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Archive for the ‘Culture’ Category

Penn Irving

@ Irwing Penn


Certo, anche i fotografi si fanno i selfie, è sempre stato così, fin dagli albori.
Con questo scatto di Irwing Penn, voglio proporti un piccolo esercizio: partire dall’immagine di un fotografo per poi andare a conoscerlo meglio.
Ho scelto di proposito un nome che non è tra i più noti. L’idea è di studiare questa immagine, guardarla attentamente nei particolari; com’è vestito Penn, la sua espressione, con che fotocamera ha scelto di immortalarsi, perché quel sigaro?
Ci sono anche altri elementi e dettagli a cui puoi scegliere di dare o meno importanza, di certo questa è una foto che Irwing Penn ha deciso di realizzare con sé stesso come protagonista.
Una volta esaminata l’immagine, inizia a cercare notizie su Irwing Penn fotografo, guarda cosa si trova di lui sul web, vedi se ci sono documenti o pubblicazioni, insomma conoscilo un po’ meglio e valuta in autonomia. L’idea è fare la stessa cosa anche con tanti altri nomi: partire dal selfie per andare a conoscere un fotografo. Tutto qua, ti invito a provare. Per me, in più di un caso, questo è stato un modo per scoprire personaggi degni di maggior interesse.

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Automotive

Automotive - © Copyright 2010 Pega

Un tempo era davvero dura far sterzare le ruote di un veicolo fermo. Oggi, grazie al servosterzo non ci facciamo più caso, ma basta provarci a motore spento per capire il perché dei bicipiti dei vecchi camionisti.
Sterzare da fermi era un’impresa, ma bastava appena un leggero movimento perché la cosa divenisse molto più semplice e “morbida”.
Parlo di tutto ciò perché una cosa simile succede con la creatività. Star fermi rende difficile il cambiamento, ma basta un piccolo spunto per far germogliare qualcosa. È un meccanismo tipico di molti processi naturali: la nascita di cose nuove è sempre legata al movimento.
A volte ci si trova bloccati, senza idee o voglia di far fotografie, sembra non esserci alcuno spunto a disposizione. E’ la sindrome della pagina bianca degli scrittori, o l’impasse creativa che ogni tanto sembra affiorare in ognuno di noi.
Ma basta un po’ di movimento, un minimo di attività anche solo vagamente correlata alla fotografia, per sbloccare tutto. L’importante è non sedersi ed aspettare, ma fare in modo di avere un po’ di energia, magari lavorando su vecchie foto, andando ad una mostra, leggendo un libro o partecipando a workshop o photowalk.
L’importante è vincere l’immobilità. E’ così che le idee tornano quasi per incanto a fluire, proprio come lo sterzo che d’un tratto cominciava a girare senza sforzo, quando il veicolo dell’era “pre-servosterzo” iniziava a muoversi.

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Foto cartoline

Fotocartoline – Copyright Fotografismo punto it

Agosto, tempo di vacanze e viaggi, oggi ti propongo un’idea adatta a questo periodo. L’ho trovata sul blog dell’amico Pier Giorgio Cadeddu: si tratta delle “Fotocartoline”.
Cosa sono? Semplice: in vacanza o in viaggio si fanno fotografie, poi si stampano, ci si scrive un saluto e l’indirizzo del destinatario, si affrancano ed infine si inviano agli amici come cartoline. Facile no?
E’ un modo per riscoprire in un colpo il piacere di una tradizione analogica ormai sepolta dai messaggi digitali ed unirlo a quello del contatto con la fotografia stampata, anche dal digitale. Per farlo basta trovare un qualsiasi service e chiedergli di stamparci le foto in formato adatto.
Ti piace l’idea? Se ci vuoi provare, trovi qui l’articolo originale su Fotografismo.
🙂

