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Archive for the ‘Black and White’ Category

Oil workers by Salgado

Oil Well Workers – © Copyright 1991, Sebastião Salgado

“Study anthropology, sociology, economy, geopolitics. Study so that you’re actually able to understand what you’re photographing. What you can photograph and what you should photograph.”

Studiare, approfondire e conoscere, per capire; quello citato sopra è un consiglio prezioso. Sono le parole di Sebastião Salgado, un grande fotografo che ha fatto della capacità di rappresentare la condizione umana, un potente strumento espressivo.
Salgado ci dice che solo attraverso un approfondimento culturale è possibile capire fino in fondo ciò che si sta fotografando, ma quel che più importa è che questa conoscenza risulta fondamentale anche per scoprire che cosa merita davvero le nostre attenzioni fotografiche.
I fotografi sono curiosi, lo sono per natura. E’ la curiosità che ci spinge a fotografare, a cercare nuove situazioni e soggetti. Ma spesso questa curiosità si ferma troppo presto, al primo contatto; la foto risulta superficiale, distaccata. Solo aggiungendo l’approfondimento a questa naturale voglia di scoprire, possiamo davvero riuscire ad esprimerci in tutto il nostro potenziale.

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Presenza - by Pega

Presenza – © Copyright 2013 Pega

Non difficile ma nemmeno banale, il tema che ti propongo per questo fine settimana. L’idea deriva da un mio vecchio progetto fotografico, a cui starei ancora lavorando, che è dedicato all’assenza. La presenza non è altro che il concetto opposto che, se ci pensiamo bene, ha forse un potenziale ancora maggiore.
Mentre fotografare l’assenza è una sorta di contraddizione in termini, in quanto si tratta di immortalare ciò che non c’è cercando di far nascere nell’osservatore una sensazione di mancanza, fotografare la presenza è tutt’altra cosa. In ogni fotografia c’è sempre e comunque qualcosa di presente; come si può fare quindi a rendere il concetto?
Qui sta la sfida per questo weekend. Non voglio influenzarti troppo con le mie considerazioni personali e preferisco quindi limitarmi a darti lo spunto per poi lasciarti completa libertà.
In questo fine settimana prova a fotografare la presenza. Fanne il concetto di fondo di qualche tuo scatto. Poi, come al solito, ti propongo di condividere la foto mettendone il link in un commento qui sotto.
Buon fine settimana!

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Dovima with elefants

Dovima with elefants – @ Copyright 1955 The Richard Avedon Foundation

Torno spesso a rivedermi le foto di Richard Avedon, uno dei principali protagonisti della fotografia americana del secondo novecento.
Per me la sua grande caratteristica è la sorta di sintesi che seppe trovare tra fotografia artistica classica, pop art, mondo dello spettacolo e della moda.
Con una carriera che iniziò come fotografo per carte di identità e di relitti di navi mercantili, Avedon passò negli anni ’40 al mondo della moda portando in Harper’s Bazaar, la rivista per cui lavorava, la novità di porre le modelle in contesti urbani non convenzionali.
Da quel momento la sua carriera decollò. Lavorò per Vogue, Life e molti prestigiosi marchi della moda e con il passare del tempo emerse la sua grande passione per il ritratto. Una tipologia di ritratto introspettivo che scava nella personalità del soggetto e lo pone in atteggiamenti o contesti che consentono un contatto emotivo lontano dai clichè tradizionali.
Attraverso intere decadi che vanno dagli anni ’60 all’alba del nuovo millennio, per molti personaggi famosi e star, quello di Avedon divenne uno studio fotografico da cui era necessario passare, a patto di essere disposti ad esporre se stessi in modo diretto.

Homage to Munkacsi

Homage to Munkacsi, Parigi © Copyright 1967 Richard Avedon

Trovo particolare in Richard Avedon la capacità di separare bene la sua attività di fotografo commerciale su commissione per il settore della moda e dello spettacolo, dal suo personale impegno e ricerca sul ritratto introspettivo unito al reportage di denuncia. Un esempio di questa passione è l’importante progetto che svolse in Vietnam a documentare gli orrori della guerra con crude foto di corpi mutilati e straziati dal napalm.
Uno stile, quello di Avedon che, anche nei lavori più chiaramente  commerciali, come ad esempio gli scatti per i grandi nomi della moda, fa percepire una personalità ed una originalità che solo pochi grandi hanno saputo esprimere.

