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Autographic-KodakOggi diamo per scontato che ogni foto sia automaticamente associata a data ed ora dello scatto, ma non è sempre stato così. In passato i fotografi non avevano alcun riferimento informativo esterno associato all’immagine. Tra lo scatto, lo sviluppo e la stampa poteva poi passare anche molto tempo, e questo rendeva facili le incertezze sul momento in cui era stata realizzata la fotografia. Ma nel 1914 Kodak lanciò sul mercato una macchina innovativa: la Autographic.
Era l’applicazione di una delle pensate di Henry Jacques Gaisman, inventore anche del rasoio di sicurezza a lamette usa e getta, il cui brevetto fu acquistato da Kodak per produrre il nuovo modello di fotocamera.
Il funzionamento era semplice: sul dorso della macchina era presente un’apertura attraverso cui si poteva scrivere direttamente sul bordo della apposita pellicola “Kodak Autographic”, che era trattato con uno strato di speciale tessuto nero. La pressione della scrittura rendeva la zona del tratto sensibile alla luce e lasciava quindi che si impressionasse, associando così la nota scritta al fotogramma. Un metodo permanente, semplice ed utilissimo, non solo per segnare data ed ora, ma anche utili annotazioni riguardanti lo scatto.
Il sistema Autographic fu proposto anche come retrofit per tutti gli altri modelli Kodak già in commercio e per rendere “autografica” una fotocamera bastava cambiare il dorso ed usare la pellicola speciale.
Kodak propose questo sistema dal 1914 al 1932, anno in cui cessò la commercializzazione a causa dello scarso successo raggiunto. Da quel momento in poi i fotografi tornarono a non avere informazioni “direttamente” legate all’immagine… fino all’avvento del digitale.
Curioso eh?

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E’ stata definita come “L’indimenticabile immagine di James Dean, curvo nel suo soprabito scuro, come quasi avesse il peso di una intera generazione sulle spalle.
Questa emblematica foto fu scattata nel 1955 in Times Square da Dennis Stock, famoso membro dell’agenzia Magnum.
James Dean cammina nella pioggia, sigaretta in bocca, i chiaroscuri della New York degli anni cinquanta espressi in modo magistrale con un bianco e nero stupendo, impreziosito dall’atmosfera nebbiosa.
Un grande scatto, con un gran soggetto, la composizione perfetta, l’atmosfera ideale… o forse… quasi.
Non tutti sanno, in particolare non lo sanno i tanti profeti del “Io la postproduzione mai“, che in realtà ben prima dell’avvento del digitale, tutti i grandi fotografi lavoravano insieme ad una figura che era in pratica la loro metà: lo stampatore.
Come nel caso che citavo in un vecchio post, anche qui la foto famosa beneficiò del lavoro di colui che spesso restava nell’ombra, in questo caso Pablo Inirio, uno dei più grandi maestri di camera oscura della storia della fotografia.
Ecco qui sotto il bozzetto con le istruzioni di stampa, un trattamento che adesso possiamo facilmente fare su Photoshop o deleghiamo alla nostra fotocamera (quando scattiamo in jpg). Con la pellicola ci voleva gran manualità ed esperienza, così si lavorava prima dell’avvento del digitale. Un bel documento per chi spesso discute sul tema della postproduzione, che fa capire come la questione stia tutta nel gusto e nella misura, non nel principio o nella tecnica.
Pensaci la prossima volta che giudichi i tuoi scatti senza prima averli “processati”.

James Dean by Dennis Stock - Printing notations by Pablo Inirio

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Xylo and its red C

Xylo and its red C - © Copyright 2008 Pega

 

Mozart diceva : “Non mi interessano tanto le note quanto lo spazio tra esse”.
Nella musica gli intervalli di silenzio, il niente che separa i suoni è forse ancor più importante delle note stesse. Se non ci fosse non ci sarebbe musica ma solo un rumore indistinto.

In fotografia è lo stesso. Lo spazio che separa gli elementi è spesso la chiave dell’immagine. E’ ciò che rende leggibile la foto e ne caratterizza l’armonia.
A volte questo spazio negativo è marginale, altre può anche divenire predominante.
Quel che è certo è che possiamo ringraziare Amadeus per la sua definizione e… tenerla a mente quando scattiamo.

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