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Hot Dog - By Pega

Hot Dog – © Copyright 2011 Pega


Se è vero che in genere nessuno dovrebbe essere giudice di se stesso, è anche vero che in tema di creatività e produzione artistica, questo non sempre vale.
In fotografia, come in altre forme espressive, l’autocritica è importante, è la necessaria capacità di saper dare un valore al proprio lavoro.
Che si tratti di decidere se cancellare uno scatto o proporlo per un premio, il filtro preliminare che rappresentiamo per le nostre opere è un fattore chiave. Se ci autogiudichiamo con eccessiva severità, tarpiamo le ali al nostro messaggio e al materiale che ad altri potrebbe interessare, se invece siamo troppo generosi finiamo con l’inondare il mondo di roba insignificante. Come fare per tarare questo nostro giudizio?
Il coinvolgimento emotivo che ci lega ai nostri scatti è forse il problema più insidioso. La foto fatta in un momento particolare, associata a certe sensazioni o emozioni, ci appare con dei valori che non sempre sono percepibili dagli altri.
Si può provare a lavorare per arricchire l’immagine con ciò che ci aiuta a trasmettere queste emozioni, come titolo e testo, ma bisogna comunque riuscire a fare un passo indietro e valutarla per quel che è.
Guardare la foto con distacco “come se fosse stata fatta da qualcun’altro” è un inizio. Loderesti l’autore di quello scatto? O lo criticheresti? Cos’è che funziona o non funziona? Che sensazioni e messaggi trasmette? E’ tecnicamente ben fatta? Sono domande che possiamo farci svestendoci dei panni di autore ed indossando quelli di osservatore delle nostre stesse fotografie.

Una delle strade che ho scoperto più efficaci nell’aiutarmi in questo processo di distacco, è seguire il lavoro di un numero maggiore possibile di altri fotografi, osservando regolarmente le loro foto online, ma anche visitando mostre ed esposizioni. Studiare con attenzione le immagini di altri, cercandone pregi e difetti, è un buon metodo per affinare l’autocritica verso il proprio lavoro.
Quando questo volume di immagini osservate diviene un’abitudine costante, allora diventa più naturale vedere le nostre come “solo alcune tra le tante” e quindi è un po’ più facile autovalutarle con obiettività.

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Correva il 1995, era l’alba della fotografia digitale. Curiosando su CNET ho trovato questo video con immagini di repertorio a proposito di una vera e propria “belva” d’epoca: la Nikon Fujix, una fotocamera digitale professionale che costava la bellezza di ventimila dollari (di allora). La Fujix scattava immagini da 1.3 Megapixel ed usava un hard disk removibile capace di contenere ben 70 fotografie.
Era solo l’inizio della rivoluzione digitale, un processo in cui ha avuto un ruolo anche un altro prodotto presente nel video: la fotocamera Apple Quick Take, forse la prima digitale consumer che fu prodotta tra il 1994 ed il 1997 e che veniva presentata come l’ideale per scattare foto istantanee a qualunque cosa capitasse a portata di tiro.
Ah, in questo breve filmato c’è un’altra perla per intenditori: una splendida Sandra Bullock, forse appena trentenne, appare fugacemente in una scena. Da non perdere 🙂
.

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E un dato di fatto: le nostre migliori idee, le più creative ed efficaci, arrivano sempre nei momenti più impensati, e spesso ci trovano impreparati a raccoglierle come si dovrebbe.
Il nostro cervello ha come dei processi in sottofondo, elabora continuamente e sembra tirar fuori le idee migliori proprio mentre si fa tutt’altro. Quel che è peggio è che bisogna star attenti a fissare subito questi spunti, perché a volte si dissolvono come sogni.
E qual’è uno dei momenti più tipici per tutto questo? Certo: sotto la doccia.
Eccoti quindi un mio piccolo segreto scemo: la tavoletta per appunti subacquei (sì, proprio quella usata dai sub) con tanto di matita e gomma, appesa proprio nella doccia.
La tengo sempre li, pronta. E’ l’ideale per cogliere al volo ogni spunto creativo e non lasciarsi fregare dalle buone idee che arrivano “quando meno te lo aspetti”.

😀

Idee creative: la tavoletta nella doccia by Pega

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FamilyÈ estate, fa caldo, si va in vacanza, ci si mette in costume.
Succede che poi, magari complici due birrette di troppo, partano gli immancabili scatti di famiglia ed i selfie con gli amici.
Va tutto bene, ci mancherebbe, il fatto è che però qualcuno sfodera roba davvero stupefacente.

D’accordo che le alte temperature danno un po’ alla testa, ma a me pare che in giro per ‘sti social stiano circolando foto piuttosto inquietanti!
Questi sono solo due esempi.

