Un ritratto, un semplice ritratto fotografico è quello che ti propongo come tema per questo fine settimana.
L’idea del weekend assignment è un esercizio per focalizzare la nostra attenzione ed il ritratto è perfetto per questo, perché si tratta di una delle primarie e più antiche applicazioni per cui è stata inventata la fotografia.
Mentre qualcuno con i ritratti si confronta spesso, c’è chi non ne realizza mai e lo considera un genere difficile. Di sicuro il ritratto mette il fotografo in relazione diretta con il soggetto creando una connessione emotiva inevitabile. Fare fotografia di ritratto può essere entusiasmante o anche imbarazzante dato che è un genere che diviene più difficile proprio quando sembra facile, generando sia grandi soddisfazioni che delusioni.
In questo weekend dedicati a sfornare qualche ritratto perché ne vale la pena. Scegli i soggetti giusti, decidi se dirigerli o lasciarli esprimere liberamente, l’importante è che siano consapevoli che li stai fotografando, solo così si può chiamare ritratto fotografico, altrimenti è “candid camera”.
Come sempre ti invito ad inserire in un commento il link al tuo scatto.
Buon fine settimana!
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Nella mia personale “Hall of Fame” dei grandi fotografi ce n’è uno che ammiro per la capacità di trasmettere sensazioni contrastanti che fa affiorare un senso di inquietudine e di ineluttabilità. Si tratta di Wynn Bullock.
E’ un nome che non ha bisogno di tante presentazioni, un maestro della fotografia degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, tra l’altro grande amico del mitico Edward Weston.
C’è una questione su cui mi trovo sempre a riflettere quando vedo uno scatto di Bullock, ed è la relatività del linguaggio simbolico ed alla sua dipendenza dalla cultura del luogo ma soprattutto del tempo in cui l’opera è realizzata.
Da sempre esistono simboli nelle opere artistiche, sono elementi tipici del periodo, immediatamente riconoscibili ed interpretabili dall’osservatore, a patto che questi li sappia cogliere. Ma ciò è garantito solo se chi guarda la foto appartiene alla stessa sfera culturale dell’autore e magari ne è contemporaneo.
Se l’osservatore è distante nel tempo, questi simboli possono perdere di significato, in qualche caso possono dare un messaggio diverso, anche di molto.
C’è una foto di Bullock che, nonostante sia relativamente recente, esprime fortemente questo divario simbolico ed è “Child in the forest” del 1951.
La foto ritrae una bambina (che poi era la figlioletta di Bullock) nuda distesa su un manto di foglie in una sorta di piccola radura nella foresta. La luce è molto particolare e la resa del bianco e nero ne fa uno scatto che lascia il segno.
Non nascondo che la prima volta che ho visto questa foto ho subito pensato alla terribile scena di un crimine. So di condividere questa sensazione con molte persone, ma quel che è certo è che Bullock non voleva dare questo tipo di messaggio.
Negli anni ’50 questa foto non trasmetteva questo senso di inquietudine profonda, legata ad alcune terribili involuzioni che la nostra società ha avuto negli ultimi decenni.
Bullock scattava questo tipo di foto nel bosco subito dietro alla sua casa in California ed in questa come in altre opere, dove magari insieme alla bambina è presente anche la madre, l’idea era di una ricerca di uno stile metafisico volto a creare immagini che portassero l’osservatore in una dimensione quasi spirituale. Voleva essere uno stimolo alla riflessione, alla meditazione sul senso della vita, dell’amore e della morte. Una ricerca che portò a Bullock l’ammirazione ed il rispetto di colleghi artisti e critica.
Questo fenomeno del cambiamento di sensazioni che si traggono da un’immagine è una questione piuttosto complicata e difficile da sviscerare in un post, ma rimane il fatto che in soli cinquanta anni i simboli usati da Wynn Bullock hanno cambiato completamente significato. Oggi trasmettono all’osservatore tutto un altro messaggio, in un modo che appare quasi inequivocabile.
Che dire: chissà cosa vedranno i nostri posteri tra cinquanta o cento anni in alcune delle nostre foto…
Il Rescued Film Project è un archivio online di immagini da pellicole reperite ancora non sviluppate. Il lavoro è portato avanti con grande dedizione da un gruppo di volontari che raccoglie rotolini provenienti da tutto il mondo e da periodi che vanno dagli anni trenta fino alla fine del secolo scorso.
L’idea alla base di questo progetto è affascinante: ogni immagine “recuperata” è, in effetti, come se fosse appena nata. Per qualche motivo l’autore non l’ha mai vista sebbene l’abbia scattata. Sono momenti che non hanno mai fatto parte di album di famiglia o pubblicazioni, queste immagini non sono mai state stampate, incorniciate ed appese; sono rimaste latenti nel buio del rullino non sviluppato e solo oggi vengono alla luce.
Nel fascinoso video che ti propongo sotto, è raccontata l’esperienza di recupero di ben trentuno rullini esposti da un soldato della seconda guerra mondiale e mai sviluppati finora. Processare e poter vedere per la prima volta queste immagini è una sfida decisamente emozionate.
