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Ansel AdamsSul canale Youtube di Marc Silber ho trovato questa interessante intervista a Michael Adams, figlio di una vera e propria leggenda della fotografia del novecento: Ansel Adams.
E’ una piacevole chiacchierata che si svolge proprio nella casa dove visse il grande fotografo, con Michael che racconta dell’importanza che Ansel dava agli aspetti di pre-visualizzazione e perfezionamento del suo lavoro, cercando di trasmettere tutto ciò anche attraverso i tanti workshop che tenne negli anni della sua lunga carriera.
Una parte interessante del video è riservata a due pezzi di attrezzatura degni di un museo: la fotocamera grande formato 8×10 Deardorff, che Adams usò per realizzare alcuni dei suoi scatti più famosi e la ben più compatta Zeiss Ikon Super Ikonta B.
Ma l’aspetto forse più affascinante di questo breve documento è l’accenno alla fotografia su commissione, quella più commerciale insomma, a cui Adams si dedicò specialmente nella fase iniziale della sua attività. Realizzò immagini pubblicitarie di vario genere e lavorò per aziende come la Kodak o il colosso petrolifero Standard Oil, spesso scattando a colori, impegnandosi in un tipo di fotografia che non era di certo la sua preferita. Del resto anche Ansel Adams aveva le bollette da pagare…
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Dedico questo breve video a tutti i duri e puri, quelli che “io solo a pellicola”. Lo dedico però anche a tutti quei “geek” malati di tecnologia e così attratti solo dagli ultimi ritrovati che il mercato offre, da dimenticare qual è la vera natura della Fotografia.
“La tecnologia non è un problema” dice Oliviero Toscani in questa breve intervista ed io sottoscrivo ogni parola che dice.
E’ grazie alla tecnologia che oggi possiamo realizzare immagini che i fotografi del passato potevano solo sognare, ma non dimentichiamoci che la macchina rimane solo uno strumento e sta solo al fotografo “fare la foto”.
Buona visione.
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In una sua intervista su Photofocus l’ottantacinqenne Jay Maisel, leggenda vivente della Fotografia e vincitore di un’infinità di riconoscimenti, disse una cosa che mi è sempre rimasta impressa:

“Ci sono solo due tipi di fotografie:
quelle che scatti a ciò che che vedi per poterlo condividere,
e quelle che fai per tenerle solo per te”

