“Study anthropology, sociology, economy, geopolitics. Study so that you’re actually able to understand what you’re photographing. What you can photograph and what you should photograph.”
Studiare, approfondire e conoscere, per capire; quello citato sopra è un consiglio prezioso. Sono le parole di Sebastião Salgado, un grande fotografo che ha fatto della capacità di rappresentare la condizione umana, un potente strumento espressivo.
Salgado ci dice che solo attraverso un approfondimento culturale è possibile capire fino in fondo ciò che si sta fotografando, ma quel che più importa è che questa conoscenza risulta fondamentale anche per scoprire che cosa merita davvero le nostre attenzioni fotografiche.
I fotografi sono curiosi, lo sono per natura. E’ la curiosità che ci spinge a fotografare, a cercare nuove situazioni e soggetti. Ma spesso questa curiosità si ferma troppo presto, al primo contatto; la foto risulta superficiale, distaccata. Solo aggiungendo l’approfondimento a questa naturale voglia di scoprire, possiamo davvero riuscire ad esprimerci in tutto il nostro potenziale.
Non difficile ma nemmeno banale, il tema che ti propongo per questo fine settimana. L’idea deriva da un mio vecchio progetto fotografico, a cui starei ancora lavorando, che è dedicato all’assenza. La presenza non è altro che il concetto opposto che, se ci pensiamo bene, ha forse un potenziale ancora maggiore.
Mentre fotografare l’assenza è una sorta di contraddizione in termini, in quanto si tratta di immortalare ciò che non c’è cercando di far nascere nell’osservatore una sensazione di mancanza, fotografare la presenza è tutt’altra cosa. In ogni fotografia c’è sempre e comunque qualcosa di presente; come si può fare quindi a rendere il concetto?
Qui sta la sfida per questo weekend. Non voglio influenzarti troppo con le mie considerazioni personali e preferisco quindi limitarmi a darti lo spunto per poi lasciarti completa libertà.
In questo fine settimana prova a fotografare la presenza. Fanne il concetto di fondo di qualche tuo scatto. Poi, come al solito, ti propongo di condividere la foto mettendone il link in un commento qui sotto.
Buon fine settimana!
Qual è stata la tua prima macchina fotografica? Che ricordi ne hai? Quanto era diversa da quella che usi adesso?
E’ una domanda che può avere un peso molto diverso a seconda dell’età della persona a cui mi rivolgo.
Per i giovanissimi la risposta oscilla tra “compattina” e “smartphone” ma in ogni caso siamo sempre nel campo del recente digitale e le differenze tra i vari possibili oggetti si avvertono sopratutto in termini di obsolescenza, ma per chi ha qualche anno in più si aprono invece gli scenari più vari. C’è chi ha iniziato con una lomo a pellicola, magari una mitica Diana (chi se la ricorda?), oppure con qualche modello di compatta 35mm dei genitori tipo Kodak Instamatic o le similari che vennero dopo.
In ogni caso tutti abbiamo un qualche ricordo del primo contatto con una fotocamera tutta nostra, un oggetto che potevamo controllare scegliendo noi i soggetti e realizzando le foto secondo criteri personali.
E adesso dov’è quella macchina? Ce l’hai ancora? Fa bella mostra di sé su qualche mensola? Oppure è dimenticata in cantina, o peggio è andata perduta?
Io la mia vecchia Swinger, la Polaroid bianca che mi fu ingenuamente regalata senza calcolare bene il rischio di scatti a raffica con una pellicola allora piuttosto costosa, fa tutt’ora la sua porca figura su uno scaffale in salotto. Mi accompagnò per un certo periodo fanciullesco fatto di scatti istintivi ed istantanei. Una gioia notevole e tanti bei ricordi, sopratutto mentali perché di molte di quelle stampe immediate ne ho proprio perse le tracce…
E tu che fine hai fatto fare alla tua prima fotocamera?
Dovima with elefants – @ Copyright 1955 The Richard Avedon Foundation
Torno spesso a rivedermi le foto di Richard Avedon, uno dei principali protagonisti della fotografia americana del secondo novecento.
Per me la sua grande caratteristica è la sorta di sintesi che seppe trovare tra fotografia artistica classica, pop art, mondo dello spettacolo e della moda.
Con una carriera che iniziò come fotografo per carte di identità e di relitti di navi mercantili, Avedon passò negli anni ’40 al mondo della moda portando in Harper’s Bazaar, la rivista per cui lavorava, la novità di porre le modelle in contesti urbani non convenzionali.
Da quel momento la sua carriera decollò. Lavorò per Vogue, Life e molti prestigiosi marchi della moda e con il passare del tempo emerse la sua grande passione per il ritratto. Una tipologia di ritratto introspettivo che scava nella personalità del soggetto e lo pone in atteggiamenti o contesti che consentono un contatto emotivo lontano dai clichè tradizionali.
