Il fotografo Arnold Genthe visse a cavallo tra ottocento e novecento. Divenne celebre per i suoi scatti che descrivevano la Chinatown di San Francisco ed anche il reportage sul devastante terremoto che colpì questa città nel 1906. Nella sua carriera si occupò anche di figure dello spettacolo e uomini politici, ma in pochi sanno della sua vera passione fotografica: il suo amato gatto Buzzer, che fotografò molte volte, da solo o in compagnia di persone più o meno importanti.
È proprio Buzzer quello ritratto nella foto sopra, anzi uno dei Buzzer. Sì, perchè in realtà Genthe ebbe vari gatti tutti chiamati con lo stesso nome!
🙂
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The Cameras We Bring è un breve video realizzato da una piccola casa di produzione chiamata Fidelity Format.
La protagonista racconta del suo rapporto con alcuni oggetti che porta con se ed in particolare delle sue tre macchine fotografiche, che sente di usare “come un’estensione di se stessa”.
Guardandolo non ho potuto fare a meno di pensare a quanto queste sensazioni siano condivisibili, e magari comuni tra le tante persone che trovano con la fotografia un rapporto intimo e speciale.
“Le foto che scattiamo sono un’espressione di ciò che cerchiamo e non necessariamente di ciò che osserviamo” dice la giovane fotografa; è una gran verità, almeno per chi vive la fotografia come un modo per esprimere il proprio spirito creativo.
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Solo, in questa stanza silenziosa, in piedi, attendo.
Qualcuno mi ha solo fatto entrare, poi ha chiuso la porta ed io ho sentito risuonare i suoi passi nel corridoio mentre si allontanava.
Non so più da quanto sono qui, mi pare un’eternità. Nessun orologio, forse sono passate ore.
Silenzio. Nessuno in arrivo, lo percepirei facilmente.
Solo, nella stanza austera. Davanti a me la scrivania massiccia e severa. Il ripiano in vetro, la sedia è una sobria seggiola in legno. Dietro, i libri.
Aspetto ormai impaziente, teso. Vorrei andarmene ma non posso, no.
Non resta che attendere…
Ma chi sto aspettando?
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[Ogni tanto mi diverto ad inventare una storia scema partendo da una mia foto. Prometto di non farlo spesso 🙂 E tu ci hai mai provato?]
Altre “storie da una foto”:
– La porta
– Capitan M|artin von Melik
– Viva Viva, La Befana!
– Il viaggio di Fotone
– La discendenza di Fotone
– Alieni
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La cianotipia è uno dei più antichi processi eliografici e risale ai primissimi anni della storia della fotografia.
Intorno al 1842 l’astronomo inglese Sir John Herschel inventò questa tecnica basata sull’uso di sali ferrici, quindi diversa da quelle di Talbot e Daguerre, che sfruttavano la fotosensibilità dei sali d’argento. I sali di ferro sono molto sensibili alla componente ultravioletta della luce solare e questo l’ha resa un processo di minor successo in ambito fotografico, mentre è stata utilizzata a lungo per realizzare copie a basso costo di complessi disegni tecnici chiamate blueprint. La cianotipia, proprio per la sua praticità può essere però ancora sfruttata per fare interessanti e facili esperienze di fai da te.
Preparare da soli il materiale necessario per questa attività di bricolage fotografico non è difficile, lo dimostra il video sotto. In ogni caso, per i più pigri (come me) c’è Sunprints, azienda produttrice di fogli già trattati con sali ferrici, con cui si può facilmente provare una semplice tecnica di stampa a contatto.
Si possono usare normali negativi o anche oggetti come foglie, fiori o manufatti vari; basta esporre il tutto al sole. Il bello è che non serve alcuna camera oscura e ci si può preparare con calma alla luce, a patto che non sia intensa e diretta.
L’esposizione vera e propria, quella alla luce solare, deve essere di qualche minuto (c’è chi sostiene decine di minuti). In ogni caso occhio al meteo: serve una giornata di bel tempo…
Ci proviamo? 🙂
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E se Michelangelo avesse avuto a disposizione una vera e propria macchina fotografica? Se l’invenzione fosse avvenuta solo un po’ di tempo prima? Lui di cosa sarebbe stato capace?
A volte capita di fantasticare, immaginare quali possibilità si sarebbero aperte alle menti geniali del passato, se avessero avuto a disposizione alcuni strumenti e tecnologie che sono state inventate solo successivamente.
Chissà, magari Buonarroti avrebbe anticipato alcune visioni artistiche dei grandi maestri che sono venuti dopo. Oppure no, e forse l’invenzione lo avrebbe sviato, magari facilitandogli così tanto il lavoro da insidiare lo sviluppo del suo grande talento.
