“The Boy with a Camera for a Face” è un delizioso e pluripremiato corto realizzato da Spencer Brown, che narra la pazzesca storia di un uomo che nasce con un apparecchio fotografico al posto della testa.
Ogni momento della sua esistenza è registrato, e questo porta a tutta una serie di situazioni che l’autore definisce come una visione satirica del mondo in cui viviamo oggi. In effetti c’è un po’ tutto: dall’ossessiva documentazione di ogni momento delle nostre vite, alle continue violazioni della privacy.
Il racconto è scandito da una voce narrante in versi, che regala all’opera un carattere davvero particolare e la rende un piccolo capolavoro.
Buona visione.
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Oggi, oltre a quello della polemica, corro il rischio di impantanarmi in una serie di vaneggiamenti su arte ed espressione creativa, ma così è, quindi taglio corto andando al sodo con una domanda: c’è forse un confine strutturale all’espressione artistica? Intendo un limite che l’artista deve per forza rispettare per mantenersi dentro alla “sua disciplina”?
Cerco di spiegarmi meglio: è davvero così importante questa voglia di classificare l’arte secondo schemi precisi? Un musicista, per essere tale, deve limitarsi alla produzione di opere sonore, o può espandere la sua creatività in altre forme come ad esempio la poesia o le arti visive? Può un poeta sconfinare e decidere di accompagnare con ritmo e note le sue composizioni? Un fotografo può arricchire le sue immagini con testo e magari anche musica o effetti sonori?
Specie in ambito fotografico i puristi abbondano e di fronte a certe domande non mancano mai le esclamazioni: “Un fotografo deve essere un fotografo!”, “Le immagini devono parlare da sole!”, “Se c’è bisogno di scrivere allora le immagini non sono abbastanza buone!”.
Perché il mondo della fotografia si impone questi dettami? Forse il cinema migliore e più “puro” è quello muto?
Porto avanti da un po’ questo mio punto di vista, adoro i Fotografi che senza paura arricchiscono i loro scatti con testi e descrizioni, e rimango affascinato anche da qualche esperimento di contaminazione sonora, anche se è un terreno difficile.
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Immagina se Daguerre o Talbot avessero subito inventato la fotografia a colori. Cosa sarebbe successo senza decenni di immagini monocromatiche?
C’è chi pensa che, se così fosse stato, il bianco e nero non avrebbe mai fatto la sua comparsa e ce lo saremmo perso.
Invece, per lungo tempo, i fotografi hanno maturato la loro sensibilià confrontandosi con una delle limitazioni più affascinanti della fotografia. Una limitazione che, insieme ad altre tipiche di questo media, come la profondità di campo, il tempo di esposizione, l’escursione tonale o la stessa inquadratura, rappresenta in realtà una grande ricchezza.
Il bianco e nero, non solo è stato una tappa fondamentale per gli artisti delle immagini, ma è tutt’ora vivo e vegeto.
Lo è così tanto che oggi siamo ad un curioso paradosso: in digitale scattiamo tutte le nostre foto a colori (i sensori sono costruiti per lavorare sempre a colori) e poi usiamo tecniche digitali, elaborate a bordo della macchina o in postproduzone, per trasformarle in un bianco e nero più simile possibile a quello che si faceva, meravigliosamente, con la pellicola monocromatica…
Insomma: la tecnologia che lavora alla ricerca di un perfetto passo indietro, per ritrovare un limite da tempo superato.
A volte il progresso è difficilmente distinguibile dal regresso.
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Riecco il weekend assignment, questa sorta di “missione fotografica” periodica che ormai da molto tempo ti propongo.
L’idea di fondo è sempre la stessa: uscire e fotografare con in mente un compito assegnato, comportandosi un po’ come un reporter o un fotografo incaricato di svolgere un lavoro su commissione, da svolgere con creatività ed autonomia.
Per questo weekend il tema è apparentemente banale: le finestre.
La finestra è un soggetto facile ma per questo molto rischioso. Fotografando una finestra si rischia di cadere nel banale. Eppure è un elemento carico di possibili significati, proiezioni e letture.
La finestra rappresenta una chiusura ma anche una via di comunicazione, mette in contatto l’interno con l’esterno, permette il passaggio della luce e può consentire poi, a chi è fuori, di sbirciare dentro. Una finestra può essere nuova, magari moderna e colorata, oppure antica e suggestiva; in ogni caso è probabile che sia fotogenica, specie se coinvolge l’elemento umano.
In questo fine settimana trova la “tua” finestra, cerca inquadratura e composizione, gioca con le eventuali figure coinvolte nella scena e poi scatta qualche fotografia cercando un significato tuo.
Come sempre ti invito poi ad inserire la tua immagine in un commento a questo post. Condividere è divertente e può portare a vedere la tua foto visitatori che la apprezzeranno.
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La prossima volta che vedi qualcosa che cattura il tuo occhio fotografico, non esitare, non rimandare, non procrastinare.
Che tu stia passeggiando, guidando la macchina o una bici, fermati e fai subito quello scatto. Subito sì, perché alcune delle cose che ci capita di notare e che ci stimolano un’opportunità fotografica, sono sovente una combinazione complessa di elementi che potrebbero non riproporsi mai più.
La luce, emozioni, persone o oggetti, una situazione particolare… non è detto che questo insieme di fattori si combini nuovamente in futuro o che tu possa di nuovo essere lì per fare quella foto.
Specie quando hai con te l’attrezzatura ed hai fatto lo sforzo di prenderla e portartela dietro, non lasciare mai che la pigrizia ti impedisca di fare una foto. Monta la lente giusta, cerca l’inquadratura e scatta.
