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Vertigine by Pega

Vertigine – © Copyright 2013, Pega

Spesso fotografo cose geometriche, ne sono attratto ed affascinato, forse perché la geometria è ovunque ed evoca leggi assolute, simboli, metafore. È un messaggio universale.
È dunque questo il tema fotografico per il fine settimana, il solito esercizio per provare a scattare seguendo un compito assegnato.
La geometria è un terreno affascinante su cui confrontarsi, esistono infiniti modi di sfruttarne le potenzialità e tutto parte dalla nostra capacità di visualizzare nella mente ciò che risulterà nell’immagine.
Non credo ci sia bisogno di dire altro; l’idea di fondo è sempre la stessa, come anche l’invito a condividere i tuoi spunti creativi, aggiungendo in un commento, il tuo scatto su questo tema.
Buon fine settimana!

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Ritorno su questo argomento dato che ogni tanto mi capita di incrociare qualche polemica tra chi è pro e contro l’H.D.R.
H.D.R. sta per High Dynamic Range, è una tecnologia per fotografia digitale nata allo scopo di sopperire alle limitate capacità dinamiche del sensore che non riesce a gestire bene situazioni in cui sono presenti grandi variazioni di intensità luminosa.

Adams_clearing_winter_storm

Clearing winter storm – © 1936 Ansel Adams

L’occhio umano, grazie sopratutto alla pupilla che adatta “l’esposizione” alla luminosità, ci permette di percepire dettagli notevoli, anche quando nella scena che guardiamo ci sono contemporaneamente punti molto luminosi e zone d’ombra. Con la fotocamera invece si deve scegliere di “perdere” i dettagli nelle zone d’ombra per conservare quelli nella parte luminosa dell’immagine o viceversa. Il risultato quindi spesso delude essendo diverso rispetto alla realtà che si percepisce ad occhio nudo.
Per questo nasce l’H.D.R. che, sfruttando esposizioni diverse delle stessa scena, permette di sintetizzare una nuova immagine comprimendo le intensità luminose per renderla al meglio sui comuni mezzi di riproduzione come i monitor o la stampa su carta. Il risultato è una  foto che, a seconda di come è stata effettuata l’elaborazione, appare come molto realistica o addirittura iper realistica.

Personalmente non sono granché affascinato da queste tecniche perché ritengo che molta della bellezza della fotografia stia proprio nei limiti dello strumento e, proprio come accade per aspetti come il tempo, la profondità di campo, la focale o altri elementi, anche la ridotta capacità di gestire l’estensione delle tonalità luminose, sia un aspetto affascinante.
Ma guardando il lavoro di uno dei fotografi che maggiormente ammiro ecco che la prospettiva cambia. Ad esempio Ansel Adams, creò alcuni suoi capolavori come “Clearing winter storm” nel 1936 grazie anche ad un intenso lavoro di post-produzione, realizzando immagini in bianco e nero dalla straordinaria estensione tonale. Si va dal buio profondo delle zone in ombra al bianco perfetto della parte luminosa delle nuvole. I dettagli sono straordinari, l’atmosfera è più reale del reale.
Come fece? Per un risultato del genere non sono certo sufficienti le pur notevoli caratteristiche dinamiche (tuttora ineguagliate) della pellicola in bianco e nero.
Ebbene, Adams era un grande artista non solo dello scatto ma anche della successiva “elaborazione” in camera oscura. Lavorò con abilità alla sua stampa, andando ad esporre la carta in modo “mascherato”, differenziato a seconda delle zone dell’immagine, seguendo in sostanza quello che può essere considerato come un H.D.R. analogico.
Insomma… niente è mai veramente nuovo come sembra.
Le mie preferenze rimangono per le foto che non fanno uso di tecniche di compressione dinamica ma credo proprio che se Ansel Adams fosse un fotografo oggi, sarebbe un maestro assoluto dell’H.D.R…