Non è possibile saperlo però a volte mi diverto a fare queste congetture, pensando a quanto gli strumenti, che il nostro tempo ci mette a disposizione, influiscano sulle nostre possibilità creative.
Eppure ci sono scoperte e tecnologie che effettivamente avrebbero anche potuto essere fatte con secoli di anticipo, tra queste, forse, la fotografia.
In quanti casi il modo avrebbe preso una via completamente diversa? Per esempio se gli antichi egizi avessero intuito i principi dell’aerodinamica e della portanza? Cosa avrebbe loro impedito di costruire e volare con un deltaplano? Ed ai fenici di veleggiare quasi controvento?
🙂
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A volte il fotografo è un cacciatore. Può svolgere questo ruolo in due modi: cacciare il soggetto oppure andare a caccia dell’attenzione dell’osservatore.
E’ il secondo punto quello che voglio provare ad approfondire in questo centotredicesimo weekend assignment.
L’immagine fotografica può essere un percorso guidato, una sorta di “trappola” in cui il fotografo-cacciatore attira l’osservatore e guida la sua attenzione in modo sottile, non manifesto, lasciandogli seguire solo alcune tracce.
Sono tracce che a volte fanno la fotografia, che operano da stimolo per la proiezione dell’osservatore.
Quando questa operazione funziona, la fotografia può risultare fruibile solo ad alcuni… solo alle prede cadute nella “trappola”.
Chissà se sono riuscito a spiegare, in ogni caso ecco il tema per questo fine settimana. Se ti senti in vena, prova questa idea interpretandola a modo tuo. Come sempre ti propongo poi di condividere la foto mettendo il link in un commento.
E buon fine settimana!
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🙂
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È innegabile che il secolo scorso sia stato fondamentale per la fotografia, cento anni di evoluzione artistica e tecnica di cui quest’arte ha beneficiato in modo cruciale. E così ti segnalo un volumetto che, a mio avviso, è un must per qualunque appassionato. Non è un testo per esperti, piuttosto una sorta di compendio divulgativo, molto utile per andare a vedere di chi si tratta quando si trova un nome più o meno noto.
“Fotografia del XX secolo” edito da Taschen, è un bel libro che raccoglie una completa carrellata dei più importanti artisti del secolo da poco trascorso.
E’ ricco di foto, brevi biografie ed annotazioni. Il prezzo è piuttosto contenuto in rapporto al materiale che viene proposto. Non può mancare sullo scaffale di chi ha passione per la Fotografia.
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Delage Automobile, A.C.F. Grand Prix, Dieppe Circuit, June 26, 1912 – Photography by J.H.Lartigue©Ministère de la Culture-France/AAJHL
Mi capitò di scoprire Lartigue molto tempo fa, quasi per caso: non mi stavo interessando di fotografia ma di aviazione, cercavo foto ed immagini dei primordi del volo.
Subito mi resi conto di non aver trovato solo immagini di pionieristiche macchine volanti, avevo davanti le opere di un artista riconosciuto come un grande della storia delle fotografia, un maestro. Anzi un bambino maestro.
Jacques Henri Lartigue nasce a Parigi nel 1894 in una famiglia facoltosa. Il padre, appassionato di fotografia, gli regala all’età di soli sette anni, la prima macchina fotografica. Con questa Henri fa quello che qualunque bambino avrebbe fatto: inizia a fotografare tutto ciò che gli sta intorno, ciò che gli piace, con il talento e la libertà creativa che proprio i bambini sanno esprimere così bene.
E’ anche a causa di una salute cagionevole ed un fisico gracilino, che lo rendono più propenso alla figura di “osservatore” che non a quella di protagonista, che il giovanissimo Lartigue documenta le passioni e le avventure degli amici e dei giovani membri della sua famiglia, tra cui il fratello “Zissou”, che si diletta a costruire aeroplani ed automobili nel castello di famiglia.

Zissou, Louis and the Gardener Martin, 1909 – Photo J.H.Lartigue©Ministère de la Culture-France/AAJHL
La dinamicità e la spontaneità di queste foto dei primi del novecento colpisce molto: Lartigue era un bambino che scattava con una macchina primordiale eppure riusciva a creare immagini fantastiche, capaci di suscitare ammirazione ancora oggi.
Sperimentò anche diverse tecniche evolute ed in alcuni casi innovative per il tempo, tra queste la fotografia stereoscopica ed anche alcune tecniche di sovraimpressione, alla ricerca di effetti visivi che oggi definiremmo come “speciali”.
