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Archive for the ‘Black and White’ Category

Sorry, no more fuel...

Sorry, no more fuel… – © Copyright 2009 Pega

Rieccomi a proporti quella che è una piccola tradizione di questo blog: la “missione fotografica” del fine settimana.
Sono convinto che uscire con una sorta di incarico fotografico sia qualcosa che può facilmente fornire spunti creativi ed anche stimolare a capire meglio lo strumento che abbiamo in mano.

Per questo weekend il tema è un genere che personalmente trovo affascinante: cose e luoghi abbandonati.

Atmosfere malinconiche e segni del tempo che scende inesorabile sulle cose abbandonate e lasciate senza cura. Vecchi edifici in rovina o anche dettagli di oggetti di tutti i giorni, come il sellino arrugginito di una vecchia bicicletta dimenticata.
L'”abandoned” lo puoi trovare ovunque, basta uscire e cercarlo. Spesso è appena dietro l’angolo e non è sempre necessario addentrarsi in luoghi remoti.
Per fotografare l’abbandono con efficacia può essere importante scegliere con cura luce e trattamento, in modo da esaltare la drammaticità della scena e trasmettere all’osservatore emozioni forti.

Dunque, in questo weekend prova a cercare e fotografare l’abbandono, fanne il protagonista di qualche tuo scatto e poi, se vuoi, mostracelo postando un commento con il link alla tua foto.
Condividere con tutti i lettori del blog è divertente e può portare a vedere la tua foto visitatori che la apprezzeranno.

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Berenice_Abbott_by_Hank_ONeal_NYC_1979 Eccolo un altro esempio di fotografo fotografato, in questo caso una fotografa: Berenice Abbott, ritratta nel 1979 da Hank O’Neal.
Nata nel 1898 Berenice era originaria dell’Ohio ma negli anni dell’università si trasferì a New York, dove venne ospitata dall’anarchico Hippolyte Havel in una grande casa del Greenwich Village insieme a filosofi, scrittori e critici letterari. Mentre studiava scultura conobbe Man Ray che la invitò in Europa e così Berenice tra il 1921 ed il 1923, studiò scultura a Parigi e Berlino. In questo periodo Man Ray era alla ricerca di una collaboratrice: aveva bisogno di qualcuno che non sapesse niente di fotografia ed eseguisse solo precise indicazioni, così la assunse come assistente in camera oscura nel suo studio di Montparnasse.
Ma il talento fotografico di Berenice non era niente male e così nel 1926 tenne la sua prima mostra personale ed avviò uno studio tutto suo, concentrandosi principalmente sulle persone del mondo artistico e letterario. Ritrasse Jean Cocteau, James Joyce, e molte altre figure di passaggio a Parigi. Era brava e presto si sparse la voce che l’essere ritratti da Man Ray o Berenice Abbott significasse “essere qualcuno”.
Man Ray la introdusse alla fotografia di Eugène Atget del quale divenne una grande ammiratrice, fino a convincerlo a posare per il famoso ritratto che ho pubblicato in un precedente post. Atget era molto anziano; morì poco dopo quella foto e la Abbott con le sue iniziative e pubblicazioni fu determinante per tutto il successo postumo di questo grandissimo fotografo.
Negli anni trenta Berenice svolse un lavoro di documentazione della città di New York finanziato dal Federal Art Project e pubblicato nel 1939 in forma di libro col titolo di “Changing New York” che ricorda molto il lavoro svolto da Atget a Parigi. La Abbott usò per questo progetto una macchina fotografica di grande formato, ritraendo New York City con un atteggiamento davvero simile a quello del suo maestro Eugène Atget.
Ma la Abbott non fu solo una fotografa. Al suo attivo ci furono anche alcune invenzioni. Tra queste un cavalletto per creare effetti di distorsione in camera oscura ed una lampada telescopica, oggi nota da molti fotografi di studio come “autopole”, alla quale le luci possono essere attaccate a varie altezze.
Berenice Abbott fu parte importante del movimento della straight photography, il gruppo di fotografi che sosteneva l’importanza della fotografia non manipolata, un’impostazione che Berenice mantenne per tutta la sua lunga carriera e che contribuì a consacrarla come una delle principali eredi del grande Atget.