E’ significativa una sua frase che sottolinea l’irrefrenabile passione per la fotografia che lo accompagnò fino all’ultimo: “If a day goes by without my doing something related to photography, it’s as though I’ve neglected something essential to my existence

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atget

Saint Cloud, 1921 - Eugene Atget

È una foto affascinante, un capolavoro di composizione. Osservala nei dettagli.
L’elemento fondamentale, il triangolo, è il cardine di tutta l’immagine. Ci sono gli alberi triangolari, le ombre, ma anche gli spicchi di spazio e di sfondo che l’autore ha cercato e trovato posizionando con grande cura la sua macchina fotografica. E’ bello scovarli via via nella foto, scoprendone di nuovi ogni volta ed intuendo che ce ne potrebbero essere molti di più di quanto non sembri a prima vista.
E’ un celebre scatto di Eugène Atget, uno dei più grandi maestri della Fotografia del Novecento.
Atget nacque a Libourne (Bordeaux) nel 1857 e, dopo un’infanzia non facile ed anche alcuni anni di vita di mare come mozzo nella marina mercantile francese, scoprì una vocazione artistica che lo condusse ad entrare in una compagnia teatrale. Non fu una lunga carriera, dei problemi alle corde vocali lo costrinsero a cambiare attività, ma l’attrazione per l’arte lo avvicinò all’ambiente della pittura.

atget_ragpicker

Ragpicker 1899 - Eugene Atget

Atget scoprì presto che attraverso la fotografia avrebbe potuto sia mantenersi che dar sfogo alla sua vena creativa. Iniziò così un’attività che lo vide pioniere nella fotografia architettonica e di strada, specializzato in soggetti cittadini che vendeva ai pittori di Montparnasse.
Non aveva formazione di base in arti visive ma solo un gran talento, unito ad un notevole interesse ed amore per una Parigi che stava ormai cambiando, cedendo alla progressiva modernizzazione.
Questa passione lo portò a cercare inquadrature e scorci che ritraevano una città che si sarebbe presto modificata e fu proprio così che ad un certo punto la Biblioteca Nazionale di Francia, valutando l’interesse documentaristico del suo lavoro, acquistò la sua intera produzione.
Atget morì nel 1927 ed il suo successo fu praticamente tutto postumo.
E’ considerato uno dei grandi, uno dei principali pionieri della fotografia documentaristica e di strada, ed è uno dei miei fotografi preferiti in assoluto.

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ChanelNon sono un grande fan della cosiddetta “Fashion Photography” ma ho comunque molto rispetto per la professionalità e le capacità tecniche di molti fotografi di questo settore. La fotografia di moda richiede altissima qualità e forti capacità di gestire ogni dettaglio dell’immagine. Il fotografo si trova spesso a lavorare sotto pressione ed in tempi ridotti.
E poi si sa, le star non sono facili…
È per questi motivi che ogni tanto vado a vedere cosa c’è di nuovo sul sito di Breed, una scuola di fashion Photography, ed è qui che ho trovato questo interessante video. Mostra le fasi di un workshop in cui l’obiettivo è ricreare il ritratto di Kristen Stewart realizzato da Mario Testino per una pubblicità di Chanel.
C’è tutto: dal make up alle luci, dalla gestione della modella fino alla fase di scatto vera e propria. Un processo che quelli di Breed chiamano “Image Decostruction” e che trovo davvero istruttivo per qualunque fotografo.
Buona visione!
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[Fonte: Breed]

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Frederick Scott Archer

Frederick Scott Archer

Una lastra di vetro perfettamente lucidata, una sostanza viscosa chiamata collodio ed un po’ di nitrato di argento. Erano questi, insieme ad una piccola camera oscura portatile ed a qualche altro reagente chimico, gli strumenti con cui intorno al 1850 si realizzavano i cosiddetti “Ambrotipi”, fotografie che utilizzavano un metodo detto della “lastra umida” (wet plate) inventato da  Frederick Scott Archer.
La qualità delle immagini non era al livello dei dagherrotipi, ma il costo era inferiore, il processo più semplice e sopratutto così si ottenevano negativi da cui produrre stampe molteplici.
E’ seguendo questo metodo che il fotografo Harry Taylor ci fa vedere, in questo video, come ancora oggi si possa provare a seguire questo procedimento.

