Per la missione fotografica di questo fine settimana ti propongo qualcosa di non facile, una sfida che però potrebbe saper regalare discrete soddisfazioni.
Ti invito ad esplorare fotograficamente quello che nella cultura orientale è il concetto dello “Yohaku-no-bi” ovvero la “bellezza di ciò che manca” , il gusto di esprimere il bello attraverso il togliere o il nascondere.
Per questo weekend assignment ti invito a fotografare lo spazio negativo.
A differenza di altre arti, della musica per esempio, dove per togliere si ricorre al “non mettere”, in fotografia si ha la possibilità di esplorare questo aspetto in due modi.
Il primo è quello di cui parlavo nel post “l’arte del levare” di qualche tempo fa, il secondo è invece quello di creare uno spazio negativo nelle nostre immagini.
Lo spazio negativo può essere ciò che circonda il nostro soggetto e lo esalta, crea drammaticità ed intensità nell’immagine, oppure può essere il soggetto stesso della nostra fotografia.
In questo fine settimana prova ad affrontare liberamente questo tema ed a realizzare qualche scatto. Dopo, se vuoi, condividi le tue immagini inserendole in un commento qui sotto. È divertente confrontarsi e può portare a vedere la tua foto visitatori che la apprezzeranno.
—————————————————– Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.
Lo avevo promesso e quindi rieccomi, ad un anno dall’ultimo appuntamento con la “film gang“, a riproporre una serata totalmente dedicata alla pellicola.
Si, parlo di trovarsi con al collo quelle vecchie scatolette in cui si mette il rotolino e che fino a qualche tempo fa erano il normale strumento con cui si realizzavano le fotografie.
Se non ne hai una puoi fartela prestare o magari comprarne una usa e getta. In ogni caso ci trovermo Mercoledì 4 Luglio per una passeggiata fotografica analogica nel centro di Firenze con la luce del tramonto e della prima serata.
Come il precedente, si tratta di un incontro aperto a tutti ma esclusivamente riservato a chi si presenterà munito solo di fotocamera a pellicola e voglia, anche soltanto per una sera, di lasciare da parte il digitale e catturare immagini analogiche.
L’appuntamento è per le 19 in Piazza della Stazione, sulla scalinata curva a pochi metri dal capolinea del tram
Da lì ci muoveremo guidati da un atavico istinto analogico, che ci porterà a vagare per scorci ameni e concludere la serata quando la luce mancherà e la fame ci chiamerà, tutti insieme, verso una frugale e finale piadina.
Che ne dici?
Vieni, sarà divertente!
p.s. Ringrazio chi vorrà confermare la propria partecipazione in un commento a questo post o scrivendo a pegaphotography@gmail.com
p.p.s Sei lontano da Firenze e ti è davvero difficile partecipare? Prova a chiamare i tuoi amici appassionati di fotografia ed organizzare la stessa cosa nella tua città. Faccelo sapere che poi ci scambiamo le foto! 🙂
C’è un piccolo libro che più o meno tutti abbiamo letto.
E’ “Lo Zen e il tiro con l’arco” il racconto scritto da Eugen Herrigel, un professore di filosofia tedesco, che scelse di imparare in modo classico questa antica arte Giapponese, affidandosi ad un “Sensei” : un maestro Zen appunto.
Herrigel ne ricavò un’importante esperienza di vita, qualcosa che lo cambiò dall’interno e nel libro questa intensità c’è tutta.
Lo Zen e il tiro con l’arco è una lettura sovente suggerita da qualcuno che ne è rimasto affascinato o che comunque lo ritiene un piccolo gioiello da condividere.
Tempo fa, ritrovandolo su uno scaffale della mia libreria, decisi di rileggerlo (e lo si fa in un’oretta dato che sono circa novanta pagine) provando a fare quello che con lo Zen si può praticamente sempre: modificare totalmente l’oggetto dell’arte di cui si parla in origine, mantenendo però intatta la filosofia… lasciando quindi inalterato l’approccio.
E così rilessi il libro sostituendo la parola “arco” con “macchina fotografica” e “bersaglio” con “soggetto”. Lo “scoccare della freccia” diviene il “far scattare l’otturatore” ed il “volo” di questa si trasforma nel concetto di “‘esposizione”.
Ne viene fuori qualcosa di davvero interessante.
Da provare.
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In questo video, il fotografo Joe Edelman ci insegna una cosa davvero interessante: usare un uovo per capire la luce.