Segui il tuo istinto creativo, coltivalo lasciandogli realizzare le immagini che sa intravedere.
Un minuto di ritardo ad un appuntamento o sul rientro a casa sarà un piccolo prezzo che un giorno potrebbe essere ampiamente ripagato.
🙂
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E’ notizia di questi giorni la pubblicazione di un vero e proprio tesoro: una collezione di oltre 180.000 immagini d’archivio che la New York Public Library ha deciso di rendere disponibile a tutti senza alcun vincolo di copyright.
La cosa è resa ancor più fantastica da un potente strumento di visualizzazione (a questo link) che permette di navigare con grande facilità nell’immenso archivio, cercare, previsualizzare e scaricare in alta risoluzione ciò che interessa.
Tutte le immagini sono utilizzabili senza alcun limite e quindi sfruttabili anche a fini commerciali, una vera manna per chi è sempre in cerca di nuovo materiale di qualità.
Adesso vado a farne una scorpacciata 🙂
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Non è proprio un titolo da rubrica “cinema e fotografia”, ma solo un simpatico video quello che ti propongo oggi. Realizzato dal fotografo francese Serge Ramelli è una breve scenetta a proposito di quanto le dimensioni dell’attrezzatura svolgano un ruolo che, a volte, va un po’ oltre la mera necessità tecnica…
Mai assistito a niente di simile? Io dico di sì!
🙂
[Fonte: ISO1200]
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Cosa fotograferesti se la tua sola ed unica macchina fotografica fosse un apparecchio scadente, primordiale, di qualità modesta?
A cosa dedicheresti le tue immagini se ti fosse imposta una forte limitazione anche sul numero di scatti? Se il processo fosse lungo, laborioso e costoso come era ai primordi della fotografia?
Scatteresti a tutto quello che passa o concentreresti la tua attenzione su qualcosa in particolare? Una tipologia di soggetto, un genere?
Sono domande un po’ assurde ma forse non del tutto. Possono servire a ragionare su ciò che far fotografie significa per ognuno di noi.
Mi è capitato di affrontare più volte la questione con persone diverse. C’è qualcuno che di fronte ad una limitazione tecnica si sentirebbe perso, senza più quegli oggetti di tecnologia che forse sono la sua vera fonte di interesse. Altri invece avvertono, in questo ipotetico scenario, una sorta di liberazione, quasi un possibile percorso di vero ed originale sviluppo della propria creatività.
E tu cosa ne pensi? Possono, domande del genere, far crescere la nostra consapevolezza di cos’è la Fotografia ed impattare su scelte di stile ed attrezzatura? Oppure l’onnipresente marketing dei big del digitale governa indisturbato?
🙂
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“Anno nuovo vita nuova”, come sempre i primi giorni dell’anno sono quelli dei buoni propositi e del “tentativo” di fare ordine tra files e cartelle dell’anno appena concluso, quindi è proprio il momento giusto per ripercorrere gli ultimi dodici mesi attraverso gli scatti che si sono via via realizzati durante l’anno.
Se non l’hai mai fatto ti invito a seguirmi in una piccola tradizione, una sorta di semplice rito propiziatorio per il nuovo anno fotografico, che consiste proprio nel chiudere il vecchio 2015 con la scelta di un’immagine da considerare come la tua preferita.
Scrivo preferita perché non credo che qui sia importante la riuscita tecnica o il successo di visite, la tua preferita 2015 deve essere la foto che sceglieresti se ti fosse concesso di salvarne una sola tra tutte quelle realizzate nell’anno appena trascorso.
Dato che non posso esimermi dal farlo per primo, ecco la mia: questo ritratto che ho fatto a Firenze ad Oliviero Toscani è la mia foto preferita di un 2015 in cui, ancora una volta, ritengo di aver scattato poco e male.
È uno scatto a cui tengo innanzitutto perché è un ritratto, un tipo di fotografia a cui avevo deciso di volermi dedicare di più, specie alla ricerca di immagini create alla maniera del ritratto fotografico classico, quindi con il soggetto pienamente consapevole di essere fotografato. E poi è una foto fatta ad un personaggio che stimo molto per il suo talento ed i suoi punti di vista sempre molto radicali e fuori dagli schemi, un personaggio un po’ ostico e non facile da “far mettere in posa”.
Ecco, questa è la mia scelta. Un esercizio che ti invito a provare seguendo tuoi criteri personali e soggettivi, a conclusione di questo anno di fotografie.
Se ne hai voglia inserisci pure il link alla “tua preferita 2015” in un commento a questo post.
E… BUON 2016!
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Quella dei furti è una piaga senza fine che, ovvio, non riguarda solo i fotografi ma di certo li vede tra le vittime più appetibili visto che l’attrezzatura fotografica rappresenta un bottino dal buon valore, facile da ricettare.
Tra le varie iniziative nate per cercare di proteggersi c’è LensTag, un servizio online che consente di registrare gratuitamente la propria attrezzatura ed inserirla in un database che permette di controllare i numeri di serie.
Proprio LensTag ha pubblicato una ricerca che per l’anno 2015 mette l’Italia ed in particolare Roma, al primo posto al mondo tra le città in cui viene rubata più attrezzatura fotografica. E’ proprio un bel primato di cui andare fieri… 😦
Altro dato interessante riguarda le automobili (in particolare pare quelle prese a noleggio) che si sono dimostrate, in quest’anno, il luogo meno sicuro in assoluto dove tenere le nostre care cose fotografiche…
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[Fonte: Petapixel]
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