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Posts Tagged ‘pittura’

Pen, Brush, Camera with Henri Cartier-BressonIl blog è un media “mordi e fuggi”. Trovi un post, leggi il titolo ed in una frazione di secondo valuti se l’argomento ti interessa (ergo, guai ai titoli sbagliati!).
Se decidi di proseguire, ti aspetti un contenuto di rapida lettura, al massimo un paio di minuti, meglio se con qualche immagine. Quando ci sono di mezzo i video, il ritmo deve essere rapido come un clip musicale.
Detto questo, oggi vado completamente fuori standard e ti propongo un intero documentario: un magnifico video integrale su Henri Cartier-Bresson, il leggendario fotografo del “momento decisivo”, uno dei più celebrati maestri della fotografia del novecento, considerato tra i padri del fotogiornalismo.
E’ un documento di ben cinquanta minuti che probabilmente ben pochi guarderanno integralmente, eppure è un grande regalo che ci arriva dall’era della rete.
Se avrai la pazienza di gustarlo con calma, magari sorseggiando qualcosa di buono dopo un adeguato addivanamento, troverai in questo documentario/intervista del 1998, un Bresson novantenne che ripercorre la sua lunga carriera, fin dal suo primo contatto con la fotografia, incontrata da giovanissimo nel 1930 mentre studiava pittura.
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Cavalli Gericault.
Prima del 1878 era convinzione comune che nel galoppo del cavallo, fosse l’istante di massima estensione quello in cui tutte le zampe dell’animale sono sollevate da terra. Ne sono prova moltissimi dipinti come l’esempio sopra, il noto Le derby d’Epsom, realizzato nel 1821 dal pittore francese Théodore Géricault.
Ma nel 1872 un ricco signore, che per inciso era anche il governatore della California, aveva ingaggiato una scommessa con alcuni facoltosi amici: sosteneva che il cavallo rimanesse totalmente sospeso in un momento diverso da quello di massima estensione.
L’incarico di cercare una prova “inconfutabile” fu affidato al  fotografo Eadweard Muybridge, al tempo già noto per le sue immagini naturalistiche scattate nel Parco Nazionale di Yosemite.
Fu solo nel 1878, dopo molti tentativi, che Muybridge riuscì finalmente a fotografare con successo un cavallo in corsa e, per ottenere questo risultato, utilizzò una serie di 24 fotocamere poste lungo un tracciato rettilineo ed otturatori singolarmente attivati da fili tesi sul percorso del cavallo.  
Ottenne una rivoluzionaria sequenza fotografica chiamata The Horse in motion che mostrava come gli zoccoli si sollevassero dal terreno contemporaneamente solo nel momento di compressione.

cavallo

Il lavoro di Muybridge non rappresentò solo la vincita di una sostanziosa scommessa e nemmeno solo una pietra miliare nella storia della fotografia (e poi del cinema), fu anche il consolidamento del concetto, tuttora riconosciuto, che la fotografia ha un vero e proprio valore di prova.
Fu anche un avvenimento che sconvolse la pittura. L’idea che esistesse uno strumento in grado di provare l’errore dell’occhio umano e rendere in un sol colpo superate alcune visioni pittoriche secolari, influenzò seriamente l’attività di molti artisti che iniziarono ad affidarsi sempre più al mezzo fotografico come base di partenza per il loro lavoro.
Lo stesso Degas, proprio basandosi sulle foto di Muybridge sviluppò un approfondito lavoro sul movimento e le posizioni dinamiche del cavallo. 
Il rapporto tra pittura e fotografia aveva raggiunto una nuova fase.