Buona visione.
La pellicola è un prodotto destinato a degradarsi col tempo. I ragazzi del Rescued Film Project sono decisi a salvare tutto il materiale possibile ed accettano supporto di ogni tipo.
Riconosci qualcuno nelle immagini? Qualche luogo? Vuoi fare una donazione al progetto? Scrivi a info@rescuedfilm.com o visita www.rescuedfilm.com
Sarà perché in un recente weekend assignment ti invitavo a fotografare sedie, oppure perché è ormai un bel pezzo che lavoro ad un mio progettino fotografico incentrato sull'”assenza”; forse invece sono i dettagli e l’atmosfera di questo scatto, il punto è che ogni tanto torno a guardare questa immagine.
È una fotografia realizzata nel 1986 da Mattew Modine, l’attore protagonista del film “Full Metal Jacket“, in cui interpretò il ruolo del fotogiornalista militare “Joker” in servizio durante la guerra del Vietnam.
Modine era egli stesso un appassionato di fotografia ed in una pausa delle riprese in esterna a Bassingbourn Barracks, immortalò la particolare sedia del regista Stanley Kubrick, scomparso poi nel 1999.
La sedia è dotata di capienti contenitori laterali che gli permettevano di avere sempre a portata di mano tutta la documentazione e i dettagli delle scene, è inoltre installata su una grossa pietra, probabilmente per ottenere una postazione ben stabile ed un po’ rialzata.
Non è difficile immaginarsi Kubrick seduto su questo scranno a dirigere quello che è poi risultato uno dei suoi più grandi capolavori.
Sì, lo sai che che vado pazzo per i timelapse, ma stavolta ne ho pescato uno davvero speciale. A dire il vero non si tratta nemmeno di un vero timelapse dato che non è una sequenza animata; ma poco importa, il senso è quello. Quella che vedi sopra è la serie di scatti che documenta la progressione nel tempo della costruzione della Torre Eiffel.
Nel 1887 Eiffel decise di documentare la nascita del suo monumento ed ingaggiò un fotografo di nome Edouard Durandelle. Questi piazzò il suo treppiede nei pressi del cantiere e, ad intervalli regolari, immortalò il procedere dei lavori durante il periodo in cui la torre fu costruita ovvero dal 10 agosto del 1887 al 12 marzo del 1889.
Si tratta di un esempio storico, primordiale, di documentazione sequenziale, molto significativo per comprendere il valore che le immagini stavano iniziando ad avere nella narrazione storica. Eiffel lo aveva capito ed anche in questo si dimostrò un innovatore se non addirittura un grande inventore.
Pensa in quanti altri casi del passato la costruzione di un’opera avrebbe potuto essere documentata in questo modo. Non è una questione tecnologica, non c’è effettivamente bisogno della fotografia, sarebbe andato bene anche un bravo disegnatore o un pittore. Una sequenza così la potevano fare anche gli antichi Romani, i Greci, gli Egizi. Oggi potremmo avere la sequenza della costruzione della Piramide di Giza o quella del Colosseo.
Adieu mon Amour – Copyright 2013, Pega
E’ una questione concettuale, di grande portata.
Alla luce dell’uso universale che oggi facciamo delle immagini la si potrebbe considerare un’invenzione assoluta, al livello di quella della ruota o del profilo alare. Del resto anche queste avrebbero potuto accadere in epoche diverse, data la loro natura concettuale, non tecnologica; ma qui si apre un tema sconfinato, che va ben oltre le mie possibilità…
Comunque sia, Edouard Durandelle rimane nella storia della Fotografia ma non nel suo olimpo. E’ una figura secondaria, forse non abbastanza apprezzata.
Ed io a questo fotografo poco conosciuto che però ha contribuito così tanto al progresso comunicativo dell’umanità, dedico oggi un mio scatto, realizzato qualche tempo fa proprio nei pressi della Torre Eiffel.
Eccomi a proporti una nuova missione fotografica per provare qualche “scatto a tema” nel weekend.
Se ogni tanto leggi questo blog, sai della mia convinzione a questo proposito e di quanto il “compito assegnato” possa non solo risultare divertente, ma anche dare interessanti spunti creativi. Aggiungiamo poi la condivisione con gli altri ed ecco il “weekend assignment” che, a settimane alterne, trovi qui dove… la Fotografia è una scusa.
Il tema di oggi è una sfida atavica, una questione che risale a ben prima che il nostro mezzo fotografico fosse inventato ma che è ancora attuale quando si parla di immagini a due dimensioni. E’ la sfida di riportare la realtà tridimensionale sul piano, mantenendone il significato volumetrico per l’osservatore; in pratica si parla di prospettiva.
Puoi ispirarti ai maestri dell’antichità o lavorare seguendo idee più moderne, in ogni caso l’invito è a giocare con le geometrie e cercare di esaltare gli aspetti prospettici in qualche tuo scatto, sfruttando ciò che hai a disposizione sia come soggetti che attrezzatura.
