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Forse non ti metterai comodamente sul divano a vedere questo video che oggi voglio riproporti. Forse non lo farai perché sembrano tanti i cinquanta minuti che parlano della vita e del lavoro dei fotografi del National Geographic.
E invece vale tutto il tempo che richiede questo documento realizzato diversi anni fa e dedicato ad un gruppo di professionisti appassionati che ha avuto un ruolo così importante nella storia recente della fotografia.
Tu fai come preferisci, io me lo sono ri-gustato con calma e piacere, dopo averlo visto già qualche anno fa, cogliendo anche l’occasione per rifare un piccolo esperimento: annotarmi, via via, alcune parole chiave, keyword di sintesi dell’intero filmato.
Se non hai voglia di vedere il video puoi sempre accontentarti di queste.
Eccole qua: 🙂

Fascino romantico, difficoltà, rischi, pericolo, una vita pazzesca, malattie, malaria, burocrazia, rapine, violenza, affascinante, problemi, incidenti, insetti, schifo, jungla, scimmie, vermi che si infilano sotto la pelle, talento, arte, gusto, colore, ritratto, intimità, indiscrezione, ravvicinato, bellezza, orrore, abisso, squali, viaggio, tuffi, mare, savana, tenda, fango, erba, carcassa, ossa, cranio, amicizia, ricerca, natura, foresta pluviale, cultura, umanità, lavoro, vita, tragedia, mondo, facce, persone, mondo, globalizzazione, storia, sporco, civiltà, amore, povertà, tempo, gioia, sguardi… insomma: FOTOGRAFIA

Buona visione
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Common toad (Bufo bufo). Bristol. March

Common toad (Bufo bufo), Bristol. March – © Copyright Sam Hobson

Ho sempre avuto un debole per i fotografi naturalisti, per quell’idea romantica, un po’ da National Geographic anni ’70, dell’avventuriero che si addentra con il suo zaino fotografico in ambienti selvaggi.
Eppure, per trovare flora e fauna degni di scatti bellissimi non è sempre necessario spingersi in continenti lontani. Quando ho visitato il sito di Sam Hobson ne ho avuta conferma.
Sam è un fotografo inglese specializzato in immagini naturalistiche urbane, una vera e propria disciplina che chiunque può praticare senza muoversi dalla propria città. Nei suoi scatti appaiono falchi e gabbiani ma anche volpi, rane e piccioni, tutti immortalati a regola d’arte, proprio come nei documentari da luoghi esotici delle più note riviste.
E’ un tipo di fotografia che richiede pazienza e dedizione; Sam frequenta i suoi “spot” divenendone parte, gli animali pian piano si abituano a lui e non lo considerano più un potenziale pericolo. E’ così che riesce a scattare foto fantastiche a volpi ed uccelli rapaci, animali a volte difficili da avvicinare ma che, grazie a questo approccio, imparano a riconoscerlo e non temerlo. Proprio come succede con i fotografi naturalisti nel Serengeti…
Puoi trovare i suoi notevoli scatti su www.samhobson.co.uk
Adesso scusa ma devo andare, ho visto passare una tigre giù nel vialetto e non voglio perdermela… Chissà se torno 😀
 

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Leone

Lion – © Copyright Chris Johns / National Geographic


Mettendo in ordine vecchie riviste, mi trovo in mano un allegato al National Geographic di cui parlai tempo fa. È dedicato al famoso fotografo Chris Johns e tra le tante bellissime immagini, c’è questa foto.
E’ un leone che si muove fiero e deciso, un forte vento investe la sua criniera facendogli socchiudere gli occhi. L’atmosfera è quella di una tempesta di sabbia; sembra quasi di poterla percepire, sentendone il sibilo.
Johns accompagna questo scatto con un breve aneddoto: spiega che in quell’occasione scattò tre interi rullini a quel leone nella polvere, rovinando anche un’ottica e danneggiando la sua fotocamera, per tirarne fuori solo una foto buona, questa.
E’ una grande lezione che possiamo apprendere, un esempio di come l’istinto e l’esperienza possano guidare il fotografo nell’insistere a seguire e scattare ad un certo soggetto, anche in condizioni scomode o difficili, quando però si percepisce il sussistere di un’opportunità fotografica da cogliere fino in fondo.
Un insegnamento che, specie chi fotografa in digitale deve valutare, rallegrandosi di quanto ora, rispetto ai tempi della sola pellicola, sia tanto più facile continuare a scattare senza preoccuparsi troppo…
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(Chris Johns, dopo una splendida carriera come fotografo del  National Geographic Magazine , è stato nominato nel 2005 direttore (editor in chief), divenendo quindi il primo fotografo ad aver assunto questa carica nella storia della prestigiosa rivista)

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“Signal” di John StanmeyerSignal” di John Stanmeyer è la foto che, pochi giorni fa, ha vinto il World Press Photo of the Year 2013, il più importante premio mondiale di fotogiornalismo.
L’immagine, che fa parte del reportage “Il viaggio più lungo” pubblicato a Dicembre 2013 sul National Geographic, è stata scattata a Gibuti, il piccolo stato nel corno d’Africa divenuto tappa obbligata dei percorsi seguiti dai migranti provenienti dai paesi limitrofi. Si vedono alcune persone che alzano il cellulare in cerca di segnale. Sono somali, la spiaggia in cui si trovano è rivolta verso la terra da cui provengono e la speranza è di carpire un barlume di linea per entrare in contatto con i propri cari, inviare loro un messaggio rassicurante, dare un ultimo saluto prima di affrontare il vero viaggio.
Questo il commento di un membro della giuria, Jillian Edelstein: “È una foto collegata a tante altre storie e invita a discutere sui temi della tecnologia, della globalizzazione, dell’emigrazione, della povertà, della disperazione, dell’alienazione e dell’umanità. Si tratta di un’immagine molto raffinata, ricca di sfumature. È così sottilmente realizzata e in modo così poetico, sebbene sia piena di significato, da sollevare questioni di grande gravità e preoccupazione nel mondo odierno”.