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Non sempre solo fotografia, oggi aggiungo anche una piccola ma concentrata dose di pittura.
Lo faccio proponendoti questo video realizzato da Chris Peck che ha creato una sorta di riassunto sintetico per immagini. È una sequenza che mostra in due soli minuti tutte le opere presenti in una collezione di dipinti esposta qualche tempo fa presso il Museum of Modern Art di New York, il MOMA.
È così che Chris ha esplorato un nuovo filone espressivo: lo sciroppo superconcentrato d’arte moderna.
Ed ora prendi una Xamamina e buona visione! 😀 😀 😀
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Pencil vs CameraOggi voglio riproporti un artista che adoro. E’ un talento poliedrico che si esprime riuscendo ad attraversare i confini che troppo spesso delimitano rigidamente le arti e la sua bravura sta proprio nel saper fondere in un’unica opera due forme espressive diverse.
Nella storia ci sono molti casi di fonti creative distinte che si mescolano fino a creare delle simbiosi; ne sono un esempio poesia e recitazione, musica ed immagini (da cui derivarono prima i diorami e poi il cinema), poesia e scultura o anche molte altre combinazioni più o meno antiche.
Ma quello che trovo affascinante è come esista sempre qualcuno che riesce a rielaborare le forme espressive in modo diverso connettendo due arti così vicine ma anche così lontane come il Disegno e la Fotografia, magari facendolo in modo semplicissimo.

Pencil vs CameraE’ il caso di Ben Heine, un artista belga che seguo da tempo su Flickr, capace di essere in un colpo solo pittore, illustratore, fotografo, ritrattista ma anche caricaturista.
Heine ha studiato sia arte che giornalismo, sviluppando uno stile che trovo straordinario, in particolare per quanto riguarda alcune sue creazioni che raccoglie in un set denominato “Pencil vs Camera” (Matita contro Fotocamera) contenente una incredibile serie di opere che lui definisce a metà tra immaginazione e realtà (“Imagination Vs Reality”).
Io non sono un granchè con matita o pennelli ma so che tra i lettori di questo blog ci sono persone che potrebbero cimentarsi in qualcosa del genere… perchè non provarci?

🙂

Ben Heine

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Alba o tramonto. Sono questi i momenti in cui il fotografo David Orias piazza il suo treppiede sulle spiaggie della California ed inizia a scattare.
Il suo progetto intitolato “Waves” è fatto di immagini fantastiche: scatti realizzati con un bel teleobiettivo e tempi di esposizione magistralmente scelti per essere abbastanza lunghi ma non troppo. L’effetto è quello di un dipinto, colori saturi e sfumature dorate che sembrano uscire da pennello e tavolozza.
Non c’è trucco, solo un’accurata ricerca delle giuste impostazioni, tanta perseveranza ed un pizzico di fortuna. David afferma che gli ingredienti base delle sue opere sono l’oceano e la stagione degli incendi in California che, con la presenza di grandi quantità di fumo e pulviscolo nell’aria, creano insoliti e curiosi effetti di colore, difficilmente percepibili ad occhio nudo.
Che dire, non resta che provare. Anche dalle nostre parti gli ingredienti non dovrebbero mancare.

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Crepe

Flaws (The crepa project) – © Copyright 2011 Pega

Il tempo è un fattore molto relativo, si sa. Davanti ad un capolavoro come Monna Lisa si può rimanere incantati per minuti, decine di minuti… forse ore.
Esperti d’arte e curatori di esibizioni sostengono che per poter davvero apprezzare pezzi del genere sarebbero necessari almeno 10 minuti di osservazione attenta. Eppure i monitoraggi effettuati presso importanti opere esposte dimostrano che il pubblico, anche in condizioni di poco affollamento, si sofferma appena a vederle ed  il tempo medio di permanenza davanti ad un quadro come la Gioconda è meno di trenta secondi. Più o meno come un veloce spot in TV.
Considerando quindi mezzo minuto per un capolavoro assoluto come Monna Lisa che succede nei casi di opere un po’ meno importanti, come magari quelle presenti in una esposizione fotografica o negli album online?
Hai mai pensato a quanto spesso tendiamo ad osservare le fotografie in modo rapido e superficiale?
Eh si, di nuovo il tempo… in questo caso dal punto di vista dell’osservatore, ma ancora una volta elemento chiave.
Sarebbe importante riuscire veramente a gustare le immagini che gli altri ci propongono, goderne osservandole nei dettagli, nelle caratteristiche ed anche valutarne la qualità, magari da angolazioni e distanze diverse quando esposte fisicamente.

E tu quanto ti soffermi ad osservare una foto? E quanto conta per te se è una stampa esposta in una galleria, pubblicata in un libro o è un’immagine digitale su uno schermo? Piccola, grande, ben illuminata o… retroilluminata. Per te fa differenza sul tempo che le dedichi?