Secondo questo punto di vista, il primo tipo di immagini è quello in cui tutto ruota intorno al soggetto, all’importanza che il fotografo gli assegna ed alle sensazioni che questi confida possano nascere nell’osservatore. L’obiettivo del fotografo è orientato alle emozioni di chi guarderà l’immagine.
Nel secondo caso lo scenario cambia, o meglio può cambiare. Le fotografie che scattiamo solo per noi possono contenere anche elementi diversi. Se la destinazione è solo personale, si è liberi di andare alla ricerca di aspetti che sappiamo potrebbero non avere senso per altri, cose che non vogliamo o possiamo condividere o che sentiamo non destinate ad essere fruite, forse nemmeno capite da osservatori terzi.
E le tue foto? Quanto ricadono nell’una o l’altra categoria?
Comunque sia, eccoti uno splendido breve documentario su Jay Maisel. Sono sette minuti ben spesi.
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Bill CunninghamSono passati solo pochi giorni dalla scomparsa di Bill Cunningham, il grande fotografo americano divenuto famoso per i suoi ritratti rubati e le foto di strada.
Classe 1929, Cunningham iniziò come fotografo di moda per il New York Times, ma lavorò anche per il Chicago Tribune ed altre testate prima di dedicarsi completamente al genere “street”.
Voglio omaggiarlo proponendo una bellissima intervista realizzata nel 2014 da Fern Mallis. E’ un profondo e tranquillo incontro con questo anziano signore che entra con la sua fotocamera al collo e ci racconta di tutta una vita dedicata alla Fotografia, in particolare del suo approccio amatoriale e “non commerciale”. Sì, infatti Cunningham ha lottato tutta la vita per non diventare un fotografo professionista e per anni lavorò rifiutando compensi. Solo nel 1994 accettò di farsi assumere dal New York Times per potersi permettere un’assicurazione sanitaria dopo essere stato investito mentre circolava in bicicletta.
Questa intervista è un documento da assaporare con calma, lo dico pur sapendo che solo pochi “cultori” se lo gusteranno fino in fondo (è lungo ed è pure in lingua Inglese) sebbene sia un’occasione rara, visto che fino a pochi giorni fa era disponibile solo on demand a pagamento.
Buona visione (se vorrai).
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Pen, Brush, Camera with Henri Cartier-BressonIl blog è un media “mordi e fuggi”. Trovi un post, leggi il titolo ed in una frazione di secondo valuti se l’argomento ti interessa (ergo, guai ai titoli sbagliati!).
Se decidi di proseguire, ti aspetti un contenuto di rapida lettura, al massimo un paio di minuti, meglio se con qualche immagine. Quando ci sono di mezzo i video, il ritmo deve essere rapido come un clip musicale.
Detto questo, oggi vado completamente fuori standard e ti propongo un intero documentario: un magnifico video integrale su Henri Cartier-Bresson, il leggendario fotografo del “momento decisivo”, uno dei più celebrati maestri della fotografia del novecento, considerato tra i padri del fotogiornalismo.
E’ un documento di ben cinquanta minuti che probabilmente ben pochi guarderanno integralmente, eppure è un grande regalo che ci arriva dall’era della rete.
Se avrai la pazienza di gustarlo con calma, magari sorseggiando qualcosa di buono dopo un adeguato addivanamento, troverai in questo documentario/intervista del 1998, un Bresson novantenne che ripercorre la sua lunga carriera, fin dal suo primo contatto con la fotografia, incontrata da giovanissimo nel 1930 mentre studiava pittura.
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Masi GuidoC’è un giovane fotografo che come altri ha la passione di fare scatti di strada per i vicoli e le piazze di Firenze. Lui si apposta discreto e attende. È attento e rispettoso, cerca momenti e dettagli, per catturarli con la sua fotocamera.
Conosco Guido Masi da qualche anno, dopo averlo incontrato in uno dei tanti meeting tra flickeriani e da quel momento ho sempre seguito il suo album. Ora mi sono deciso a fargli qualche domanda per il blog.

Ciao Guido, lo sai che sono un estimatore delle tue foto e quindi ti ringrazio per aver accettato con entusiasmo questa intervista. Una cosa che voglio chiederti subito è quanto valore ha per te la pubblicazione on line dei tuoi scatti ed in particolare su Flickr.
Credo che condividere gli scatti on line ed in particolare su Flickr abbia molto valore per molteplici motivi: in primo luogo ti consente di confrontarti con altri fotoamatori e, se hai un’atteggiamento critico, ti permette di imparare e di crescere; in secondo luogo i commenti e le visite che vengono fatti sulle foto ti consentono di capire come l’immagine viene percepita dagli altri, svincolandola delle emozioni che l’autore ripone nella foto stessa.

Back to home by Guido MasiCom’è nata la tua passione per la fotografia? E come hai imparato?
Sia mio padre che mio zio erano fotoamatori ed io ho ereditato la Canon FTb di mio padre con la quale ho imparato da autodidatta i primi rudimenti (diaframmi, tempi, luce).
Poi col primo stipendio mi sono comprato la mia prima reflex digitale (una Canon 350D) con la quale ho iniziato a provare a fare Fotografia.

Nel tuo album ci sono molti scatti di strada. Qual’è il tuo atteggiamento in questo genere? Ti capita di uscire con un progetto in mente o ti è più naturale scattare quello che ti colpisce senza pianificare tanto?
La fotografia di strada è il genere che amo di più, quello che ho studiato maggiormente e che pratico più spesso. A differenza dei grandi maestri, che per scattare si immergono totalmente nell’ambiente circostante, io utilizzo lo zoom per rimanere distante dal soggetto e non perturbare la scena mantenendola più genuina possibile. Il mio approccio è quasi antropologico, mi piace studiare le persone comuni e documentare situazioni e gestualità tipiche della vita quotidiana. Non esco mai con un piano preciso, in genere vago per Firenze in cerca di soggetti e situazioni interessanti.