Le fasi necessarie per produrre un “ambrotipo” che Taylor ci mostra sono:

1) Pulitura accurata della lastra di vetro.
2) Applicazione del collodio sulla lastra distribuendolo perfettamente. Questa fase può svolgersi alla luce.
3) In camera oscura, immersione della lastra in una soluzione di nitrato d’argento per circa 3-5 minuti.
4) Sempre al buio, inserimento della lastra trattata nell’apposito contenitore/scatola a tenuta di luce (plate holder).
5) Posizionamento del plate holder, contenente la lastra, nella macchina fotografica ed esposizione di circa 8 secondi.
6) Sviluppo in un bagno di solfato di ferro.
7) Fissaggio usando una soluzione contenente tiosolfato di sodio.

Il risultato è un’immagine dotata di discreta qualità e gran fascino.
E’ interessante pensare come alcuni fotografi di metà ottocento viaggiassero con al seguito tutta l’attrezzatura necessaria per fare queste foto. Era un discreto quantitativo di roba ed in genere serviva un carro. Fu in questo modo che furono realizzati anche i primi reportage di guerra.

E’ un video interessante, specie se non hai mai visto come si realizzavano queste fotografie.
Buona visione.
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Edward S. Curtis

Edward S. Curtis

Edward S. Curtis non è un nome che proprio tutti conoscono.
Esploratore, etnologo e fotografo, dedicò gran parte della sua vita a documentare l’epopea del Far West e dei nativi americani, popolo che ammirò e studiò, divenendone profondo conoscitore.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento Curtis viaggiò a lungo in tutto il Nord America, con l’intenzione di immortalare le tribù di nativi americani che stavano già allora scomparendo. Realizzò in questo modo un importante lavoro di documentazione che comprendeva immagini descrittive di personaggi, usi e costumi di oltre 80 tribù. Questa raccolta fu intitolata “The North American Indian” ed è tutt’ora considerata una delle opere di documentazione più importanti del settore, tanto che Curtis è spesso definito come il “cantore degli indiani d’America”.
Si possono trovare facilmente in rete molte immagini appartenenti a questa raccolta che, anche solo dal punto di vista puramente fotografico, è un vero capolavoro con ritratti davvero stupendi.

Medico della tribù dei Corvi, 1908

Medico della tribù dei Corvi – Edward S. Curtis, 1908

Uomo Pellerossa, 1907

Uomo Pellerossa – Edward S. Curtis , 1907

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Bischof, 1942

Werner Bischof, primi lavori, circa 1942

“Ho sentito il dovere di avventurarmi nel mondo e di esplorarne il vero volto. Condurre una vita soddisfacente, di abbondanza, ha accecato molti di noi che non riescono più a vedere le difficoltà immense presenti al di là delle nostre frontiere.”

Prima delle immagini, sono queste sue brevi parole a far subito intuire chi era Werner Bischof. Nato a Zurigo nel 1916 studiò arte ed iniziò a lavorare come fotografo pubblicitario ma, nonostante un discreto successo, ben presto si accorse che non era quella la sua strada. Nel 1945 accettò un incarico da parte della rivista Du che lo portò a girare l’Europa postbellica e documentare le condizioni di vita delle persone.

Bischof, Germany

Friburgo, Germania 1945

Rimase segnato da questo suo primo incarico. La sua attenzione si volse subito verso le persone, specie i più deboli, le vittime innocenti del recente conflitto, sviluppando l’idea di fotografia come testimonianza della dimensione esistenziale e delle sue difficoltà.

Bischof

Corea, 1951

Nel 1949 fu invitato a far parte dell’agenzia Magnum, allora composta dai soli cinque soci fondatori: Capa, Cartier-Bresson, Rodger, Seymour e Haas.
Nella veste di fotoreporter (definizione che non amava) viaggiò prima in India e poi in Giappone per documentare la guerra in Corea. Vi rimase un anno intero, carpito dal fascino e dall’eleganza della sua cultura, che catturò con scatti assoluti.