E’ interessante ragionare sul tempo che da osservatori dedichiamo alle foto degli altri perché probabilmente è in una qualche relazione con quello che gli altri a loro volta dedicano alle nostre.

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Miguel EndaraUseresti una stampante ad aghi per creare un pezzo d’arte? Si, intendo una dot matrix dei vecchi tempi, quelle con la testina e gli aghi inchiostrati. 
No? Nemmeno se questa stampante fosse “umana”?
Miguel Endara si è messo in testa un’idea ed ha realizzato un ritratto di suo padre usando una tecnica manuale a pennarello ispirata alle tecnologie di stampa a matrice di punti, che poi sono le stesse normalmente usate anche nel caso delle stampanti a getto d’inchiostro che spesso usiamo per portare su carta le nostre fotografie digitali.

Il lavoro di Miguel ha un fascino particolare perchè incrocia in modo suggestivo vecchio e nuovo, antico e moderno, manualità e tecnologia.
Il disegno e la pittura a punti hanno radici che affondano nel passato ed in tradizioni culturali importanti come quella del tatuaggio, ma anche rimandi a tecnologie ed automatismi che sono proprie del mondo delle immagini digitali, dei dot, dei bit, dei pixel.
Non è un caso che l’immagine del ritratto altro non sia che la faccia di suo padre appoggiata sulla lastra di uno scanner (digitale appunto).

Non so quanti pennarelli abbia consumato Endara emulando con precisione il comportamento di una stampante nelle oltre duecento ore che sono servite per realizzare i 3.2 milioni di punti che compongono il ritratto, quel che è certo è che il risultato ha un discreto fascino.
Il video sotto, per altro molto ben fatto, racconta il “making of” di questo piccolo capolavoro.

Lo sai cosa mi piacerebbe? Mi piacerebbe poter commissionare a Miguel Endara la stampa a mano di una mia foto digitale.
🙂

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Piera

Piera - © Copyright 2008 Pega


C’è una frase di Georges Braque a cui voglio dedicare il post di oggi:: “La limitazione dei mezzi determina lo stile, dà vita a nuove forme e dà impulso alla creatività”.

Leggila con attenzione perché racchiude una delle grandi verità che hanno reso la fotografia così affascinante ed importante fin dal primo momento della sua invenzione.

Braque non era un fotografo ma è comunque una figura che non ha bisogno di presentazioni e può essere considerato tra quelli che segnano la storia dell’arte moderna. Fu infatti insieme a Picasso il fondatore del movimento cubista.

Credo che la questione della limitazione dei mezzi sia davvero fondamentale in fotografia, mi è già capitato in precedenza di parlarne.
Le caratteristiche di incompletezza, dall’intrinseca limitazione dell’inquadratura, al singolo istante colto nel tempo, fino alla selettività del fuoco o delle tonalità di colore, sono ciò che costringe il fotografo a esprimersi il più possibile sul soggetto; sul contenuto, cercando di sfruttare al meglio quelle limitazioni.

E così, è proprio comprendendo questi vincoli ed imparando a gestirli facendoli propri, che molti grandi artisti hanno realizzato i loro capolavori.

Hai mai pensato a questo aspetto ed a quanto ciò sia in contrasto con le tendenze di perfezionismo tecnologico che però da sempre accompagnano il mondo della fotografia?

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Suminagashi

Il Suminagashi è un’antica arte Giapponese.
Consiste nel disegnare nell’acqua creando delle forme astratte destinate ad imprimersi poi sulla carta.
Il termine che la descrive significa “inchiostro che galleggia” ed infatti le immagini che si formano sono direttamente legate a questo processo di creazione che avviene ponendo piccole quantità di inchiostro sulla superficie di acqua o altra soluzione resa leggermente viscosa. Una volta realizzata l’opera, l’artista la completa trasferendola con grande maestria e delicatezza su un’altra superficie, stavolta solida ma assorbente, tipicamente carta o tela.
Ho trovato un video di questa affascinante tecnica che viene usata oggi proprio come duemila anni fa, quando fu sviluppata in Cina e da qui importata dai monaci Shintoisti in Giappone.
L’avevi mai vista? Pensi di avere la mano abbastanza ferma per provarci?

