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Posts Tagged ‘progresso’

Once there was

Once there was – © Copyright 2010 Pega


Immagina se Daguerre o Talbot avessero subito inventato la fotografia a colori. Cosa sarebbe successo senza decenni di immagini monocromatiche?
C’è chi pensa che, se così fosse stato, il bianco e nero non avrebbe mai fatto la sua comparsa e ce lo saremmo perso.
Invece, per lungo tempo, i fotografi hanno maturato la loro sensibilià confrontandosi con una delle limitazioni più affascinanti della fotografia. Una limitazione che, insieme ad altre tipiche di questo media, come la profondità di campo, il tempo di esposizione, l’escursione tonale o la stessa inquadratura, rappresenta in realtà una grande ricchezza.

Il bianco e nero, non solo è stato una tappa fondamentale per gli artisti delle immagini, ma è tutt’ora vivo e vegeto.
Lo è così tanto che oggi siamo ad un curioso paradosso: in digitale scattiamo tutte le nostre foto a colori (i sensori sono costruiti per lavorare sempre a colori) e poi usiamo tecniche digitali, elaborate a bordo della macchina o in postproduzone, per trasformarle in un bianco e nero più simile possibile a quello che si faceva, meravigliosamente, con la pellicola monocromatica…

Insomma: la tecnologia che lavora alla ricerca di un perfetto passo indietro, per ritrovare un limite da tempo superato.
A volte il progresso è difficilmente distinguibile dal regresso.

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Evoluzione
Ho trovato questa immagine sulla pagina Facebook di Gabriele Chiesa.
E’ chiaramente una provocazione, ma è anche la sintesi del percorso di evoluzione tecnica che la fotografia ha compiuto nei suoi quasi due secoli di vita.
Insieme a questa evoluzione c’è stato, è innegabile, anche un qualche tipo di impoverimento: quello del valore specifico di ogni singola posa, ovvero quanto un singolo scatto conta rispetto a tutti quelli che vengono realizzati.
Può darsi che questo del valore specifico sia un concetto del tutto inutile, assurdo, forse sbagliato. Potrebbe però anche servire a fare un ragionamento su come è cambiata la fotografia e quanta strada è probabile che ancora debba essere fatta.

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ilford disposable

Non ci sono dubbi: la pellicola non è morta, anzi è viva e vegeta. Lo provano le tante iniziative che rifioriscono attorno a questa tecnologia fino a poco tempo fa data per spacciata, ma che negli ultimi tempi manifesta segni di grande vitalità. Lo dimostrano il successo di imprese come Impossible Project o la recente contesa di alcuni brevetti Kodak da parte di Apple e Google.
Un altro esempio di questa tendenza è anche il lancio sul mercato di prodotti che a modo loro sono innovativi, come queste due macchine fotografiche “usa e getta bianco e nero” create da Ilford attorno a pellicole di qualità come HP5 e XP2. Una scommessa che la dice lunga su quelle che sono le prospettive che alcuni produttori intravedono ancora in questo settore.
agfa optimaChe Ilford abbia successo o meno credo che non si possa che rallegrarsi di fronte a questo fenomeno che dimostra come la fotografia sia sempre fonte di sfide e rielaborazioni interessanti.
Quel che è sicuro è che non sembra all’orizzonte la scomparsa della pellicola, un supporto che resiste nonostante tutto, continuando ad affascinare vecchi e nuovi appassionati.
Ed io allora che faccio?
Ma certo: un investimento natalizio.
Ecco qui a fianco un mio nuovo gioiellino analogico arrivato oggi: una fiammante Agfa Optima del 1960 acquistata su Ebay alla roboante cifra di 3 sterline e mezzo.
🙂

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Better stay informed

Better stay informed - © Copyright 2009 Pega

Quando nel post di un paio di giorni fa  raccontavo l’aneddoto di un ragazzino che mi chiedeva di vedere le foto  che avevo appena fatto con una macchina analogica non volevo assolutamente sottolineare il fatto che si è voltato andandosene in modo un po’ maleducato, senza aspettare una mia spiegazione.
Probabilmente io alla sua età avrei fatto in modo simile, non è certo una cosa grave e sopratutto non è questo il punto.