🙂

Helmut by June

Helmut by JuneIl mio debole per il grande Helmut non è una novità ed oggi ho il piacere di proporti una chicca. Helmut by June è un documentario realizzato nel 1995 da Alice Springs, al secolo June Newton: moglie, musa, artista e collaboratrice del grande fotografo. Originariamente pubblicato per il circuito dei cinema d’essai, “Helmut by June” è ora disponibile gratuitamente, e racconta la vita del fotografo attraverso immagini e filmati girati durante il lavoro di colui che con i suoi scatti iconici ha influenzato i canoni estetici di un’epoca.
Se avrai voglia di vederlo troverai, tra le tante magnifiche e sensuali modelle in posa per Helmut, alcune vere star: da Claudia Shiffer a Cindy Crawford ma anche l’attrice Sigourney Weaver.
Ma il vero protagonista è lui, con la sua creatività e la grande capacità di entrare in sintonia con le persone. Un artista splendidamente dipinto da una persona a lui vicina, intima ma anche professionale come sapeva essere Alice, del resto anche lei notevole fotografa.
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https://m.youtube.com/watch?v=52hxDJweTCs&feature=youtu.be

Einstein reloaded

Albert EinsteinQual è la storia di questo scatto? Albert Einstein. Lo scienziato padre della fisica moderna e premio Nobel, nacque ad Ulma, Germania, il 14 marzo 1879 e tutti conosciamo questa immagine iconica e dissacrante del “professore” che fa la linguaccia. Ma da chi e come fu realizzata?
Il 14 marzo del 1951, proprio il giorno del compleanno di Einstein, all’Università di Princeton, più precisamente all’Istituto di Matematica di cui Einstein era direttore, era stata organizzata una festa per il suo settantaduesimo compleanno.
L’evento si svolse tra ringraziamenti e brindisi finchè, un po’ stanco, Einstein decise di rientrare a casa accompagnato in macchina dal Dr.Frank Aydelotte, preside dell’Institute for Advanced Study, e sua moglie.
Ma ad attendere l’auto al cancello c’era un gruppo di fotografi tra cui Arthur Sasse, reporter della United Press International. Da bravo paparazzo Sasse esclamò: “Ehi professore, sorrida per la foto del suo compleanno!”. Einstein, che aveva passato l’intera giornata a sorridere ai fotografi, forse non ne poteva più e rispose con una bella linguaccia. Il fotografo, velocissimo, lo beccò.
L’editor dell’International News Photos Network valutò a lungo l’opportunità di pubblicare o meno questa foto. Einstein, al contrario, la apprezzò molto ed in seguito chiese di poterne avere alcune stampe ritagliate in modo da escludere le altre due persone dall’immagine. Pare che Einstein usò poi queste stampe con la linguaccia per farci biglietti di auguri.

Einstein by Sasse

Albert Einstein – Copyright 1951, Arthur Sasse

David Bowie, 1982

David Bowie – Copyright Helmut Newton, 1982

Helmut Newton diceva che le cose sono già abbastanza complicate e non c’è bisogno di renderle ancor più complesse. Lavorava con un’attrezzatura semplice, quasi basica, perché ciò gli permetteva di avere più tempo da dedicare alle sue modelle, e questa era per lui la cosa più importante.
La tecnologia spesso ci distrae, svia la nostra attenzione dal flusso creativo e ci rende ossessionati dall’attrezzatura o dai dettagli tecnici, quando invece dovrebbe supportarci e facilitare il nostro estro.
È frequente sentire fotografi che sognano un nuovo obiettivo o una nuova fotocamera, convinti che tale pezzo possa migliorare la loro fotografia. Ma l’insegnamento di Helmut Newton ci dice invece che è la semplicità che dobbiamo cercare, focalizzandoci su ciò che è davvero importante e lavorando sulle nostre insicurezze, che non verranno certo risolte con l’acquisto di nuova attrezzatura.
Newton usava fotocamere ordinarie e dichiarò più volte di prediligere, specie per la street photography, impostazioni automatiche, lasciando alla macchina il “lavoro sporco dei dettagli tecnici” per concentrarsi completamente sulle opportunità di scatto che gli capitavano, sulle inquadrature e sul contatto con le persone.
Non c’è attrezzatura giusta o sbagliata. Dobbiamo solo scegliere il setup più semplice che ci consente di fare le foto che vogliamo fare. Parola di Helmut.
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Studio e curiosità

Oil workers by Salgado

Oil Well Workers – © Copyright 1991, Sebastião Salgado

“Study anthropology, sociology, economy, geopolitics. Study so that you’re actually able to understand what you’re photographing. What you can photograph and what you should photograph.”