A me la foto piace molto, per la sua solo apparente semplicità, ma anche per la forza che trae dal titolo, che la completa e la potenzia, dandole una gran forza evocativa. Uno dei tanti casi in cui immagine e parole ci regalano insieme un’opera d’arte di livello superiore.

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Steve McCurry

© Copyright Tim Mantoani

Ed eccoci al sesto appuntamento con un fotografo fotografato. Stavolta è il turno di un personaggio dei nostri giorni, il grande Steve McCurry, membro dell’agenzia Magnum ed importante interprete della fotografia di reportage con decenni di solida collaborazione con il National Geographic.
McCurry è ritratto con in mano il suo famosissimo scatto “ragazza afgana” reso celebre in tutto il mondo dalla pubblicazione sulla copertina della rivista nel 1985.
Questa immagine di McCurry è senz’altro particolare. Realizzata dal fotografo Tim Mantoani, fa parte del suo progetto “Behind Photographs” in cui Tim ha immortalato centocinquanta fotografi con in mano loro fotografie celebri. Nota molto distintiva di questo lavoro durato cinque anni, è il fatto che ogni immagine è stata scattata con una Polaroid di grande formato (20×24 pollici) con un costo stimato a scatto di almeno 200 dollari…
Dal progetto è nato un libro con cui Mantoani forse cerca anche di rientrare un po’ dei costi… 🙂
Qui il sito di Mantoani e sotto un interessante video a proposito del progetto.
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I precedenti “cortocircuiti fotografici”:

#1: Eugene Atget fotografato da Berenice Abbott
#2: Berenice Abbott fotografata da Hank O’Neal
#3: Edward Weston fotografato da Tina Modotti
#4: Tina Modotti fotografata da Edward Weston
#5: Alfred Stieglitz fotografato da Gertrude Käsebier

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“Don’t Forget To Say Hello”.
E’ in sintesi tutto qui il pensiero che ci trasmette Steve McCurry in un breve video che fa parte del progetto “One-Minute Masterclass” realizzato da Phaidon.
McCurry è uno dei fotogiornalisti e fotografi di strada più famosi del mondo. Membro dell’agenzia Magnum è l’autore del famosissimo ritratto della Ragazza Afgana reso celebre molti anni fa dal National Geographic, rivista con cui lavora ormai da tempo.

Per McCurry la fotografia di strada è il terreno su cui cogliere le opportunità più varie per entrare in contatto con persone di ogni angolo del mondo e realizzare ritratti intensi e suggestivi attraverso la creazione di un rapporto sincero tra fotografo e soggetto.
L’elemento del saluto è quindi per lui il biglietto da visita, la chiave per aprire la prima porta in modo rispettoso, cercando di porsi in modo il più possibile paritetico nei confronti della persona davanti all’obiettivo.
E’ un approccio alla fotografia di strada diverso da chi la interpreta alla ricerca di scatti rubati e situazioni spontanee dove il soggetto è totalmente inconsapevole. McCurry al contrario cerca il contatto e tenta di stabilire un dialogo con gli esseri umani che ha di fronte, quasi indipendentemente dalle barriere linguistiche che possono esistere.

Trovo molto bello questo punto di vista e ti consiglio questo minuto con Steve.
Il video è in inglese. A chi non è del tutto a suo agio con questa lingua consiglio comunque la visione… magari proprio immaginando di avere davanti questo signore con i baffi che racconta la sua storia a noi che con la nostra fotocamera siamo lì davanti, non comprendiamo bene la sua lingua ma… vogliamo fargli un ritratto.
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Il duello

Il duello - © Copyright 2011 Pega

Ti propongo una piccola riflessione.
E’ una domanda che nasce da un vecchio post in cui scrivevo a proposito delle motivazioni che ognuno di noi trova nella fotografia.
In quel post parlavo di quella spinta di base che ci spinge a dedicare energie e risorse a questa passione.
Non a tutti viene naturale di interrogarsi su questo e cercare di capire cosa c’è davvero sotto, che cosa crea questo interesse e tutto ciò che ne deriva. 
Partendo dalle risposte che possiamo soggettivamente dare a quella domanda oggi passo a fartene un’altra: stai facendo davvero quello che ti è possibile per raggiungere l’obiettivo di quella motivazione?
Cerco di spiegarmi meglio, magari banalizzando.
Supponiamo che io abbia come forte motivazione di fondo fare della fotografia il mio modo di contribuire al miglioramento della condizione umana e magari l’aspirazione a divenire un fotografo di una rivista importante tipo il National Geographic. Potrei sperare di arrivare a questo risultato senza cominciare prima o poi a sottoporre i miei lavori a qualche giornale, a propormi come collaboratore o assistente per qualche progetto? Avrei qualche chance a tal proposito rimanendomene a casa a far foto ai gatti?
Se la mia vera aspirazione fosse invece fare i soldi con la fotografia di moda potrei sperare di sfondare senza tentare di entrare nel settore, anche come competenze e conoscenze, magari frequentando qualche workshop di fashion?
Pensaci un attimo e chiediti se stai davvero facendo quello che il motore della tua passione ti chiede per arrivare a quell’obiettivo che, anche se a volte sembra non esserci… in realtà c’è.
E’ una domanda che può rivelare cose interessanti su noi stessi.

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