Una lezione semplice ma molto efficace. L’uovo è chiaro, liscio e regolare. La sua forma è perfetta per studiare come la luce, insieme alle ombre, definisce gli oggetti e caratterizza l’immagine fotografica.
E’ un esperimento che puoi provare a fare a casa, basta una normale lampada ed un uovo appoggiato su una superficie.
Capire la luce è fondamentale in fotografia e questo potrebbe essere l’esercizio definitivo.
Utile a grandi e piccini… non farti scoraggiare dal parlato in inglese e guardalo con fiducia.
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Difficile essere appassionati di fotografia senza conoscere Henri Cartier Bresson.
Che tu lo conosca già bene o meno, ti consiglio di leggere “L’immaginario dal vero”, un piccolo libretto in cui Bresson descrive il suo approccio alla fotografia e traccia alcuni profili di artisti amici, con un punto di vista che aiuta molto a capire la visione di questo grande protagonista della fotografia del XX secolo.
Ecco un brevissimo estratto:
“Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge: in quell’istante, la cattura dell’immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale. Fotografare è mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio e il cuore. Per me fotografare è un modo di capire che non differisce dalle altre forme di espressione visuale. È un grido, una liberazione. Non si tratta di affermare la propria originalità; è un modo di vivere”.
Fotografare a volte è come creare un link, una connessione tra realtà diverse.
Non intendo la classica creazione di una metafora, quello a cui mi riferisco è quel ponte che con uno scatto possiamo creare tra concetti, mondi o tempi completamente distinti.
Capita di trovarsi davanti ad una scena ed intravedere il legame con qualcosa che é apparentemente lontano. Sono occasioni in cui la foto viene quasi d’istinto, forse stimolata proprio dalla voglia di condividere quella sensazione.
Non sempre ci si riesce, in qualche caso il titolo può essere determinante per aiutarci a guidare l’osservatore, cercando di portarlo a vedere quello che vedevamo ed accompagnandolo sul quel piccolo ponte fatto di una foto che qualche volta sa connettere universi distanti.
Trovi il soggetto giusto, magari un bel paesaggio o anche una scena con cose e persone, prepari il treppiede, ci piazzi la macchina fotografica ed inizi a valutare inquadratura e composizione. In testa hai l’idea di fare una lunga esposizione, qualcosa di almeno mezzo secondo, ma anche più. In questo modo le presenze umane si trasformeranno in strani fantasmi, le cose in movimento disegneranno strane scie e l’acqua assumerà un aspetto strano e fiabesco…
È questo il fascino della fotografia long-exp: divertente ed un po’ meditativa.
Ma c’è un dettaglio. Se vuoi farlo in condizioni di luce diurna è probabile che ce ne sia troppa ed anche impostando diaframmi molto chiusi sia impossibile allungare decentemente i tempi senza bruciare tutto.
E allora, in attesa che i produttori di macchine fotografiche si decidano ad incorporare una funzione di forte riduzione della sensibilità direttamente nelle caratteristiche della fotocamera (che ci vorrebbe? Poco!) ecco che ci vengono in aiuto i filtri Neutral Density (ND).
I filtri ND sono sempre esistiti, fin dagli albori della fotografia e si trovano ancora facilmente in commercio perchè il loro effetto non sempre è ottenibile con la postproduzione. Consentono di abbattere la luminosità che arriva nell’ottica senza alterare troppo la qualità dell’immagine e si possono trovare filtri che tolgono due, quattro, ma anche otto o più stop di esposizione. Ne esistono anche di graduali, molto utili nel caso ci si trovi con soggetti a forte differenza di luminosità come succede spesso con cielo e panorama.
Gli ND sono tipicamente impilabili in modo da moltiplicare l’effetto montando davanti all’obiettivo più filtri sovrapposti.
Provaci, è interessante. Basta solo un po’ di attenzione al bilanciamento del bianco e ai riflessi in caso di controluce.
Intanto, se non conosci bene questa specialità, ti consiglio di dare un’occhiata a questo video in cui Gavin Hoey spiega come si fa, portando anche alcuni esempi di impostazione tempo/diaframma.
Buon divertimento!
Per la missione fotografica di questo fine settimana voglio proporti qualcosa di aperto ad un’infinità di spunti creativi.
L’idea è quella di sfruttare un oggetto esterno alla macchina fotografica per realizzare uno scatto particolare, non ordinario, magari un po’ misterioso e che induca l’osservatore a chiedersi di che diavolo si tratta. Una foto strana insomma.