Studiare, approfondire e conoscere, per capire; quello citato sopra è un consiglio prezioso. Sono le parole di Sebastião Salgado, un grande fotografo che ha fatto della capacità di rappresentare la condizione umana, un potente strumento espressivo.
Salgado ci dice che solo attraverso un approfondimento culturale è possibile capire fino in fondo ciò che si sta fotografando, ma quel che più importa è che questa conoscenza risulta fondamentale anche per scoprire che cosa merita davvero le nostre attenzioni fotografiche.
I fotografi sono curiosi, lo sono per natura. E’ la curiosità che ci spinge a fotografare, a cercare nuove situazioni e soggetti. Ma spesso questa curiosità si ferma troppo presto, al primo contatto; la foto risulta superficiale, distaccata. Solo aggiungendo l’approfondimento a questa naturale voglia di scoprire, possiamo davvero riuscire ad esprimerci in tutto il nostro potenziale.

Minutero - Afghan CameraE’ facile tirar fuori lo smartphone, inquadrare al volo, scattare e vedere subito il risultato, tutto facilmente e senza fatica. L’immediatezza del digitale è fantastica: un sogno inseguito per tutta la storia della fotografia.
Il bisogno di tempi rapidi è esistito fin dai primordi e fu Frederick Scott Archer nel 1853 il primo a realizzare una fotocamera “istantanea”. Da allora (quindi ben prima della Polaroid) sono sempre esistiti fotografi specializzati in risultati immediati “sul campo”. E’ emblematica la tradizione dei fotografi ambulanti in Afghanistan, dove per generazioni è stata mantenuta viva una tecnica ritrattistica basata su macchine-laboratorio completamente autonome.
Afghan cameraQueste fotocamere, chiamate kamra-e-faoree (che più o meno significa macchina fotografica istantanea), sono grosse scatole in legno al cui interno avviene l’intero processo: dall’esposizione allo sviluppo, fino alla stampa finale.
Dopo la messa a fuoco, effettuata sotto una cappa nera come si fa con il grande formato, la fotocamera viene caricata con un foglio di carta fotosensibile che il fotografo, infilando una mano attraverso un manicotto a tenuta di luce, estrae “alla cieca” da una scatola posta all’interno della macchina stessa.
Una volta piazzato il foglio sul piano focale, viene effettuata l’esposizione. Si passa quindi allo sviluppo, che il fotografo effettua immergendo il foglio in vaschette con normali reagenti, poste sempre all’interno della fotocamera.
Si arriva così al risultato intermedio: un’immagine negativa che, a questo punto, viene estratta dalla macchina e ri-fotografata. Ripetendo una seconda volta l’intero processo si arriva quindi al prodotto finale.
La tradizione delle Afghan Camera e di altre fotocamere a sviluppo istantaneo simili, come le Minutero spagnole, è esistita in molte parti del mondo ma adesso è in prevedibile declino. Esistono però alcuni eroici appassionati decisi a tener vivo questo bellissimo modo di fotografare, così semplice ed affascinante.
Tra di loro c’è un signore che seguo da tempo: si chiama Pier Giorgio Cadeddu. Ha chiamato “Sardinian Camera” la sua stupenda macchina fotografica a sviluppo istantaneo costruita a Càbras e sul suo sito puoi trovare molte informazioni al riguardo, comprese spiegazioni di funzionamento, costruzione e “filosofia fotografica”. Un gran bel lavoro.

P.s. Per chi volesse approfondire il funzionamento delle Afghan Camera, ecco qui un interessante video.
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Presenza - by Pega

Presenza – © Copyright 2013 Pega

Non difficile ma nemmeno banale, il tema che ti propongo per questo fine settimana. L’idea deriva da un mio vecchio progetto fotografico, a cui starei ancora lavorando, che è dedicato all’assenza. La presenza non è altro che il concetto opposto che, se ci pensiamo bene, ha forse un potenziale ancora maggiore.
Mentre fotografare l’assenza è una sorta di contraddizione in termini, in quanto si tratta di immortalare ciò che non c’è cercando di far nascere nell’osservatore una sensazione di mancanza, fotografare la presenza è tutt’altra cosa. In ogni fotografia c’è sempre e comunque qualcosa di presente; come si può fare quindi a rendere il concetto?
Qui sta la sfida per questo weekend. Non voglio influenzarti troppo con le mie considerazioni personali e preferisco quindi limitarmi a darti lo spunto per poi lasciarti completa libertà.
In questo fine settimana prova a fotografare la presenza. Fanne il concetto di fondo di qualche tuo scatto. Poi, come al solito, ti propongo di condividere la foto mettendone il link in un commento qui sotto.
Buon fine settimana!