Vespanning by Guido MasiCi parli un po’ del tuo progetto Polaroid carbonmade, di cos’è e come funziona?
Il progetto illustrato sul sito guidomasi.carbonmade.com/ (oppure http://www.facebook.com/StyleItalian) nasce da una riflessione sulla fotografia stessa: oggigiorno siamo tutti fotografi e vengono scattate foto continuamente. Questo, oltre ad essere una opportunità positiva, fa crollare il valore artistico ed economico delle fotografie praticamente a zero. Per questo ho iniziato a ricercare un processo che rendesse le immagini “uniche” e facesse dell’unicità un loro valore aggiunto. Le immagini del sito si riferiscono ad un processo che si chiama Polaroid Transfer ovvero trasferimenti di immagine da una pellicola Polaroid ad un foglio di carta da acquerello. In questo modo da ogni singola Polaroid scattata ottengo un trasferimento che è a metà tra foto e stampa e assume caratteristiche uniche. Per adesso il mio target, oltre alla nicchia degli appassionati della fotografia creativa, sono i turisti e per questo, come soggetti, mi sono concentrato sulle icone italiane (la Vespa e la 500) e panorami di Firenze.

Wondering Florence by Guido MasiSaresti in grado di definire un tuo “stile”?
Credo di avere uno timbro riconoscibile nella fotografia di strada dovuto all’uso costante del bianco e nero, oltre del contrasto accentuato che mi serve a dare un tono drammatico ed epico alle immagini. Una cosa che credo possa rappresentare il mio stile è l’attenzione alla composizione delle immagini e allo sfondo; generalmente scarto le foto se non mi convince la composizione oppure se lo sfondo non è omogeneo.

Ci racconti qualcosa circa il tuo workflow e di quale approccio hai alla postproduzione delle tue immagini?
Per le immagini digitali lavoro prima sul RAW per sistemare la luce e l’esposizione, una volta passato a JPG converto l’immagine in bianco e nero e lavoro sui contrasti.
Per le immagini analogiche faccio fare sviluppo e scansione del negativo al laboratorio fotografico e poi incrocio le dita..
I trasferimenti Polaroid necessiterebbero di un blog a parte, se qualcuno è interessato mi puo’ contattare.

La domanda classica che faccio agli ospiti di questo blog: Cosa significa per te la tua fotografia?
La fotografia è la forma di espressione che più mi rappresenta, è un bisogno quotidiano che nasce principalmente per me ma che trova il suo fine nella condivisione.

Qual’è l’emozione che più frequentemente ti capita di provare quando fai foto? E quando ti vengono commentate su flickr?
Quando faccio “lo scatto”, e succede poche volte in un anno, me ne accorgo subito e sento un brivido. In generale però quello che mi spinge a fare foto è la curiosità del mondo circostante. I commenti di flickr sono sempre molto apprezzati ma hanno più valore quelli dei fotografi che conosco e che stimo.

L’ultima domanda è sempre la stessa per tutti… ed eccola anche per te : -). Se tu avessi l’opportunità di incontrare un grande fotografo e ti fosse concesso di fargli una sola domanda, cosa gli chiederesti?
Sarò banale ma, se fosse vivo, il fotografo sarebbe Cartier Bresson e non vorrei fargli nessuna domanda, mi accontenterei di fargli una foto mentre lavora, di nascosto, da lontano..

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Grazie a Guido per la disponibilità e l’entusiasmo dimostrati.
Ti consiglio proprio di approfondire la conoscenza di questo artista gustandoti il suo album su Flickr, o visitando il suo sito http://guidomasi.carbonmade.com/
Alla prossima!

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Oggi voglio riproporre l’intervista che feci, ormai parecchio tempo fa, all’amico Fulvio Petri.
Mi perdoneranno i lettori più affezionati che probabilmente la ricordano, ma vorrei proprio permettere anche a chi si è avvicinato solo di recente a questo blog di conoscere questo artista.

Sharkoman

Sharkoman

———————————————————-Eravamo a bocca aperta, come bambini, tutti incantati ad ascoltare ed osservare Fulvio che ci stava parlando di pareidolia durante lo scorso Sharing Workshop.

Che cos’è la pareidolia? Beh, pazienta solo un paio di righe perchè preferisco lasciare a lui l’onore della descrizione di questa forma espressiva basata sulla creatività e sull’istinto.
Fulvio (aka Sharkoman) è un artista.
In lui passione e talento si uniscono agli studi di arti visuali ed esperienze che vanno dal disegno alla regia. Un creativo vero che ammiro ed al quale ho pensato di chiedere di contribuire a questo blog con un’intervista.