Crescendo, la sua vita artistica si sposta sulla pittura e la sua carriera sarà lunga e produttiva, mantenendo comunque un discreto interesse e successo anche in ambito fotografico con una propensione verso un tipo di scene mondane che lo hanno fatto definire anche come uno dei pionieri della fotografia di moda. E’ facile trovarne online tutti i dettagli, le esperienze e la produzione, molto estesa, che donò integralmente alla Francia prima della sua morte.
Quello che però più mi affascina è il giovanissimo Lartigue: il bambino prodigio, la sua capacità di saper scegliere e trasmettere il momento, l’atmosfera particolare. Una capacità che, almeno a mio avviso, si diluì molto nel corso degli anni.
Come disse Picasso: “Tutti i bambini sono degli artisti nati; il difficile sta nel fatto di restarlo da grandi”, un’affermazione valida anche per un grande maestro come J.H. Lartigue.
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Selfie, selfie. Selfie ovunque. Oggi largo alle scemenze. Ti piacerebbe avere una tua foto impressa sul pane appena tostato ogni mattina? Un selfie su cui spalmare la marmellata?
C’è qualcuno che ci sta lavorando sul serio.
Un’azienda del Vermont ha messo in vendita a 75 dollari un tostapane in grado di stampare immagini sulle fette. Sarà il primo passo verso l’era del “selfie commestibile”? 🙂
Piano con l’entusiasmo; non è così semplice. Non si scaricano le foto nel tostapane per poi vederle stampate sulle fette; in realtà l’oggetto è un po’ meno tecnologico. Il tostapane viene “personalizzato” con un’immagine, fornita dall’acquirente, da cui viene realizzata una piastra in metallo che riproduce una forma stilizzata. La piastra, una volta montata nel tostapane, produce l’effetto desiderato ed il produttore garantisce che si possono poi anche realizzare altre piastre su richiesta.
Insomma, non sarà perfetto ma comunque è già un risultato.
Che dire… potrebbe essere un salto di qualità per i tanto bistrattati selfie, un’occasione per trasformarli in una forma d’arte temporanea!
😀
[Fonte: Mashable]
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E’ facile tirar fuori lo smartphone, inquadrare al volo, scattare e vedere subito il risultato, tutto facilmente e senza fatica. L’immediatezza del digitale è fantastica: un sogno inseguito per tutta la storia della fotografia.
Il bisogno di un risultato in tempi rapidi è esistito fin dai primordi e fu Frederick Scott Archer nel 1853 il primo a realizzare una fotocamera “istantanea”. Da allora (quindi ben prima della parentesi rappresentata dal costoso e complesso mondo Polaroid) sono sempre esistiti fotografi specializzati in risultati immediati “sul campo”. E’ emblematico il caso della tradizione dei fotografi ambulanti in Afghanistan, dove per generazioni è stata mantenuta viva una tecnica ritrattistica basata su macchine-laboratorio completamente autonome.
Queste fotocamere, chiamate kamra-e-faoree (che più o meno significa macchina fotografica istantanea), sono grosse scatole in legno e tutto il processo avviene all’interno: dall’esposizione allo sviluppo, fino alla stampa finale.
Dopo la messa a fuoco, effettuata sotto una cappa nera in modo simile a come avviene con il grande formato, la fotocamera viene caricata con un foglio di carta fotosensibile che il fotografo, infilando una mano attraverso un manicotto a tenuta di luce, estrae “alla cieca” da una scatola posta all’interno della macchina stessa.
Una volta piazzato il foglio sul piano focale, viene effettuata l’esposizione. Si passa quindi allo sviluppo, che il fotografo effettua immergendo il foglio in vaschette con normali reagenti, poste sempre all’interno della fotocamera.
Si arriva così al risultato intermedio: un’immagine negativa che, a questo punto, viene estratta dalla macchina e ri-fotografata piazzandola su un apposito sostegno. Ripetendo una seconda volta l’intero processo si arriva quindi al prodotto finale: una Fotografia.
La tradizione delle Afghan Camera e di altre fotocamere a sviluppo istantaneo simili, come le Minutero spagnole, è esistita in molte parti del mondo ma adesso è in prevedibile declino. Esistono però alcuni eroici appassionati decisi a tener vivo questo bellissimo modo di fotografare, così semplice ed affascinante.
Tra di loro c’è un signore che seguo da tempo: si chiama Pier Giorgio Cadeddu. Ha chiamato “Sardinian Camera” la sua stupenda macchina fotografica a sviluppo istantaneo costruita a Càbras e sul suo sito puoi trovare molte informazioni al riguardo, comprese spiegazioni di funzionamento, costruzione e “filosofia fotografica”. Un gran bel lavoro.
P.s. Per chi volesse approfondire il funzionamento delle Afghan Camera, ecco qui un interessante video.
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