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My first one

My first one – Copyright 2007 Pega

Qual è stata la tua prima macchina fotografica? Che ricordi ne hai? Quanto era diversa da quella che usi adesso?
E’ una domanda che può avere un peso molto diverso a seconda dell’età della persona a cui mi rivolgo.
Per i giovanissimi la risposta oscilla tra “compattina” e “smartphone” ma in ogni caso siamo sempre nel campo del recente digitale e le differenze tra i vari possibili oggetti si avvertono sopratutto in termini di obsolescenza, ma per chi ha qualche anno in più si aprono invece gli scenari più vari. C’è chi ha iniziato con una lomo a pellicola, magari una mitica Diana (chi se la ricorda?), oppure con qualche modello di compatta 35mm dei genitori tipo Kodak Instamatic o le similari che vennero dopo.
In ogni caso tutti abbiamo un qualche ricordo del primo contatto con una fotocamera tutta nostra, un oggetto che potevamo controllare scegliendo noi i soggetti e realizzando le foto secondo criteri personali.
E adesso dov’è quella macchina? Ce l’hai ancora? Fa bella mostra di sé su qualche mensola? Oppure è dimenticata in cantina, o peggio è andata perduta?
Io la mia vecchia Swinger, la Polaroid bianca che mi fu ingenuamente regalata senza calcolare bene il rischio di scatti a raffica con una pellicola allora piuttosto costosa, fa tutt’ora la sua porca figura su uno scaffale in salotto. Mi accompagnò per un certo periodo fanciullesco fatto di scatti istintivi ed istantanei. Una gioia notevole e tanti bei ricordi, sopratutto mentali perché di molte di quelle stampe immediate ne ho proprio perse le tracce…
E tu che fine hai fatto fare alla tua prima fotocamera?

Dovima with elefants

Dovima with elefants – @ Copyright 1955 The Richard Avedon Foundation

Torno spesso a rivedermi le foto di Richard Avedon, uno dei principali protagonisti della fotografia americana del secondo novecento.
Per me la sua grande caratteristica è la sorta di sintesi che seppe trovare tra fotografia artistica classica, pop art, mondo dello spettacolo e della moda.
Con una carriera che iniziò come fotografo per carte di identità e di relitti di navi mercantili, Avedon passò negli anni ’40 al mondo della moda portando in Harper’s Bazaar, la rivista per cui lavorava, la novità di porre le modelle in contesti urbani non convenzionali.
Da quel momento la sua carriera decollò. Lavorò per Vogue, Life e molti prestigiosi marchi della moda e con il passare del tempo emerse la sua grande passione per il ritratto. Una tipologia di ritratto introspettivo che scava nella personalità del soggetto e lo pone in atteggiamenti o contesti che consentono un contatto emotivo lontano dai clichè tradizionali.
Attraverso intere decadi che vanno dagli anni ’60 all’alba del nuovo millennio, per molti personaggi famosi e star, quello di Avedon divenne uno studio fotografico da cui era necessario passare, a patto di essere disposti ad esporre se stessi in modo diretto.

Homage to Munkacsi

Homage to Munkacsi, Parigi © Copyright 1967 Richard Avedon

Trovo particolare in Richard Avedon la capacità di separare bene la sua attività di fotografo commerciale su commissione per il settore della moda e dello spettacolo, dal suo personale impegno e ricerca sul ritratto introspettivo unito al reportage di denuncia. Un esempio di questa passione è l’importante progetto che svolse in Vietnam a documentare gli orrori della guerra con crude foto di corpi mutilati e straziati dal napalm.
Uno stile, quello di Avedon che, anche nei lavori più chiaramente  commerciali, come ad esempio gli scatti per i grandi nomi della moda, fa percepire una personalità ed una originalità che solo pochi grandi hanno saputo esprimere.

E’ significativa una sua frase che sottolinea l’irrefrenabile passione per la fotografia che lo accompagnò fino all’ultimo: “If a day goes by without my doing something related to photography, it’s as though I’ve neglected something essential to my existence