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Archive for the ‘History of photography’ Category

Presenza

Presenza – © Copyright 2013, Pega

Nero. Nero profondo, profondissimo; abissale.
Quel nero solido, pesante e vertiginoso che si trova in certe fotografie, come ad esempio le stampe di alta qualità che si possono vedere in qualche mostra, ha qualcosa di speciale.
L’impatto del nero che si percepisce in alcune delle più belle tecniche di stampa si descrive difficilmente a parole, ma senza dubbio dona una grande potenza all’immagine. Niente a che vedere con lo sbiadito “scuro” che si trova in molti libri e riviste o peggio ancora nelle immagini viste sui monitor.
Del resto il nero è stato la dannazione degli stampatori per lunghissimo tempo e molte tecniche sono state sviluppate nel corso della storia della fotografia proprio per cercare di dare forza e profondità alle ombre: dal costosissimo platino/palladio di un tempo, al duotone inventato per l’editoria degli anni cinquanta, alla odierna stampa inkjet evoluta, il tutto per cercare di assicurare un risultato paradossale: la perfetta e fedele riproduzione del niente.
Sì, perché in effetti il nero è il niente, l’assenza di luce e colore. Il nero è il vuoto assoluto.
Insomma, tutti questi sforzi per “nulla”.

🙂

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Buzzer the catIl fotografo Arnold Genthe visse a cavallo tra ottocento e novecento. Divenne celebre per i suoi scatti che descrivevano la Chinatown di San Francisco ed anche il reportage sul devastante terremoto che colpì questa città nel 1906. Nella sua carriera si occupò anche di figure dello spettacolo e uomini politici, ma in pochi sanno della sua vera passione fotografica: il suo amato gatto Buzzer, che fotografò molte volte, da solo o in compagnia di persone più o meno importanti.
È proprio Buzzer quello ritratto nella foto sopra, anzi uno dei Buzzer. Sì, perchè in realtà Genthe ebbe vari gatti tutti chiamati con lo stesso nome!
🙂

BuzzerBuzzerBuzzer

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XXSecoloÈ innegabile che il secolo scorso sia stato fondamentale per la fotografia, cento anni di evoluzione artistica e tecnica di cui quest’arte ha beneficiato in modo cruciale. E così ti segnalo un volumetto che, a mio avviso, è un must per qualunque appassionato. Non è un testo per esperti, piuttosto una sorta di compendio divulgativo, molto utile per andare a vedere di chi si tratta quando si trova un nome più o meno noto.
“Fotografia del XX secolo” edito da Taschen, è un bel libro che raccoglie una completa carrellata dei più importanti artisti del secolo da poco trascorso.
E’ ricco di foto, brevi biografie ed annotazioni. Il prezzo è piuttosto contenuto in rapporto al materiale che viene proposto. Non può mancare sullo scaffale di chi ha passione per la Fotografia.

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Delage Automobile

Delage Automobile, A.C.F. Grand Prix, Dieppe Circuit, June 26, 1912 – Photography by J.H.Lartigue©Ministère de la Culture-France/AAJHL

Mi capitò di scoprire Lartigue molto tempo fa, quasi per caso: non mi stavo interessando di fotografia ma di aviazione, cercavo foto ed immagini dei primordi del volo.
Subito mi resi conto di non aver trovato solo immagini di pionieristiche macchine volanti, avevo davanti le opere di un artista riconosciuto come un grande della storia delle fotografia, un maestro. Anzi un bambino maestro.

lartigue_23 September 1912

23 September 1912 – Photo J.H.Lartigue©Ministère de la Culture-France/AAJHL

Jacques Henri Lartigue nasce a Parigi nel 1894 in una famiglia facoltosa. Il padre, appassionato di fotografia, gli regala all’età di soli sette anni, la prima macchina fotografica. Con questa Henri fa quello che qualunque bambino avrebbe fatto: inizia a fotografare tutto ciò che gli sta intorno, ciò che gli piace, con il talento e la libertà creativa che proprio i bambini sanno esprimere così bene.
E’ anche a causa di una salute cagionevole ed un fisico gracilino, che lo rendono più propenso alla figura di “osservatore” che non a quella di protagonista, che il giovanissimo Lartigue documenta le passioni e le avventure degli amici e dei giovani membri della sua famiglia, tra cui il fratello “Zissou”, che si diletta a costruire aeroplani ed automobili nel castello di famiglia.