Giappone - Bischof

Giappone, 1951

Nel 1953 si volge verso il nuovo mondo. Prima viaggia per alcuni mesi nel cuore degli Stati Uniti seguendo la creazione della nuova rete autostradale, poi va in Sudamerica dove è intenzionato a fotografare alla gente, descrivere la vita quotidiana. Un’idea che, sapeva benissimo, non avrebbe entusiasmato le testate per cui lavorava. È sulle Ande, a soli trentotto anni, che trova una terribile morte, in un incidente d’auto mentre viaggia verso una miniera in alta quota.
Gran parte del lavoro di Bischof è stato valorizzato solo in tempi molto successivi alla sua morte, grazie al figlio Marco che, nel 1986 decise di pubblicare alcuni estratti dai suoi diari e dalla corrispondenza, oltre ad un archivio fotografico inedito.

Chicago, Illinois, 1953

Chicago, 1953

C’è una cosa, di cui non molti parlano, che mi ha affascinato di questo fotografo. Bischof è stato uno dei pochi fotoreporter del “periodo d’oro” del fotogiornalismo anni ’50 e ’60 ad usare il colore.
In quegli anni, per motivi tecnici ed economici, le testate stampavano solo in bianco e nero, creando un terreno formale a cui la maggior parte di un certo tipo di fotografi è rimasta rigidamente ed a lungo ancorata, anche ben dopo l’avvento della quadricromia. Werner Bischof fu invece tra i primi ad esplorare il reportage anche a colori, riuscendo ad interpretarlo con coordinate artistiche ed estetiche indipendenti e personali, sicuramente diverse da quella sorta di mainstream monocromatico che ancora oggi tende a dominare il genere.

Una volta disse: “Davvero io non sono un fotogiornalista. Purtroppo non ho alcun potere contro questi grandi giornali, non posso nulla, è come se prostituissi il mio lavoro e ne ho davvero abbastanza. Nel profondo del mio cuore io sono sempre, e sempre sarò, un artista.”

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Ansel AdamsSul canale Youtube di Marc Silber ho trovato questa interessante intervista a Michael Adams, figlio di una vera e propria leggenda della fotografia del novecento: Ansel Adams.
E’ una piacevole chiacchierata che si svolge proprio nella casa dove visse il grande fotografo, con Michael che racconta dell’importanza che Ansel dava agli aspetti di pre-visualizzazione e perfezionamento del suo lavoro, cercando di trasmettere tutto ciò anche attraverso i tanti workshop che tenne negli anni della sua lunga carriera.
Una parte interessante del video è riservata a due pezzi di attrezzatura degni di un museo: la fotocamera grande formato 8×10 Deardorff, che Adams usò per realizzare alcuni dei suoi scatti più famosi e la ben più compatta Zeiss Ikon Super Ikonta B.
Ma l’aspetto forse più affascinante di questo breve documento è l’accenno alla fotografia su commissione, quella più commerciale insomma, a cui Adams si dedicò specialmente nella fase iniziale della sua attività. Realizzò immagini pubblicitarie di vario genere e lavorò per aziende come la Kodak o il colosso petrolifero Standard Oil, spesso scattando a colori, impegnandosi in un tipo di fotografia che non era di certo la sua preferita. Del resto anche Ansel Adams aveva le bollette da pagare…
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Multiengine flying instructor

Multiengine flying instructor – Copyright 2012, Pega

Per questo fine settimana voglio proporti un assignment tra i più affascinanti, un elemento con cui ogni appassionato di fotografia si trova, prima o poi, a confronto: lo sguardo.
Fotografare lo sguardo è intrigante: gli occhi possono guardarti mentre vengono inquadrati e lo sguardo lo senti, ti scruta mentre fotografi, può studiarti mentre a tua volta lo studi. Lo sguardo ti mette a diretto contatto con il soggetto, con le sue emozioni, la sua mente.
Uno sguardo può essere il dettaglio in un ritratto o l’unico protagonista dell’intera foto. Lo sguardo può essere umano o animale, vero o anche fasullo. sta a te la scelta.
In questi giorni prova a fotografare sguardi, cercali e fissali nelle tue immagini. Poi, come propongo sempre, condividi qui la tua foto migliore.
Buon divertimento e buon weekend!

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