Ciao Fulvio. Nel recente Sharing Workshop ci hai incantati con la tua presentazione sulla Pareidolia. Ci dai una tua definzione personale di questa forma espressiva?
Volentieri. E’ la ricerca di forme umane, animali o altro in cose e materiali disposti dal caso (la pareidolia, appunto) è un gioco che, oltre ad affinare l’occhio in generale, permette di accrescere il livello personale di fantasia visiva “donando” all’immagine trovata un senso che nasce esclusivamente nella testa dell’osservatore. L’uomo è evidentemente portato a umanizzare tutto, a dare un senso compiuto alle cose intorno a lui…la pareidolia pare quasi il lato fantastico della scienza, e non a caso molte foto di presunti fantasmi e alieni su marte fanno capo a questo argomento.

Colpo di testa

Colpo di testa – © Copyright 2010 Fulvio Petri

Com’è che hai iniziato a catturare in fotografia queste immagini?
Sono sempre stato un patito della composizione, anche nelle foto ricordo con gli amici mi son sempre divertito a cercare un punto di vista particolare, rimediato al momento e magari nel caos totale di una festa. Passando dalle persone agli oggetti, la pareidolia (che io nella mia raccolta su flickr ho ribattezzato “accostamenti espressivi”) è venuta da sé…
amo molto l’astrazione e l’emozione mediata da un qualcosa di apparentemente estraneo. Amo l’ironia e tutto quello che spinge a riflettere sull’ambiguità e la precarietà del vivere, dei sentimenti, del mondo intero. Il cercare inquadrature che creino un qualcosa di sensato dà una strana soddisfazione, nasce appunto per gioco, ma poi diventa l’inizio di un microcosmo del tutto personale, dove l’ambiente stesso ti parla, sorride o piange. Mi son ritrovato a fare foto di facce o scenette pareidoliche quasi senza accorgermene, non appena ho approfondito l’argomento fotografia. Le prime erano facce semplici, poi si sviluppa un curioso “affinamento” delle catture trovate, potenzialmente senza fine: da un unico piano visivo (macchie su muro, oggetti casalinghi, nuvole, ecc), a formazioni su piani diversi (elementi eterogenei posti in prospettiva); dalle faccette di cui prima, alle scene più articolate e complesse (figure antropomorfe, animali, scenette), in tutte le gamme possibili di stilizzazione.

ZebraMan

Zebraman – © Copyright 2010 Fulvio Petri

E per la fotografia? Raccontaci un po’ come hai iniziato e quali esperienze pensi ti abbiamo aiutato.
Come “praticante” ho una storia abbastanza recente: è con l’avvento delle possibilità digitali che ho iniziato a studiare un po’ meglio l’arte fotografica, vuoi per i minori costi, vuoi per la facilità con cui si scatta e si può subito controllare se si è fatto bene o meno…prima scattavo e via con semplici macchinette, senza capire granchè di fuoco, esposizione, apertura diaframma, ecc.
Solo nella composizione son sempre stato cosciente ed esigente (come accennavo prima)…penso che in tal senso abbia influito il fatto di aver sempre disegnato vignette, fumetti e illustrazioni; anche il cinema ha fatto la sua parte, mi ha sempre affascinato l’arte della regia e il narrare per immagini. Hitchcock è il regista che amo di più, con il suo amore per i dettagli visivi che raccontano le emozioni soprattutto quando gli attori sono fuori campo.
L’oggetto evocatore, che il contesto narrativo rende veicolo di significati e feticcio: una sedia vuota, una chiave, una tazza di caffè, un orologio, il getto di una doccia, e via discorrendo.
Diciamo allora che in tante mie foto gli oggetti sostituiscono direttamente gli umani anche nel volto, come in un sillogismo di pudore e simbolismo…

Dicci qualcosa sul tuo processo di selezione e postproduzione delle immagini.
Anzitutto, la cattura. Deve essere chiara, diretta, frontale e ben leggibile. Il formato è deciso dal soggetto; dato che gli elementi formanti la scena o la faccia devono essere essenziali, è bene eliminare il più possibile l’intorno che non serve e tagliare la foto nel modo giusto. Non uso cancellare elementi, lascio tutto il più naturale possibile, vario solo i chiaroscuri dove serve e qualche volta ho tolto il colore se necessario. Mi piace che la cattura, oltre che interessante nel suo contenuto, abbia anche un minimo di estetica…ad esempio, tratto ed inquadro le mie facce artificiali come fossero dei veri ritratti.
Ah, una cosa importante: le immagini di cui mi interesso (parlo della cattura iniziale) devono essere formate dal caso e non “costruite” dall’intervento umano, tantomeno il mio. Devono solo essere “scovate” dall’occhio. Su questo sono rigoroso, spostando oggetti e rametti non avrebbe più senso.