Interpreta come più ti piace questo assignment e nel weekend prova a cercare le tue “vie di fuga” poi, se vuoi, mostraci il tuo lavoro. Condividere con gli altri lettori del blog è divertente e può portare nuovi ed inaspettati ammiratori a conoscerti. Ricorda: le foto che non saranno mai apprezzate dagli altri sono quelle che lascerai nel cassetto 🙂
Buon divertimento!
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Non ci credi? Prova a caricarla sul tuo software di fotoritocco e guardala nei dettagli, vedrai che non ci sono dubbi: non c’è assolutamente rosso, nemmeno un singolo pixel!
Com’è possibile? Si tratta, ovviamente, di un’illusione, un effetto creato da Akiyoshi Kitaoka, Professore di Psicologia alla Ritsumeikan University in Giappone. I pixel delle fragole in verità sono grigi, alcuni grigioverdi, è solo il nostro cervello che vede il rosso.
Kitaoka è uno specialista di illusioni ottiche (sul suo account Twitter puoi trovare parecchia roba del genere) e spiega che si tratta di un effetto chiamato “color consistency”, un meccanismo che la nostra mente utilizza per decifrare il colore elaborando le frequenze di luce riflessa dagli oggetti insieme a quelle che contemporaneamente ci arrivano da altre fonti.
É una faccenda un po’ complicata, di certo affascinante, che ancora una volta ci dimostra l’estrema soggettività della percezione.
Snapchat, la startup delle foto che svaniscono, è appena stata quotata a Wall Street con un successo miliardario senza precedenti. Eppure, ancora una volta, basta guardarsi un po’ indietro per vedere che non c’è niente di veramente nuovo.
Proprio come Snapchat, già Polaroid aveva pensato alle foto con l’autodistruzione e negli anni ’70 aveva lanciato una linea di pellicole chiamate Fade to Black dalla particolare caratteristica di progressiva scomparsa dell’immagine dopo circa 24 ore.
Le Fade to Black subivano, in pratica, un processo di sovrasviluppo ed erano state ideate per uso professionale ed industriale, perché permettevano una condivisone “limitata” delle informazioni. Furono anche distribuite in una speciale versione “artistica” (Artistic TZ series) che consentiva di fermare a piacimento il processo di distruzione.
Anche il progetto Impossible ha provato, giusto pochi anni, fa a rilanciare il prodotto, ma senza successo.
Beh, sicuramente la componente economica è tra le cause imputabili ma è evidente il fascino che questo concetto, strettamente legato all’idea di arte temporanea, continua ad avere.
E dunque, visto che ormai è impossibile mettere le mani su una scatola di Fade to Black, che dire… Non ci resta che accontentarci di Snapchat.
🙂
Chi l’avrebbe mai detto che un giorno il sogno avrebbe potuto avverarsi e permettere a chiunque di divertirsi con la pellicola in un modo così semplice. Grazie all’iniziativa di ars-imago, ragazzi italiani appassionati di fotografia analogica con tanto di negozio fisico a Roma, la pellicola potrebbe vedere davvero una nuova giovinezza e non rimanere un pur promettente settore di nicchia.
La loro idea è la Lab-Box, un progetto su Kickstarter che propone la possibilità di sviluppare autonomamente i rullini senza bisogno di chiudersi in una vera camera oscura.
Come funziona? Semplice: la Lab-Box è una scatola progettata per accogliere la pellicola esposta e processarla con il metodo di sviluppo che si vuole. E’ possibile sviluppare rullini 35mm o 120 usando la normale sequenza di reagenti, oppure un processo a bagno unico (Monobath), o anche sistemi più esotici come il Caffenol.
Tutta la lavorazione avviene nel contenitore a tenuta stagna e luce, che diviene quindi una vera e propria microcamera oscura portatile che può essere usata ovunque. Il risultato è un negativo normalmente sviluppato e pronto per essere scansionato o stampato alla vecchia maniera.
Non è una cosa fantastica?
Beh, per me sì! Ho infatti appena sottoscritto la mia quota per avere una delle prime Lab-Box che, se la campagna Kickstarter si completerà con successo, arriveranno verso settembre.
Ti segnalo un interessante evento che si svolgerà nelle serate del 3 e 4 Marzo prossimi a Roma. Si tratta di un vero e proprio raduno internazionale di artisti del Light Painting, la tecnica fotografica che prevede l’uso creativo di sorgenti di luce in scatti a lunga esposizione.
La location scelta è nientemeno che Piazza di Spagna, ed in questo magico luogo convergeranno 42 artisti provenienti da 13 paesi, in una manifestazione promossa per la prima volta in Italia da LPWA e coordinata come local supervisor dall’artista italiana Maria Saggese.
L’idea di fondo dell’evento è la realizzazione di immagini collaborative, come già sperimentato in eventi simili già svolti fin dal 2013 in Francia, Spagna, Germania, Cina ed USA.
Puoi trovare tutte le informazioni ed anche le modalità di partecipazione come artista qui.
Devo dire che io adoro il light painting e con questa tecnica mi sono “baloccato” diverse volte.
Ricordo con piacere una divertente photowalk con gli amici del gruppo Flickr di Firenze ed anche qualche altro scatto scemo in compagnia… come quello qui accanto 😀
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