😀 😀 😀
Famiglia inquietante

[Fonte: www.lolwot.com]

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Cruscotto astratto

Cruscotto astratto – © Copyright 2008 Pega

Una volta il titolare di una piccola galleria d’arte mi disse: “L’astratto è un genere difficile, che generalmente paga poco. In fotografia non paga proprio”.
Non so dire se avesse ragione o meno, resta il fatto che comunque l’astratto mi affascina, sopratutto in fotografia.

Mentre per le altre arti figurative l’astratto è un risultato che parte dal concetto mentale dell’artista e si produce direttamente nell’opera lasciando all’osservatore l’onere di un grosso sforzo interpretativo, in fotografia è invece un paradosso, un percorso diverso, con un passaggio in più. La foto è intrinsecamente una rappresentazione meccanica del reale, quindi per realizzare un astratto il fotografo deve lavorare per fare in modo di rendere astratto ciò che non lo è.
L’astratto fotografico è quindi tale solo agli occhi dell’osservatore, il fotografo lo inganna rendendogli arduo riconoscere il vero soggetto dello scatto.
Sì, hai ragione, è un ragionamento contorto che forse non riesco nemmeno a spiegare bene, ma se un po’ lo condividi prova a ragionarci. Magari mi fai sapere che ne pensi.
🙂

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Hyères_1932

Hyères 1932 - Henry Cartier-Bresson

Ha ancora senso il concetto fotografico dell'”attimo fuggente”? Quel modo di scattare focalizzato sulla capacità di “cogliere il momento”, che tanto influenzò una fetta di fotografi del novecento e di cui fu maestro Henri Cartier-Bresson?
Oggi che chiunque può produrre paurose raffiche di immagini e selezionare il “momento decisivo” a posteriori, ha ancora un valore questo approccio?
Bresson è passato alla storia per le splendide foto che realizzava con una piccola Leica 35mm che gli consentiva di essere “nel posto giusto al momento giusto”, a cogliere il “momento decisivo”.
Questa definizione lo ha consacrato tra i mostri sacri della fotografia del novecento ma è molto riduttiva e fa pensare a Bresson come ad un campione di prontezza di riflessi, come se tutto il suo lavoro fosse focalizzato sul premere il pulsante dell’otturatore con gran tempismo…
Approfondendo la sua vita attraverso i suoi scritti e quelli di chi l’ha conosciuto si scopre facilmente che non è assolutamente così, Bresson è forse stato vittima delle sue stesse definizioni.
La cattura del “momento decisivo” era sempre frutto di grande studio, valutazione e ricerca, una ricerca continua. Quando parlava con una persona Bresson sembrava irrequieto, pareva voler continuamente provare un’angolazione diversa per fare una foto, era come se cercasse sempre di mettere l’interlocutore su uno sfondo adeguato. La sua passione artistica era tale che l’attenzione era costantemente rivolta verso la scoperta di nuove inquadrature e scatti.

La foto Hyères è un esempio di questa straordinaria tensione creativa, uno scatto famoso che non è frutto di un colpo di fortuna o di una gran prontezza di riflessi, come potrebbe sembrare.
Bresson effettuò decine di esposizioni dall’alto di quella scalinata. Aveva trovato una composizione che lo affascinava, un insieme perfetto, o quasi… mancava solo un dettaglio di dinamismo, qualcosa che doveva passare e che andava fermato in quel punto…
Passarono, e furono fotografate varie persone, in varie condizioni e punti. Ma fu l’uomo in bicicletta che rese lo scatto perfetto.
Forse oggi, con il digitale, è tecnicamente più facile fare uno scatto di questo tipo, ma rimane intatta la grande capacità necessaria per pensarlo e farne un’opera d’arte.

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Evoluzione
Ho trovato questa immagine sulla pagina Facebook di Gabriele Chiesa.
E’ chiaramente una provocazione, ma è anche la sintesi del percorso di evoluzione tecnica che la fotografia ha compiuto nei suoi quasi due secoli di vita.
Insieme a questa evoluzione c’è stato, è innegabile, anche un qualche tipo di impoverimento: quello del valore specifico di ogni singola posa, ovvero quanto un singolo scatto conta rispetto a tutti quelli che vengono realizzati.
Può darsi che questo del valore specifico sia un concetto del tutto inutile, assurdo, forse sbagliato. Potrebbe però anche servire a fare un ragionamento su come è cambiata la fotografia e quanta strada è probabile che ancora debba essere fatta.

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