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È ora di andar(sene) – Copyright 2013, Pega

Partire è un po’ morire”, ma anche solo “muoversi per andare al lavoro” oppure “staccare” e “andare in vacanza”, “viaggiare”.
È su questo tema che ti invito a sperimentare in questo fine settimana, per il tradizionale assignment.
Non mi dire che è difficile, ovunque c’è gente che parte: stazioni, fermate del bus, garage di casa; ma basta anche un bambino che inforca una bici o il dettaglio della pedivella di messa in moto di un vecchio scooter. Anche solo un gesto può sintetizzare il concetto di partenza.
E, sempre che tu non decida di partire proprio in questo weekend, l’invito è come al solito a condividere qui qualche tuo scatto su questo tema.
Buon divertimento e buon weekend!

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

Presidente TrumpDonald Trump si è appena insediato e, come da tradizione, il suo ritratto ufficiale è apparso sul sito della Casa Bianca.
A differenza di altri casi, non è citato il fotografo ma in compenso ci sono i dati exif. Svelano che la foto è stata scattata con una Canon 1Ds Mark III dotata del classico Canon 70-200mm f/2.8L impostato a 145mm, f/2.8. Il tempo di scatto 1/320s e gli ISO 640.

Non aggiungo altro se non una seconda immagine: il ritratto ufficiale di Obama realizzato nel 2009 da Pete Souza.

Barack Obama

Magritte

Falso specchio (olio su tela) – Renè Magritte 1928

C’è un tipo di fotografia dove la fotocamera non serve.
E’ qualcosa che alcuni praticano in modo innato, a volte inconscio, mentre altri imparano proprio come disse Dorothea Lange affermando che “La macchina fotografica è uno strumento che insegna a vedere senza una macchina fotografica”.
Sto parlando della foto mentale, quella scattata senza alcuna fotocamera, quella in cui tu sei comunque il fotografo e decidi  inquadratura, esposizione, fuoco e tutto il resto, ma l’immagine resta nella tua testa. Privata, intima.
Per scattarla hai a disposizione un’attrezzatura dal valore inestimabile e dalle prestazioni infinitamente superiori a qualunque macchina fotografica in vendita. Ce l’hai sempre a disposizione, anche nelle situazioni più difficili o impreviste: sono i tuoi occhi e la tua mente.
Tutti più o meno abbiamo un archivio di foto mentali nella nostra memoria. Sono le immagini che emergono dal nostro passato, che raccontano momenti che ci hanno colpito ed è come se il nostro cervello avesse in automatico scattato delle istantanee per preservare il ricordo di quei momenti. È un meccanismo innato che in qualche modo rende l’invenzione della fotografia una vera e propria protesi emozionale dell’essere umano.

Ma è anche possibile realizzare le foto mentali in modo cosciente.
Puoi cercarle e scattarle nei momenti più belli ma anche più impensati, puoi farlo senza alterare o interrompere la magia di un istante, senza interferire o disturbare.
Fatta la foto impegnati per “svilupparla” e processarla al meglio, cercando di fissarla bene nella tua memoria ed ogni tanto torna a rivederla, questo ne manterrà la qualità.

Con le persone giuste puoi provare anche a condividerle queste foto mentali, descrivendole a parole ed aiutando chi ti ascolta a ricostruire l’immagine proprio come ce l’hai in mente tu.
Può essere molto bello.

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Se l’argomento ti interessa, ti invito a leggere anche il post sulla stampa della foto mentale.

All and nothing

All and nothing – © Copyright 2009 Pega

“There’s nothing wrong with loving a camera — as long as it remains platonic”
(Non c’è niente di male nell’amare una macchina fotografica – finchè rimane platonico)

Ogni tanto ripenso a questa ironica frase del fotografo americano Gregory Simpson che fa riflettere sull’importanza, a volte morbosa, che spesso viene data all’attrezzatura, in particolare alla macchina fotografica ed al suo “corpo”.
Sì certo, la fotocamera è importante, è il nostro strumento. Va curata e trattata bene, manutenuta e protetta ma è pur sempre solo una parte (transitoria, per altro) del nostro corredo.
Eppure ogni tanto capita di conoscere qualcuno che le rivolge un’attenzione spropositata, dandole un’importanza eccessiva decisamente feticista.