lartigue_Zissou

Zissou, Louis and the Gardener Martin, 1909 – Photo J.H.Lartigue©Ministère de la Culture-France/AAJHL

La dinamicità e la spontaneità di queste foto dei primi del novecento colpisce molto: Lartigue era un bambino che scattava con una macchina primordiale eppure riusciva a creare immagini fantastiche, capaci di suscitare ammirazione ancora oggi.
Sperimentò anche diverse tecniche evolute ed in alcuni casi innovative per il tempo, tra queste la fotografia stereoscopica ed anche alcune tecniche di sovraimpressione, alla ricerca di effetti visivi che oggi definiremmo come “speciali”.
Crescendo, la sua vita artistica si sposta sulla pittura e la sua carriera sarà lunga e produttiva, mantenendo comunque un discreto interesse e successo anche in ambito fotografico con una propensione verso un tipo di scene mondane che lo hanno fatto definire anche come uno dei pionieri della fotografia di moda. E’ facile trovarne online tutti i dettagli, le esperienze e la produzione, molto estesa, che donò integralmente alla Francia prima della sua morte.
Quello che però più mi affascina è il giovanissimo Lartigue: il bambino prodigio, la sua capacità di saper scegliere e trasmettere il momento, l’atmosfera particolare. Una capacità che, almeno a mio avviso, si diluì molto nel corso degli anni.
Come disse Picasso: “Tutti i bambini sono degli artisti nati; il difficile sta nel fatto di restarlo da grandi”, un’affermazione valida anche per un grande maestro come J.H. Lartigue.

 

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Minutero - Afghan CameraE’ facile tirar fuori lo smartphone, inquadrare al volo, scattare e vedere subito il risultato, tutto facilmente e senza fatica. L’immediatezza del digitale è fantastica: un sogno inseguito per tutta la storia della fotografia.
Il bisogno di un risultato in tempi rapidi è esistito fin dai primordi e fu Frederick Scott Archer nel 1853 il primo a realizzare una fotocamera “istantanea”. Da allora (quindi ben prima della parentesi rappresentata dal costoso e complesso mondo Polaroid) sono sempre esistiti fotografi specializzati in risultati immediati “sul campo”. E’ emblematico il caso della tradizione dei fotografi ambulanti in Afghanistan, dove per generazioni è stata mantenuta viva una tecnica ritrattistica basata su macchine-laboratorio completamente autonome.
Afghan cameraQueste fotocamere, chiamate kamra-e-faoree (che più o meno significa macchina fotografica istantanea), sono grosse scatole in legno e tutto il processo avviene all’interno: dall’esposizione allo sviluppo, fino alla stampa finale.
Dopo la messa a fuoco, effettuata sotto una cappa nera in modo simile a come avviene con il grande formato, la fotocamera viene caricata con un foglio di carta fotosensibile che il fotografo, infilando una mano attraverso un manicotto a tenuta di luce, estrae “alla cieca” da una scatola posta all’interno della macchina stessa.
Una volta piazzato il foglio sul piano focale, viene effettuata l’esposizione. Si passa quindi allo sviluppo, che il fotografo effettua immergendo il foglio in vaschette con normali reagenti, poste sempre all’interno della fotocamera.
Si arriva così al risultato intermedio: un’immagine negativa che, a questo punto, viene estratta dalla macchina e ri-fotografata piazzandola su un apposito sostegno. Ripetendo una seconda volta l’intero processo si arriva quindi al prodotto finale: una Fotografia.
La tradizione delle Afghan Camera e di altre fotocamere a sviluppo istantaneo simili, come le Minutero spagnole, è esistita in molte parti del mondo ma adesso è in prevedibile declino. Esistono però alcuni eroici appassionati decisi a tener vivo questo bellissimo modo di fotografare, così semplice ed affascinante.
Tra di loro c’è un signore che seguo da tempo: si chiama Pier Giorgio Cadeddu. Ha chiamato “Sardinian Camera” la sua stupenda macchina fotografica a sviluppo istantaneo costruita a Càbras e sul suo sito puoi trovare molte informazioni al riguardo, comprese spiegazioni di funzionamento, costruzione e “filosofia fotografica”. Un gran bel lavoro.