Con la definizione di “oggetto esterno” intendo qualunque cosa tu voglia provare a frapporre tra l’obiettivo ed il soggetto al fine di realizzare la foto. Cose tipo un pezzo di vetro o plastica colorata, uno specchio, un filtro o qualsiasi altra cosa ti capiti di trovare, potranno andare benissimo. Io, ad esempio, per lo scatto sopra ho usato una sorta di piccolo filtro caleidoscopico sfaccettato.
L’importante, per questo assignment, è lo spirito: realizzare un’immagine un po’ strana e creativa direttamente al momento dello scatto e quindi senza alcuna postproduzione.
Per questo weekend quindi non importa cosa fotografi, ma come e con cosa ottieni l’effetto.
Intendi provarci? Se si, ti invito poi a condividere in un commento il link alla tua immagine, magari aggiungendo una nota su come hai fatto a realizzarla.
Buon divertimento.
Da alcuni giorni sono aperte le iscrizioni alla Call for Entry 2012 del Festival Internazionale di Roma, che invita fotografi under 40 da tutto il mondo a partecipare alla seconda edizione di questa manifestazione..
Quest’anno la Call for Entry ha un tema collegato a quello del festival: il “lavoro”.
È un terreno classico che non di rado ricorre nelle opere di grandi maestri ma anche negli album di tanti fotoamatori. Un tema sempre in evoluzione che cambia nel tempo insieme al linguaggio fotografico.
Le opere dei partecipanti saranno valutate da una giuria internazionale, composta da fotografi, curatori e critici, che selezioneranno quindici lavori che verranno esposti all’interno del museo MACRO Testaccio di Roma per l’intera durata del Festival e menzionati sul sito oltre che sul catalogo ufficiale. Tra questi sarà poi scelto il vincitore finale.
Le iscrizioni saranno aperte fino a domenica 1 luglio 2012 ed il criterio di valutazione terrà conto di parametri come la qualità del progetto, l’aderenza al tema del Festival, e il curriculum dell’artista.
Per partecipare inviare a callforentry@gmail.com il seguente materiale: descrizione del progetto (pdf, 72dpi, max. 2Mb), 10 immagini (JPG, 72dpi, lato lungo 800px), curriculum artistico.
In bocca al lupo!
Nel 2004, durante la battaglia di Falluja, un reporter della NBC filmò un marine nell’atto di sparare ad un uomo ferito.
Il fatto scatenò notevoli polemiche e su The Australian fu pubblicata questa vignetta di Jon Kudelka, che stimola a riflettere sul legame che c’è tra guerra ed immagini, anche dal punto di vista dalle parole.
In Italiano il rapporto tra fotocamere ed armi forse non sembra così forte e pare limitarsi a casuali coincidenze, come nel caso del “mirino”, ma con l’Inglese è tutta un’altra cosa. Per gli anglosassoni il verbo “to shoot”, che viene normalmente utilizzato per indicare lo scatto fotografico, è lo stesso di “sparare”.
Ma i legami tra fotografia e guerra non finiscono qui. Ad informarsi meglio vengono fuori dal passato cose molto curiose.
Nella seconda metà dell’ottocento si può dire che l’evoluzione della tecnica delle attrezzature fotografiche abbia camminato (o forse in questo caso sarebbe più corretto dire “marciato”) di pari passo con quello delle armi.
Fino a circa il 1850 i fucili erano ad avancarica, un sistema lento e complicato, proprio come lo era quello delle lastre umide al collodio che a quel tempo si usavano per “sparare” una fotografia. Di lì a pochi anni due rivoluzioni tecnologiche si affacciarono quasi contemporaneamente: la lastra secca fotografica, che anticipò i più moderni negativi, apparve insieme alla cartuccia con proiettile e polvere da sparo. Soluzioni “preconfezionate” che permettevano enormi risparmi di tempo, efficacia maggiore ed anche minori rischi di insuccesso.
Ma non finisce qui.
George Eastman, fondatore della Kodak, si accorse che proprio usando la nitrocellulosa (cioè il fulmicotone usato per l’innesco delle cartucce con proiettili), si potevano ottenere basi stabili ed adatte ad essere usate come pellicole fotosensibili utilizzabili anche dopo lungo tempo.
Ma si potrebbero poi citare molte altre analogie, una tra tutte quella tra cineprese e mitragliatrici, che apparvero poco tempo dopo.
Insomma fotocamere ed armi non solo condividono stesse parole ma anche soluzioni tecniche e materiali che hanno fatto la storia delle loro tecnologie.
Chissà se con il digitale la fotografia riuscirà a smarcarsi da questo triste legame. Ci sarebbe da sperarlo.
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