - Eugene Atget

Atget scoprì presto che attraverso la fotografia avrebbe potuto sia mantenersi che dar sfogo alla sua vena creativa. Iniziò così un’attività che lo vide pioniere nella fotografia architettonica e di strada e si specializzò in soggetti cittadini che vendeva ai pittori di Montparnasse.
Non aveva formazione di base in arti visive ma solo un gran talento oltre ad un notevole interesse ed amore per una Parigi che stava ormai cambiando, cedendo alla progressiva modernizzazione.
Questo amore lo portò a cercare inquadrature e scorci che ritraevano una città che si sarebbe presto modificata e fu proprio così che ad un certo punto la Biblioteca Nazionale di Francia, valutando l’interesse documentaristico del suo lavoro, acquistò tutta la sua produzione.
Atget morì nel 1927 ed il suo successo fu praticamente tutto postumo.
E’ considerato uno dei grandi, uno dei principali pionieri della fotografia documentaristica e di strada ed è uno dei miei fotografi preferiti in assoluto.

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