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Posts Tagged ‘estetica’

 food photography

Photo by Sandy Suffield/Dan Matthews/Jack Sargeson

Anche l’occhio vuole la sua parte? Forse sarebbe meglio di no.
Se c’è un ambito dove la fotografia esalta al massimo il suo lato oscuro di modifica della realtà, è quello della cosiddetta food photography.
Quando vediamo fotografie di cibo, belle immagini di pietanze succulente che magari ci fanno venire l’acquolina in bocca, ecco: è spesso tutto piuttosto falso.
Schiuma da barba al posto della panna, olio motore come sugo, cera da scarpe per brunire la carne e vernici spray per colorare i dolci, si tratta di roba non più commestibile perché i fotografi specializzati in questo genere sono dei professionisti degli effetti speciali ed artisti dell’alterazione estetica.
Se anche tu, come me, ami lo still life ed ammiri chi sa fare queste magie, ti suggerisco un curioso progetto denominato Faking-it realizzato da Sandy Suffield, Dan Matthews e Jack Sargeson, dedicato proprio ai segreti della food photography.
Spero avrai apprezzato la mia scelta di pubblicare questo post solo “dopo” le abbuffate pasquali; declino comunque ogni responsabilità sugli effetti che tale esperienza potrebbe avere sui tuoi futuri gusti alimentari 🙂

[Fonte: npr.org]

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Il ritratto di un fotografo è una sorta di cortocircuito, un cerchio che si chiude. Quando poi il fotografo è un grande maestro, un protagonista della storia di questa forma d’arte, allora l’immagine assume un fascino tutto speciale, almeno per me.
É il caso di questo ritratto di Eugene Atget, il grande fotografo francese che visse a cavallo tra ottocento e novecento, considerato da molti come uno dei padri della fotografia moderna.
Fotografò per oltre trenta anni la sua Parigi, un lavoro immane di oltre 10.000 negativi (che per i tempi erano un’infinità) teso a documentare una città che si stava trasformando, modernizzando, e che Atget fissava non tanto con atteggiamento artistico quanto con un approccio che potrebbe essere definito come commerciale. Molti suoi scatti erano infatti realizzati per fornire materiale ai pittori ed agli illustratori di libri sulla città.
In questa sua ricerca Atget espanse le possibilità della fotografia e sviluppò un suo linguaggio fatto di poesia ed estetica formale che lo consacra tra i più importanti artisti della storia della fotografia.
Ed eccolo qui Eugene Atget, dopo quasi un secolo, qui sul tuo monitor.
Guardalo negli occhi, mentre si sta facendo fare un ritratto da Bernice Abbott in un bel pomeriggio del 1927.
Un cortocircuito con i fiocchi.

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Viviamo in un’epoca visuale, dove la tecnologia ci ha aperto le porte verso nuove possibilità, nuove percezioni.
Oggi abbiamo a disposizione immagini straordinarie generate da strumenti come microscopi, telescopi, fotocamere ad alta velocità o su spettri di frequenze non visibili, che ci permettono di accedere a visioni che i nostri predecessori potevano solo immaginare.
Sono contenuti che spesso esprimono un valore che supera quello scientifico: di frequente, infatti, siamo davanti a qualcosa dal forte spessore estetico, e perché no… artistico.
Questi nuovi stimoli a cui siamo sottoposti non sono quindi solo una fonte di informazione e cultura ma rappresentano anche nuove opportunità di ispirazione ed un nutrimento per la nostra creatività.

Il video sotto è una piccola raccolta di questo tipo di stimoli: attraverso la voce di alcuni scienziati, il filmato racconta come dimensioni e distanze non siano più barriere e che attraverso i passi avanti che sono stati fatti dalla tecnologia, siamo riusciti a vedere l’universo, il tempo e l’umanità, sotto una luce diversa.

Trovo sia interessante tenere tutto ciò a mente quando usiamo le nostre fotocamere o smartphone dotati di caratteristiche e prestazioni che fino a pochi anni fa erano solo nella fantasia di alcuni lungimiranti sognatori.
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Ho trovato le immagini di una curiosa iniziativa portata avanti da un anonimo street artist di Amburgo che ha incollato delle toolbar di Photoshop su alcuni manifesti pubblicitari.
Il tema è già in discussione da tempo ed il messaggio ben chiaro: il fotoritocco, specie quando così costantemente applicato alla comunicazione pubblicitaria, ha cambiato in modo importante la nostra idea di bellezza.
Siamo forse al ridicolo, ma ormai sembra quasi che se una figura femminile non appare “evidentemente” ritoccata non riesca a far presa sul consumatore. Un po’ inquietante ma il sospetto è che la questione sia proprio così: gli occhi del pubblico ormai sono assuefatti alla postproduzione, fin quasi a renderla necessaria. Può darsi?
Di sicuro il nostro anonimo “appiccicatore di toolbar” ha stimolato ulterioremente la discussione e si è fatto notare dal marchio oggetto della sua azione, che si è trovato a dover pubblicare una nota di rassicurazione sull’originalità del colore della pelle della modella…