Ma quello che mi lascia assolutamente perplesso è quanto questo attaccamento morboso raramente si rifletta anche in una vera, profonda ed intima conoscenza della macchina nei suoi aspetti di funzionamento, nelle sue vere peculiarità.
Lo dico perchè ho conosciuto persone in grado di pulire con un cencetto bagnato la macchina ad ogni utilizzo, strofinandola ed alitandoci sopra, di riporla nella sua scatola dopo ogni uscita e di portarla quasi mensilmente a pulire il sensore. Queste stesse persone però si scopre che non hanno mai letto completamente il manuale del loro “tesoro” e non conoscono nemmeno la metà delle potenzialità e caratteristiche.

Insomma un feticismo fotografico che a mio vedere è piuttosto preoccupante.
🙂

 Giant Air Force Camera Kodak K-24 US Air Force Camera with Aero-Ektar f2.5, 178 mm, 5x5 lens
Oggi abbiamo fantastiche fotocamere ad altissima risoluzione sempre in tasca, oggetti in grado di scattare immagini di gran qualità e metterle subito a disposizione del mondo. È tecnologia che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata roba da fantascienza.
E basta guardare la foto sopra per rendersi ancor più conto degli enormi passi da gigante fatti. Nell’immagine puoi vedere un robusto ragazzone che sostiene ciò che un tempo era considerato un gioiello di tecnologia militare di livello assoluto: una Kodak K-24, apparecchio che l’Air Force americana usava per realizzare immagini aerofotografiche da alte quote. La macchina era dotata di un obiettivo Aero-Ektar da 178mm con apertura F/2.5 e consentiva rilevazioni tattiche utili ai bombardamenti.
Sicuramente era un oggetto in grado di realizzare immagini dettagliatissime, forse di gran qualità anche per gli standard attuali, ma sarei pronto a scommettere che l’aviere immortalato (o forse anche l’intera Air Force) avrebbe fatto volentieri il cambio con molte delle fotocamere acquistabili oggi, magari anche con qualche odierna leggera compattina di alta gamma…
🙂

Sorry, no more fuel...

Sorry, no more fuel… – © Copyright 2009 Pega


Rieccomi a proporti quella che ormai è una consolidata tradizione di questo blog: la “missione fotografica” del fine settimana.
Come sai, da tempo sostengo che uscire con una sorta di incarico predefinito sia un ottimo modo di stimolare la propria creatività fotografica, oltre che occasione per capire sempre meglio lo strumento che abbiamo in mano.
La condivisione dei risultati di queste semplici missioni è poi una naturale prosecuzione e quindi ti invito a commentare questo post con qualcuno dei tuoi scatti.
Per questo weekend il tema è un genere che da sempre trovo ricco di stimoli ed affascinante: l’esplorazione urbana.
Le nostre città sono ricche di luoghi misteriosi, spesso abbandonati o lasciati al loro destino. Sovente questi angoli sono ad un passo da zone frequentate, altre volte bisogna spingersi in periferia, ma quel che conta è che la decadenza ed i segni del tempo marcano alcuni scorci in modo particolare, fotograficamente interessante.
Il tema è ampio e può riguardare anche ciò che abbiamo davanti ogni giorno ma che, se osservato con spirito esplorativo, può cambiare aspetto. Parlo dei segni del tempo che scendono inesorabili sugli oggetti e sugli edifici, i dettagli di cose ormai in disuso o anche oggetti comuni come il sellino arrugginito di una vecchia bicicletta abbandonata.
Dato che a volte esplorare vuol dire anche penetrare in luoghi diversi dal solito, raccomando rispetto per la proprietà altrui e sopratutto massima prudenza!
Buon divertimento e buon weekend!