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Iphone sky

The best camera… © Copyright 2009 Pega

Strano, è un assignment che ancora non avevo proposto, o almeno non così precisamente. Si tratta di un soggetto che, quando si è appassionati di fotografia, prima o poi si affronta e così eccoci qua. Per questo fine settimana il tema è facilissimo (o forse difficilissimo): le nuvole.
Basta alzare lo sguardo e… sono quasi sempre li, pronte a farsi immortalare. Sono mutevoli, affascinanti, misteriose.
Per questo weekend assignment rendi le nubi le protagoniste assolute di qualche tuo scatto, cerca strane forme, geometrie o animali. Puoi interpretare questo tema come vuoi, sfruttando l’alba o il tramonto, il contrasto col sole o il flirt con la terra: il cielo è sempre spettacolare e sa regalare grandi immagini, addirittura anche di notte,
In questi giorni, se ti va, svolgi questo assignment realizzando qualche bella fotografia alle nuvole. Poi, come sempre propongo, pubblica in un commento a questo post, il link alla tua foto.

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Era il 17 Dicembre del 1903 quando un certo John Thomas Daniels Jr. scattò una delle foto più famose di tutti i tempi.
John non era un fotografo, anzi quella era la prma volta che aveva a che fare con un apparecchio fotografico. Insieme a tre colleghi della “Life Saving Station” (una sorta di Guardia Costiera del tempo) stava dando una mano ai fratelli Wright sulla spiaggia di Kitty Hawk in North Carolina. Stava per assistere ad un evento epocale: il primo volo di un aeroplano.
La fotocamera, una Gundlach Korona 5×7, era di proprietà dei Wright. Prima del volo, Orwille Wright la sistemò sul treppiede, regolò il fuoco e preparò la lastra, poi spiegò a Daniels come far scattare l’otturatore.
I due fratelli si giocarono a testa o croce l’onore di quel primo volo. Fu Orwille a salire ai comandi, suo fratello Wilbur accompagnò correndo il Flyer mentre si staccava dal suolo.
Daniels scattò la fotografia. Erano entrati nella storia.

Lo sai cosa disse Orwille Wright una volta atterrato? Pensi forse che se ne uscì con qualche parolona o frase storica adeguata a sottolineare un evento così significativo come la realizzazione del sogno di volare? No, niente del genere.
Appena fu di nuovo al suolo Orwille scese dall’aereo e da lontano urlò a John Daniels: “Hai fatto la foto?!

🙂

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È la foto di un ragazzino in bici.
Sembra un po’ incerto ma l’espressione è di impegno, quasi di una certa fierezza. È la sua nuova bici, una bicicletta “come quella dei grandi”, altro che il vecchio triciclo. Camicia a quadri e pantaloni corti. Una curiosa fascia bianca gli orna la testa, è con buona probabilità il segno di un recente “passaggio a cresima”.
La composizione è semplice, pulita. Sulla sinistra una finestra chiusa, in basso a destra una piccola presa d’aria nel muro dell’edificio che il ragazzo sta costeggiando. Non c’è altro.
Sapore d’estate e di tanti anni passati. Siamo a Firenze, intorno al 1940.

Non sono sicuro sull’autore di questa foto che adoro. Molto probabilmente la scattò mio nonno, anche perché quello in bici… è mio padre.
🙂

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Il ritratto di un fotografo è una sorta di cortocircuito, un cerchio che si chiude. Quando poi il fotografo è un grande maestro, un protagonista della storia di questa forma d’arte, allora l’immagine assume un fascino tutto speciale, almeno per me.
É il caso di questo ritratto di Eugene Atget, il grande fotografo francese che visse a cavallo tra ottocento e novecento, considerato da molti come uno dei padri della fotografia moderna.
Fotografò per oltre trenta anni la sua Parigi, un lavoro immane di oltre 10.000 negativi (che per i tempi erano un’infinità) teso a documentare una città che si stava trasformando, modernizzando, e che Atget fissava non tanto con atteggiamento artistico quanto con un approccio che potrebbe essere definito come commerciale. Molti suoi scatti erano infatti realizzati per fornire materiale ai pittori ed agli illustratori di libri sulla città.
In questa sua ricerca Atget espanse le possibilità della fotografia e sviluppò un suo linguaggio fatto di poesia ed estetica formale che lo consacra tra i più importanti artisti della storia della fotografia.
Ed eccolo qui Eugene Atget, dopo quasi un secolo, qui sul tuo monitor.
Guardalo negli occhi, mentre si sta facendo fare un ritratto da Bernice Abbott in un bel pomeriggio del 1927.
Un cortocircuito con i fiocchi.