[Fonte Newser]

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Nude woman - Edward Weston

Nude woman – Edward Weston

Magari non ci hai mai pensato e forse per alcuni non è una cosa a livello cosciente, però per molti fotografi esiste una foto che rappresenta un personale punto di riferimento. È quella che in un più o meno remoto passato ha fatto scattare qualcosa e, almeno in parte, è “responsabile” della nascita di un interesse particolare per la Fotografia.
Non è assolutamente detto che si debba trattare di uno scatto di qualche fotografo importante, ma nel mio caso l’immagine che ritengo la principale indiziata è una famosa foto di Edward Weston. La vedi qui a fianco: Nude woman, un capolavoro che il grande maestro del bianco e nero scattò nel 1936.
Ne rimasi affascinato da ragazzino e resta a tutt’oggi una delle foto che amo di più in assoluto, per l’insieme di armonia, grazia, rigore, sensualità, talento e grandissimo senso estetico che rappresenta. Almeno per me.

E tu cel’hai una foto che ti ha “avvicinato alla fotografia”?

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Leaf Pattern Imogen Cunningham

Leaf Pattern, circa 1929 - Imogen Cunningham

Imogen Cunningham aveva iniziato a fotografare da ragazzina, sul finire dell’800, ma poi se ne era disinteressata dedicandosi completamente agli studi di chimica finchè la sua strada tornò ad incrociarsi con il mondo della produzione di immagini.
Si laureò infatti proprio con una tesi sui processi chimici per lo sviluppo fotografico e fu così che il suo talento trovò la via per sbocciare.

La passione per la ricerca tecnica volta al miglioramento della qualità delle immagini e delle stampe si sposò perfettamente con un gusto estetico senz’altro fuori dal comune, facendone un’artista apprezzata già nella prima metà del novecento.
Negli anni quaranta Imogen entra a far parte del gruppo f/64 divenendo un componente di spicco del movimento della straight photography con  lavori che ricevono notevole apprezzamento e la accompagnano in una lunghissima cariera che la porta, quasi novantenne, fino all’esposizione presso il MOMA di new York negli anni ’70.

Credo che una delle parti più affascinanti dell’opera di Imogen Cunningham sia quella da lei svolta negli anni trenta, quando iniziò il suo approfondimento verso la fotografia botanica, intrapreso con una intrigante attrazione non tanto verso il vegetale in quanto tale ma più per quello che questo era in grado di trasmettere in fotografia.
La pianta diviene quasi un astratto, con tratti che si formano grazie all’incrocio tra linee naturali, ombre, sovrapposizioni di foglie e luce drammatica.

E’ quasi come se Imogen avesse creato un nuovo modo di vedere, in parte oggettivo ed in parte soggettivo, in ogni caso molto potente ed evocativo.
Un tratto distintivo di questa grande protagonista della fotografia del novecento.

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Paul Strand - Toadstool-and-grasses-1928

Toadstool and Grasses - Georgetown, Maine 1928 - Paul Strand

In questa fotografia che Paul Strand realizzò nel 1928 c’è la sintesi di una delle sue affermazioni più importanti. Strand diceva che per usare onestamente la fotografia si deve avere un reale rispetto per ciò che ci si trova davanti ed esprimerlo attraverso un insieme di valori tonali quasi infinito.

Se la seconda parte della frase si riferisce ad aspetti tecnici ed estetici, la prima parte è invece riferita a qualcosa che può essere definito come “moralità fotografica”.

Questo rispetto, che trasforma il soggetto da occasione a ragione di una fotografia era il concetto di base di quel movimento a cui Strand apparteneva denominato straight photography.

Lo stesso Strand riuscì solo nella fase matura della sua carriera ad essere veramente coerente con questa filosofia, quando abbandonata ogni sperimentazione si dedicò ad una fotografia calma e naturale.
La famosa foto del fungo rimane uno degli scatti più influenti di questo periodo del grande fotografo. Non si tratta, come potrebbe  apparire a prima vista, della descrizione fredda e scientifica un soggetto botanico ma piuttosto della realizzazione di un panorama in miniatura.
L’immagine è composta rigorosamente, con quell’attenzione alla luce ed agli spazi che in precedenza era stata tipicamente dedicata solo alla rappresentazione delle grandi viste naturali o dei panorami. Il riferimento è a quella fotografia nauralistica e di paesaggio che specie nella seconda metà dell’ottocento era stata realizzata dai grandi maestri che avevano scoperto (visualmente) il nuovo continente.

Esauriti i grandi spazi, quella di Strand era una nuova forma di esplorazione, matura, intima ed attenta, completamente dedicata il microcosmo naturale.

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