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

Il profilo del cormorano

Il profilo del cormorano – Copyright 2010 Pega

La capacità di sintesi è un valore, non solo per i fotografi. Pensa a quante volte chi ti parla si dilunga in eccessive argomentazioni, ripetizioni, racconti di dettagli insignificanti. E non parliamo poi di chi scrive… 🙂
Per qualcuno la sintesi è difficile, altri ne fanno un elemento di forza, con cui arrivare subito al punto, evitando tutto ciò che è in più.
Levare è un’arte, ed è una capacità che a volte è un dono, ma che si può anche coltivare.
Molti fotografi celebri sono diventati tali proprio per la loro capacità di determinare che cosa non mostrare, ed è forse proprio questo che può differenziare un professionista da un comune “possessore di fotocamera”: il saper valutare che cosa eliminare dall’immagine.
Non parlo di quello che potrebbe sembrare uno sterile esercizio minimalista, piuttosto della capacità di saper resistere alla voglia di “aggiungere” ed esercitare invece il potere dell’esclusione.
Ho trovato divertente provare a scattare  cercando di seguire questa visione.
Ti suggerisco di provarci.

Palloncino diffusore

Sì, le dimensioni contano, e quando si parla di diffusori, più grosso è meglio è.
In questo breve video ci viene proposta un’idea semplicissima ma geniale: un bel palloncino bianco gonfiato davanti al flash ed ecco che anche quello incorporato nella fotocamera, notoriamente scarso, può dare risultati decenti.
Quando si parla di fotografia con flash la diffusione della luce è la chiave per ottenere buone immagini ed evitare l’effetto fiammata con relative ombre taglienti che ci ritroviamo quando il lampo è troppo diretto.
Di diffusori in commercio ce ne sono molti, spesso grossi ed anche piuttosto costosi. In questo caso con pochi spiccioli (e pochissimo ingombro) si risolve in maniera davvero interessante.
Mi vedo già ad imbastire un set con i palloncini al posto degli ombrelli… 😀
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Landmesser (reloaded)

August_Landmesser

Cantieri navali di Amburgo, anno 1936. Un Uomo rimase fermo mentre tutti tendevano il braccio nel saluto nazista ad Hitler che presenziava al varo di una nave. Quell’Uomo si chiamava August Landmesser.
August pagò caro questo suo gesto, questa manifestazione di dissenso ed aperta protesta contro il regime. Dopo un immediato processo lo condannarono secondo le leggi razziali ed oltre a chiuderlo in prigione resero nullo il suo matrimonio, dissolvendo così la sua famiglia e definendolo infine “elemento che disonora la razza”.
E’ la Fotografia di un Uomo solo, disperato ma determinato, un istante che cambiò drammaticamente la vita di questa Persona decretando l’inizio di un calvario che lo portò fino alla morte.
Un istante che però, grazie alla fotocamera, è rimasto fissato per sempre e non lo ha fatto cadere nell’oblio ma anzi lo ha reso un esempio.
La Fotografia in questo caso si è dimostrata strumento di condanna ma anche di giustizia e memoria. E’ anche attraverso di essa che Landmesser è probabilmente stato accusato e punito ma poi è proprio grazie alla potenza del mezzo visivo che il suo gesto è stato messo a disposizione, in tutta la sua importanza, delle generazioni che sono venute e che verranno.

Party is over

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L’inizio non è altro che il proseguimento della fine.
Non credo proprio che quelli del Daily Mail abbiano eseguito il mio ultimo weekend assignment del 2016, eppure quando mi sono trovato davanti alla fantastica sequenza di scatti pubblicati dal noto giornale inglese, non ho potuto fare a meno di pensarci. Sono foto scattate esattamente secondo il tema proposto e quindi non resisto, devo segnalartele perché si tratta di una coincidenza troppo carina.
Scene e facce del “dopo la festa”, atmosfere di gioia e delusione, umanità nel ridicolo e nel ludibrio, amicizia e stanchezza, ma spesso nient’altro che abuso di alcool.
Sarà una deformazione personale ma trovo in queste immagini il riflesso di un’epoca. Peccato che sia quella in cui ci troviamo…
🙂