Quello che mi ha colpito dell’accaduto è stato che il ragazzino non solo aveva dato per scontato che io stessi scattando con una macchina digitale, ma che in pratica nel suo mondo le macchine a pellicola non esistono.

E c’è poco da meravigliarsi. In effetti per i nati in questo secolo la fotografia è solo digitale, è naturale.
Fotocamere compatte, telefonini, webcam e tutto il resto, il mondo dell’immagine analogica è ormai un ricordo ed è spesso riservato a chi ha qualche anno in più.

Alla fine la mia è solo una constatazione. Non c’è tristezza o nostalgia, personalmente trovo che il digitale sia un grande passo avanti che, nel mio caso, ha riacceso l’interesse per una vecchia passione.
Ma è anche importante non dimenticare quello che la fotografia analogica ha svelato ed insegnato, saperlo considerare e valorizzare senza che un “voltar pagina” voglia dire perdere tutte le meravigliose pagine precedenti…

Rispetto ed ammiro tutti coloro che continuano a scattare analogico. E’ anche grazie a loro che si potrà sempre “newtonianamente” attingere alle espereienze del passato per capire ed  imparare a sfruttare al meglio gli strumenti del presente e, chissà, anche quelli del futuro.

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Lusetti Family -  Paul Strand

The Lusetti Family, Luzzara, Italy 1953 - Paul Strand - Copyright ©Aperture Foundation, Paul Strand Archive

Adoro questa foto. Paul Strand la scattò durante un suo periodo di permanenza in Italia.
Erano gli anni del dopoguerra e Strand stava lavorando con Cesare Zavattini ad un progetto che sarebbe diventato il libro “Un Paese”.
L’immagine è apparentemente semplice, ma fin dalla prima volta che l’ho vista mi è apparsa come un capolavoro di intensità e composizione, un ritratto fotografico straordinario anche per la storia che racconta.
La scena ritrae un gruppo di persone che stanno nei pressi di quella che si intuisce essere la loro casa.
Dalle condizioni dell’edificio e dai tanti particolari che si possono notare nell’aspetto e nell’abbigliamento, non è difficile dedurre che si tratta di persone povere. L’Italia usciva dall’abisso della seconda guerra mondiale e questa era una condizione molto comune in quel periodo.
Anche se aiutati dal titolo dell’opera, è intensa la sensazione che i cinque uomini ritratti siano fratelli e l’anziana donna la loro madre, figura molto forte accentuata dalla posizione quasi centrale nella composizione.
La matriarca è vestita in modo austero, è abbastanza immediato pensare che si tratti di una vedova. Sono passati già alcuni anni, ma la probabile perdita del marito durante la guerra è una tragedia che sembra quasi permeare il bianco e nero di questa immagine.
Accanto a lei quello che, almeno a me, appare come il maggiore dei fratelli, colui che in qualche modo ha preso il posto del padre nella vita della famiglia. E’ l’unico del gruppo ad essere messo di fianco, appoggiato allo stipite, la testa leggermente piegata in avanti, quasi ad esprimere impercettibilmente il peso delle responsabilità della sua posizione nella famiglia.
La composizione è magistrale.
Il modulo circolare raggiato della ruota della bicicletta è ripreso dall’elemento posto sopra la porta e da quello che probabilmente è un mobile con specchio semicircolare posto nello scuro della stanza all’interno.
Le teste delle persone si trovano tutte su livelli diversi ed i loro sguardi, non indirizzati all’obiettivo, danno vita a piccoli rivoli di curiosità nell’osservatore. Cosa starà guardando per esempio l’uomo in piedi all’estrema sinistra? E suo fratello seduto accanto che guarda deciso verso destra?

E’ facile farsi trasportare da una foto come questa ed appassionarsi, chiedersi com’era la vita di questi Italiani del primo dopoguerra; immaginare, guardandoli in questa foto, i caratteri e le relazioni tra questi fratelli.

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