L'omino felice dalle sabbie mobili - © Copyright 2010 Fulvio Petri

L’omino felice dalle sabbie mobili – © Copyright 2010 Fulvio Petri

Hai qualche aneddoto da raccontare su cose che ti sono successe mentre eri in azione alla ricerca di qualche scatto interessante?
Beh….tante persone che mi guardano come fossi matto mentre mi sorprendono tutto concentrato ad inquadrare fazzoletti di carta sporchi sull’asfalto o macchie su muro…ho avuto anche un bel po’ di rimproveri; molta (troppa) gente pensa che si debba fotografare solo i monumenti famosi o le spose ai matrimoni, e se scatti in zone brulle per loro sei un ladro o una spia, non possono credere che tu stia a cercare rottami, pozze, foglie marce, ecc.
in qualche caso ho pensato avessero anche qualcosa da nascondere…che so, un cadavere nel campo di fronte alla loro casa!

Qual è la reazione delle persone quando mostri le tue foto?
Migliore di quella della gente che mi vede scattare, per mia fortuna 😀
vedo i loro occhi che cercano le forme stupirsi come quelli dei bambini non appena le trovano…qualcuno nota anche particolari che magari non ho visto io, preso com’ero dall’imprinting originario…talvolta devo guidare io alla visione che ho fotografato, talvolta loro guidano me verso una visione totalmente diversa…c’è comunque sempre la ricerca di un qualcosa di pseudofigurativo nell’immagine. L’astrattismo puro mi ha sempre interessato poco.

Abissi

Abissi – © Copyright 2010 Fulvio Petri

Hai mai esposto i tuoi lavori? Hai qualche altro progetto in mente?
Ho fatto una mostra piccola ma molto ben allestita al “cuco” un bar-ristorante in centro a firenze, gestito da amici.
E poi 11 delle mie facce sono state scelte per un libro sulle facce (rigorosamente solo facce) pareidoliche che verrà stampato a breve; ci saranno un migliaio di “volti” da decine e decine di artisti flickeriani. Il ricavato credo andrà in beneficenza.
Infine, mi piacerebbe tanto fare un bel libro con le mie foto, dovrei decidermi ad usare un programma di questi online che ti permettono di farlo, ma ho un po’ di timore per la qualità delle stampe…accetto consigli!

Un domanda classica che faccio sempre: cosa significa per te la tua fotografia?
La fotografia è per me una cosa importantissima, da sempre. Mi emoziona la possibilità di fermare nel tempo un volto, un sorriso, uno sguardo di chi ti è amico, di chi vive o ha vissuto prima di te; una traccia indelebile che testimonia nel tempo, un ricordo, una cosa che acquista sempre più valore emotivo con il tempo. E la visione di una persona che ha scelto un pezzo di realtà per esprimere qualcosa di suo.
Anche le costruzioni pareidoliche sono frammenti di spazio fermati con “paranoia critica” (cito salvador dalì , un maestro nel dipingere illusioni ottiche all’interno dei suoi quadri – ossia il processo inverso e speculare a noi che le fotografiamo)nel tempo.
Molte delle visioni che ho fotografato non esistono più: quelle formate dalla pioggia, quelle di muri oggi in restauro, quelle date dalle piante o dai rifiuti…ma la foto le ha “fermate” in un’interpretazione particolare e talvolta suggestiva.

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Grazie a Fulvio per la grande disponibilità e l’entusiasmo dimostrati.
Voglio davvero consigliarti di approfondire la conoscenza di questo artista, per esempio gustandoti il suo fantastico album su Flickr, dove lo puoi trovare con il nick “Sharkoman” o visitando il suo sito.
Alla prossima!

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