P.s. Per chi volesse approfondire il funzionamento delle Afghan Camera, ecco qui un interessante video.
.

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Nick Ut

© Copyright 1972 Nick Ut / The Associated Press

Avrei preferito non ripubblicare questa foto e le considerazioni che la accompagnavano già nel primo post di qualche anno fa, ma non posso farne a meno.
E’ un’immagine terribile, dolorosa, tra le più tremende che mi sia capitato di vedere, eppure così sempre assurdamente attuale.
Fu scattata da un fotografo dell’Associated Press di nome Nick Ut nel giugno del 1972 e descrive tragedia ed orrore assoluti.
Siamo in piena guerra del Vietnam, un bombardamento al napalm ha appena colpito il piccolo villaggio di Trang Bang. E’ una strage ed alcuni piccoli superstiti corrono via disperati. Tra questi c’è una bambina di circa nove anni che avanza nuda,  il corpo coperto di ustioni.
Nick Ut è sul posto. Fa il suo bravo lavoro di fotografo di guerra e scatta in fretta alcune immagini, poi l’angoscia prende il sopravvento. Prende la bimba e la porta in macchina all’ospedale di Saigon. E’ gravissima ma il ricovero le salva la vita. Per guarire le serviranno quasi due anni di ospedale e diciassette interventi chirurgici.
La bambina si chiama Kim Phùc. Una volta cresciuta e dopo gli studi a Cuba, chiederà asilo politico in Canada dove tuttora vive.
Kim è stata nominata nel 1997 ambasciatrice dell’UNESCO per il suo impegno verso le piccole vittime delle guerre in tutto il mondo, tramite la Kim Phùc Foundation International.
Il fotografo Nick UT con questa fotografia vinse il premio Pulitzer del 1972.
Lavorava per la Associated Press fin dall’età di 16 anni, dopo che suo fratello, anch’egli fotografo di questa agenzia, era stato ucciso in Vietnam.
La fotografia, divenuta poi una testimonianza universale dell’orrore di tutte le guerre, fu inizialmente respinta dall’Associated Press. Nel 1972 il nudo frontale di una bambina non era accettabile sulle immagini destinate a circolare su giornali e TV, ma alla fine l’importanza ed il valore dell’immagine furono chiari a tutti e la foto fu pubblicata.
Non so se conoscevi questa storia.
Nonostante il suo potere descrittivo ed evocativo, questo è un caso in cui la fotografia non è stata in grado di cambiare granché. Quello che questa immagine racconta continua a succedere.
Tragedie con cui l’umanità ha scelto di voler convivere e che continuano ripetersi, innumerevoli volte, cambiando solo dettagli, luoghi e nomi.
Anche ieri.
Anche oggi stesso.

😦

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Robert Frank restaurant

Restaurant – US1 Leaving Columbia, South Carolina – © Copyright 1958 Robert Frank

E’ banale il banale?
La Fotografia è un’arte misteriosa e potente, capace di guidare in un attimo occhi e mente dell’osservatore verso un messaggio esterno all’immagine. Ci sono casi in cui il soggetto di una fotografia è banale ma la proiezione che ne scaturisce ci risulta molto forte. In altri casi la foto è banale e basta, non ci dice niente.
Ma cosa sono l’ovvio ed il banale in fotografia? Dove confinano con l’espressione concettuale? E’ importante la sinergia con le parole? Con il titolo? Cosa stimola l’osservatore a vedere “oltre”?
E’ intorno a questo tema che ti invito a ragionare nel fine settimana ed a provare qualche scatto partecipando all’ormai tradizionale weekend assignment.
“I am at war with the obvious,” diceva il fotografo William Eggleston. Un conflitto che forse tutti i fotografi devono affrontare. Un confronto con il banale che per qualche grande maestro è stata la chiave di una intera carriera.
Bene, prova a cimentarti con questa sfida, cerca di confrontarti con l’ovvio e l’ordinario, provando a tirarne fuori qualcosa che porti un contenuto superiore, un messaggio sociale, una proiezione, una metafora.
Come al solito ti invito poi a condividere il risultato in un commento sotto.
Buon weekend!