Attraverso intere decadi che vanno dagli anni ’60 all’alba del nuovo millennio, per molti personaggi famosi e star, quello di Avedon divenne uno studio fotografico da cui era necessario passare, a patto di essere disposti ad esporre se stessi in modo diretto.
Trovo particolare in Richard Avedon la capacità di separare bene la sua attività di fotografo commerciale su commissione per il settore della moda e dello spettacolo, dal suo personale impegno e ricerca sul ritratto introspettivo unito al reportage di denuncia. Un esempio di questa passione è l’importante progetto che svolse in Vietnam a documentare gli orrori della guerra con crude foto di corpi mutilati e straziati dal napalm.
Uno stile, quello di Avedon che, anche nei lavori più chiaramente commerciali, come ad esempio gli scatti per i grandi nomi della moda, fa percepire una personalità ed una originalità che solo pochi grandi hanno saputo esprimere.
E’ significativa una sua frase che sottolinea l’irrefrenabile passione per la fotografia che lo accompagnò fino all’ultimo: “If a day goes by without my doing something related to photography, it’s as though I’ve neglected something essential to my existence“
Bighellonando su Kickstarter mi sono imbattuto nel fantastico progetto di un certo Kurt Moser, nome d’arte “Lightcatcher“, un fotografo Austriaco che si è messo in testa di trasformare un vecchio camion militare russo in una enorme macchina fotografica semovente. Il corpo stesso del camion diventerà sia camera oscura che laboratorio di sviluppo, il tutto per realizzare stampe gigantesche attraverso un obiettivo raro, uno dei tre esemplari APO NIKKOR da 1780mm esistenti al mondo.
L’idea è poi quella di andare ad immortalare lo splendore delle Dolomiti direttamente su lastra ai sali d’argento, rendendo poi disponibili queste opere in un’esibizione itinerante.
Come prassi su Kickstarter, è possibile supportare il progetto in vari modi ma, con la modica spesa di almeno 750€, si può pensare di seguire Kurt dal vivo, accompagnandolo a realizzare i suoi scatti.
Bella idea. Forza Lightcatcher!
Qui sotto un paio di video del progetto. Buona visione.
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Il fai da te fotografico mi affascina sempre e devo dire che il sito del magazine COOPH è una miniera di idee in questo senso.
Nel video sotto ci sono nove spunti che possiamo prendere come base per qualche nostro piccolo progetto creativo. Nove esempi di come, con poco, si possano realizzare ottimi risultati, senza il bisogno di avere per forza attrezzature complesse o costose.
Non c’è altro da aggiungere se non un: Buon divertimento!
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Come ogni anno, questi sono i giorni di una manifestazione divenuta ormai un must: il Lucca Comics. Per le strade di questa città i Cosplay imperversano ed è proprio questo il tema fotografico che ti propongo per il fine settimana.
Il Cosplay è un fenomeno culturale originato in Giappone e definito come “la pratica dell’indossare un costume che rappresenti un personaggio riconoscibile in un determinato ambito e interpretarne il modo di agire”. I personaggi sono spesso scelti dal mondo dei manga o delle anime giapponesi, ma anche dai videogiochi, le band musicali, i giochi di ruolo, il cinema o la TV. È una passione che coinvolge schiere di appassionati in tutto il mondo e sono tanti i fotografi che seguono con interesse questo genere.
Se ne hai l’opportunità prova qualche scatto di questo tipo nel weekend, se invece non trovi niente del genere nei tuoi paraggi, l’idea potrebbe essere quella di inventarti qualcosa in proprio… chissà, potrebbe venir fuori un risultato strepitoso!
Come sempre ti invito ad inserire in un commento il link al tuo scatto.
Buon fine settimana!
—————————————————– Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.
“More Than An Image” è un semplice esperimento ideato da Wex Photographic in cui, in brevi video, alcuni fotografi parlano di sé e del loro rapporto con la Fotografia.
E’ un progetto che chiunque può affrontare, una sorta di semplice autoanalisi ma, volendo, anche di presentazione agli altri in un formato attuale che permette di far parlare le immagini insieme all’autore.
Analizzare il proprio rapporto con la fotografia ha sempre un riflesso utile sulla qualità del nostro lavoro e già in altri post mi era capitato di insistere su questo aspetto. Trovo quindi che un’idea simile a “More Than An Image” potrebbe essere un valido spunto su cui sperimentare l’idea di raccontarsi.
A titolo di esempio ti propongo il video di Daniel Regan, giovane artista che ha trovato nella Fotografia molto di più di una propria forma espressiva.
