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ilford disposable

Non ci sono dubbi: la pellicola non è morta, anzi è viva e vegeta. Lo provano le tante iniziative che rifioriscono attorno a questa tecnologia fino a poco tempo fa data per spacciata, ma che negli ultimi tempi manifesta segni di grande vitalità. Lo dimostrano il successo di imprese come Impossible Project o la recente contesa di alcuni brevetti Kodak da parte di Apple e Google.
Un altro esempio di questa tendenza è anche il lancio sul mercato di prodotti che a modo loro sono innovativi, come queste due macchine fotografiche “usa e getta bianco e nero” create da Ilford attorno a pellicole di qualità come HP5 e XP2. Una scommessa che la dice lunga su quelle che sono le prospettive che alcuni produttori intravedono ancora in questo settore.
agfa optimaChe Ilford abbia successo o meno credo che non si possa che rallegrarsi di fronte a questo fenomeno che dimostra come la fotografia sia sempre fonte di sfide e rielaborazioni interessanti.
Quel che è sicuro è che non sembra all’orizzonte la scomparsa della pellicola, un supporto che resiste nonostante tutto, continuando ad affascinare vecchi e nuovi appassionati.
Ed io allora che faccio?
Ma certo: un investimento natalizio.
Ecco qui a fianco un mio nuovo gioiellino analogico arrivato oggi: una fiammante Agfa Optima del 1960 acquistata su Ebay alla roboante cifra di 3 sterline e mezzo.
🙂

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Trendy elements

Trendy elements - © Copyright 2009 Pega

Ormai ci siamo assuefatti al “quick cut”, quella precisa scelta di regia e montaggio che nel mondo del video opta per contuinui cambi di inquadratura, scene brevissime, dinamiche e veloci, quasi dei flash che si susseguono.

E’ una tendenza che nel corso degli anni si è sviluppata sempre di più. Partita in origine dal mondo dei videoclip si è trasferita ben presto in quello degli spot pubblicitari, per approdare ormai in qualsiasi produzione visiva: dalla fiction ai telegiornali, al cinema.

Dicevo che ormai ci siamo abituati, siamo stati pian piano “impostati” per sfruttare quella capacità del nostro cervello di saper “cogliere al volo” la sintesi, di “surfare” tra le informazioni audiovisive in un flusso sempre più veloce e denso, spesso ricchissimo di suggestioni pubblicitarie.

Personalmente però sto cominciando a provare una forma di rigetto nei confronti di questo stile. Una sorta di intolleranza.
Odio il quick cut perchè ha iniziato a farmi parzialmente perdere la capacità di fermarmi a guardare, godere di una scena, studiarne le caratteristiche con calma. E questo è tanto più grave se questa “superficialità” la andiamo ad usare con le fotografie.

Le foto vanno gustate. Già in precedenti post accennavo al piacere di studiare a fondo le immagini, di “ascoltarle” a lungo quasi come si fa con un pezzo musicale o anche come si assapora con calma un calice di buon vino.

Il quick cut è invece un atteggiamento, un’impostazione, un modo diverso di guardare che crea un’abitudine che tende ad allontanarci da tutto questo.
Ed è un gran peccato.

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