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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outerbridge untitled 1922

Paul Outerbridge – untitled, 1922

Paul Outerbridge divenne famoso negli anni trenta per una sua speciale tecnica che permetteva di creare immagini a colori di altissima qualità usando un processo complesso ed innovativo chiamato “tri-color carbro print” che fu molto utilizzato nel campo della moda.
Questo suo successo professionale forse non avrebbe però lasciato alcun segno rilevante nella storia della fotografia perché come tutte le nuove tecnologie, il clamore suscitato al loro arrivo è proporzionale all’oblio che segue quando vengono superate. Anche il carbro print fu presto dimenticato e reso un ricordo dall’avvento, negli anni quaranta, di nuove e più semplici tecniche di fotografia a colori.
E così non è per questo che Paul Outerbridge si è meritato un posto tra i grandi della fotografia del novecento.
Il suo vero talento era in realtà già emerso ancor prima dei successi commerciali, quando era un giovane studente alla scuola di fotografia di Clarence White alla Columbia University.

Erano i primi anni venti e le fotografie di Outerbridge di quel periodo mostrano uno straordinario gusto nella ricerca di forme astratte create dall’intreccio di elementi solidi ed ombre. Sono immagini da contemplare a lungo e degustare lentamente, come questa sopra, raffigurante un solido (probabilmente un mattone) appoggiato su un piano. Nient’altro.
L’oggetto tridimensionale si fonde con le forme bidimensionali create dalla luce, in un meraviglioso intreccio di ombre, creando quello che ai nostri occhi appare quasi come un puzzle.
E’ un lavoro raffinato e di gran talento, che racconta la passione e la ricerca fotografica di un giovane artista. Un’immagine in cui la luce che cade sull’oggetto è studiata in modo così magistrale da farne un capolavoro della storia della fotografia.

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Santa Veronica

Eh sì, ci risiamo con la sana vecchia tradizione popolare. Questi sono i giorni di Santa Veronica, la protettrice dei fotografi 🙂
Veronica fu la donna che, secondo la tradizione cristiana, asciugò il volto di Cristo con un panno di lino su cui rimase impresso il suo ritratto.
A parte la chiara denotazione analogica del procedimento di generazione dell’immagine, che delinea la figura come prevalentemente orientata ad aiutare chi fotografa a pellicola, è interessante notare che Santa Veronica è anche curiosamente considerata la patrona degli informatici, cosa che di conseguenza la rende protettrice anche dei fotografi digitali.
Curioso anche che sia nota per essere patrona della Francia, nazione in cui la fotografia è stata inventata.
Le coincidenze finiscono qui. Il fatto che sia anche considerata protettrice delle lavandaie, forse con la fotografia proprio non c’entra nulla.
🙂 🙂 🙂

P.s. In giro per il mondo si possono trovare inaspettate raffigurazioni di Santa Veronica, come ad esempio questa in un vicolo a New York, in cui appare mostrando l’effige dei temibili e perfidi Decepticons 🙂

S. Veronica deceptions

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Avedon & LorenEd eccoci alla seconda proposta di questa serie dedicata agli autoscatti dei grandi fotografi.
E’ un autoritratto realizzato da un giovane Richard Avedon, che si inquadra riflesso in uno specchio del suo studio fotografico. La macchina è una splendida Rolliflex ed ancor più splendida è Sofia Loren, poco dietro, che si aggiusta i capelli, sembrando quasi inconsapevole dello scatto.
È una foto apparentemente semplice, analoga a quella che chissà quanti fotografi in situazioni simili non hanno resistito a farsi.
C’è qualcosa che mi affascina in questo scatto. Forse sono le storie di due grandi nomi che si incrociano, due carriere che in quel momento stavano sbocciando. O forse semplicemente un fotografo che vuole partecipare ed esserci, posando insieme alla sua bellissima modella.
Se ti piace Avedon e vuoi approfondire la sua conoscenza sfogliando nel suo album ti consiglio un click al sito della Avedon Foundation.

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