Buona visione.
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E’ un tipo di fotografia particolare quella di Gregory Crewdson, in genere “o la odi o la ami”. I suoi scatti, noti per la costruzione estremamente meticolosa della scena ed il posizionamento di luci e personaggi, sono degli “still life” complessi e totalmente pianificati, dove niente è lasciato al caso. E’ un approccio che ha un forte legame con l’arte cinematografica, tanto che molte delle fotografie di Crewdson sembrano una sorta di fermo immagine di altissima qualità tratto da un film.
Questo artista americano ha una componente creativa che tende a sollevarlo dalla macchina fotografica e da molti degli aspetti tecnici, portandolo a concentrasi sul risultato finale ed assumere un ruolo sovrapponibile a quello di un regista, tutto ciò a tal punto che Crewdson è un fotografo che per realizzare le sue opere si avvale di un direttore della fotografia.
Potrebbe sembrare un paradosso ma non lo è. Gregory progetta le sue immagini con in mente un risultato ben preciso: far lavorare le fantasia dell’osservatore, stimolare le sue capacità di proiezione ed interpretazione di ciò che è una sorta di cattura dell'”istante perfetto”.
Le atmosfere che si trovano nei suoi scatti sono oniriche, rarefatte ma allo stesso tempo pesanti, in genere ambientate nella provincia statunitense, immagini che sembrano far parte di una concatenazione di eventi inquietanti.
Raccolte in progetti di respiro decennale come “Beneath the roses“, che è stato esposto in molte importanti gallerie del mondo, sono opere che danno l’impressione di voler rivelare una sorta di lato oscuro del “sogno americano”.
In Crewdson si sentono nette influenze pittoriche e letterarie, in particolare Edward Hopper e Raymond Carver, quello che ne risulta è un’estetica dal forte impatto, che finisce per dividere il pubblico.
Ammiro molto Crewdson, mi affascina la sua capacità creativa, la sua determinazione maniacale nel lavorare per raggiungere esattamente ciò che ha previsualizzato nella sua testa. Non importa quali mezzi tecnici siano necessari per raggiungere il risultato, quale obiettivo o macchina fotografica sia impiegata. Non importa se servono imponenti attrezzature, attori da dirigere, truccatori, comparse o interi teatri di posa in cui costruire complesse scenografie.
C’è una gran bella distanza, un abisso incolmabile tra un progetto di Crewdson ed uno scatto colto al volo, magari stupendo, ma fatto per caso.
Può non piacere a tutti ma questo per me è un bell’esempio di arte fotografica.
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Per chi volesse approfondire segnalo il film “L’istante perfetto“, realizzato dal regista Ben Shapiro che per dieci anni ha seguito Crewdson registrando le fasi creative e tecniche che danno vita alle sue immagini. E’ un documento che offre l’opportunità di conoscere la visione ed il modo di lavorare di questo fotografo.
Accidenti, ho proprio sviluppato una sorta di rapporto odio/amore con la Fujifilm. Qualche anno fa fu proprio questo produttore giapponese a farmi riscoprire il gusto della fotografia istantanea grazie alle pellicole serie FP, compatibili con le ormai dimenticate Polaroid dette “a strappo”. E’ con macchine di questo tipo, in particolare la Colorpack III e la mitica 250 pieghevole, che mi sono divertito parecchio, almeno fino alla prima doccia fredda, quando Fujifilm comunicò la decisione di interrompere la produzione della FP-3000, pellicola bianco e nero ad alti ISO.
“Poco male” pensai, tanto c’è l’FP-100 a colori che basta e avanza. Peccato che dopo solo un paio di anni eccoci, qualche mese fa, con la terribile notizia della cessazione anche di quest’ultima risorsa.
La disperazione non alberga tra i fotografi istantanei, così iniziai a pensare come poter perseverare nell’ambito dello “scatta e stampa subito“. Fujifilm aveva già da tempo pronta la soluzione: la serie Instax, uno standard che la casa giapponese sta promuovendo con un certo successo, sotto forma di un formato “mini” ed un più interessante (per me) “wide”.
Dopo le classiche “elucubrazioni” avevo finalmente deciso di darmi una mossa e stavo giusto pensando di concretizzare l’acquisto di una fotocamera Fujifilm Instax Wide quando eccoti i giapponesi con una nuova notizia: a febbraio uscirà la Instax a formato quadrato…
Ecco, adesso sono di nuovo in impasse e mi tocca aspettare un po’ di mesi per vedere di cosa si tratta…
Nel frattempo che faccio? Vabbè, ho fatto un po’ di scorta di “Fujifilm FP-100 in via di estinzione” e mi diverto, finché posso, con la Zietta.
🙂
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