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Fran BobadillaTempo fa parlavo del luogo dove abbiamo svolto il terzo Sharing Workshop.
E’ il Wave Buba, un posto ricco di fascino, opere ed oggetti interessanti.
Un po’ laboratorio ed un po’ studio, ci si respira un’aria di grande libertà creativa.
L’ideatore di questo spazio è Fran Bobadilla, un artista eclettico e generoso che ci ha ospitati partecipando con curiosità alla nostra giornata di workshop fotografico e condividendo senza problemi i suoi spazi ma anche il suo approccio creativo.

Ho pensato di proporre a Fran una breve intervista qui sul blog, un’occasione per conoscerlo meglio ed apprezzare il suo stile essenziale e diretto.

Ciao Fran. Ci racconti come nasce la tua passione per l’arte?
Come tutte le passioni, non nascono, sono lì e si ribellano. Bisogna saperle ascoltare, assecondarle, coccolarle, castigarle e coltivarle.

Ma tu da piccolo cosa volevi fare da grande?
Da piccolo volevo fare il grande, e ora che comincio a essere grande voglio ritornare a essere piccolo.

Che definizione daresti dell’odierno Fran Bobadilla artista?
Un ciclone a tre velocità

Departures

Departures - Misto su tela @ Copyright 2010 Fran Bobadilla

In molti sono rimasti colpiti dal progetto Urban Buba ed i tuoi mobili-scultura. Ti senti più artista visuale o creatore di opere tangibili ed utilizzabili tutti i giorni?
Parto dalla pittura, senza preoccuparmi molto della meta.
Anche le opere bidimensionali possono e devono essere tangibili, vanno “utilizzate” per alimentare i sensi, vanno rilette e rivisitate per continuare a scoprire dei particolari.

Dicci qualcosa sul tuo processo creativo. Come nascono le tue opere?
Lavorando e sbagliando.

Hai qualche aneddoto da raccontare su cose che ti sono successe mentre eri in azione alla ricerca di qualche elemento o pezzo utile ai tuoi lavori?
Mi rimane qualche cicatrice, diverse ubriacature e un paio di pomeriggi in questura a dare delle spiegazioni mai comprese.

Che tipo di reazione ha il pubblico alle tue opere?
Non manca mai di sorprendersi.

Che tipo di rapporto hai con la fotografia?
Effimero, mi serve come ponte. Scatto continuamente, con digitale e diapo analogica, poi ritaglio di qua e di la. Tutte queste immagini entrano nel mio archivio separate in: architettura, corpi, piante, animali, oggetti e volti. Poi le stravolgo.

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Tea Time @ Copyright 2010 Fran Bobadilla

Cos’è che ti colpisce in una fotografia, che ti po di scatti ti piacciono e c’è qualche fotografo che ammiri in particolare?
Mi piacciono le fotografie che fanno rumore, sia scattate con previa elaborazione scenica che quelle sparate a raffica dirette al cuore.
Madoz mi annoia, con Bresson trattengo il respiro. Mi rilasso con Wolfgang Tillmans e mi viene l’acquolina in bocca con D. Hockney.

Durante lo Sharing Workshop ci hai mostrato una tecnica di trasferimento dell’immagine da fotografia alla carta. Vuoi parlarne per chi non era presente?
Meglio organizzare un altro workshop, la buona cuccina va assaggiata a caldo, dirlo qua sarebbe una vendetta.

Che progetti artistici hai per il futuro?
Uno grosso, tanto quanto alto (6 metri), pensato per eliminare (sostituire), per non veder più una opera che non riesco a buttare giù.

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Un grazie sincero a Fran per la grande disponibilità, l’ospitalità e l’entusiasmo dimostrati.
Puoi approfondire la conoscenza di questo artista anche attraverso il suo sito internet o, se ti è possibile, il suo atelier/laboratorio Wave Buba a Sesto Fiorentino.

Ed è proprio durante l’inaugurazione del laboratorio che è stato realizzato il video che puoi vedere qui sotto. Una piccola occasione per provare a respirare l’aria di freschezza e creatività che lo caratterizza.

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