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Leaf Pattern Imogen Cunningham

Leaf Pattern, circa 1929 – Imogen Cunningham

Oggi voglio tornare a parlare di una grande fotografa, una figura importantissima che però non sempre viene considerata tra le più grandi. Imogen Cunningham aveva iniziato a fotografare da ragazzina, sul finire dell’ottocento, ma in breve aveva perso interesse per per dedicarsi agli studi di chimica. Poi la sua strada tornò ad incrociarsi con il mondo della produzione di immagini. Si laureò difatti proprio con una tesi sui processi chimici per lo sviluppo fotografico e fu proprio così che il suo talento trovò la via per sbocciare.
La passione per la ricerca tecnica volta al miglioramento della qualità delle immagini e delle stampe si sposò perfettamente con un gusto estetico fuori dal comune, facendone un’artista apprezzata già nella prima metà del novecento.
Negli anni quaranta Imogen entra a far parte del gruppo f/64 divenendo un componente di spicco del movimento della straight photography con  lavori che ricevono notevole apprezzamento e la accompagnano in una lunghissima carriera che la porta, quasi novantenne, fino all’esposizione presso il MOMA di new York negli anni ’70.
Una delle parti più affascinanti dell’opera di Imogen Cunningham è quella da lei svolta negli anni trenta, quando iniziò il suo approfondimento verso la fotografia botanica, intrapreso con una intrigante attrazione non tanto verso il vegetale in quanto tale ma più per quello che questo era in grado di trasmettere in fotografia.
La pianta diviene quasi un astratto, con tratti che si formano grazie all’incrocio tra linee naturali, ombre, sovrapposizioni di foglie e luce drammatica.
E’ quasi come se Imogen avesse creato un nuovo modo di vedere, in parte oggettivo ed in parte soggettivo, in ogni caso molto potente ed evocativo.
Un tratto distintivo di questa grande protagonista della fotografia del novecento.

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Proprio questo mi ha scritto l’amico Panz Paganoni in un commento: “piglio la macchina, esco, penso e scatto“.
L’ha scritto riferendosi a ciò che aveva deciso di fare dopo aver letto un weekend assignment di qualche settimana fa. Per me è un gran bel regalo perché è una descrizione perfetta di ciò che io intendo invitare a fare con questi post e la cosa più bella è che ne è venuta fuori questa splendida foto che interpreta con grande efficacia il tema proposto.
Invitandoti a leggere le sue parole ringrazio Panz ma anche tutti gli altri che si cimentano, spero divertendosi, con i temi fotografici che ogni tanto provo a lanciare.

Panz  - Silenzio

Silenzio – © Copyright 2013 Panz Paganoni

“So di essere molto in ritardo rispondendo a questo assignment solo ora, so di essere lento, ma ho voluto fare le cose per bene. Già ho letto il tema con qualche giorno di ritardo, ma appena letto mi son detto:questo lo voglio fare ex-novo, senza pescare dall’archivio o forzando il significato di qualche scatto casuale. Ho detto: piglio la macchina, esco, penso e scatto. Ho solo voluto mantenere l’abitudine di scattare cogliendo ciò che trovo, senza “costruire” l’immagine appositamente. Così faccio: cos’è per me il silenzio? quale tipo di silenzio voglio veicolare? E’ un sentimento o una situazione? Eppoi dove posso cercare “luoghi” o “scenari” per esprimere il risultato delle mie riflessioni? Esco con questi pensieri, giro e rigiro ed alla fine il risultato è quello che mostro. Dato che non sono un maestro o un grande, non sono per nulla sicuro che il risultato sia efficace, che sappia trasmettere ciò che è mia intenzione strasmetta. Provo un esperimento: posto lo scatto su Flickr senza titolo (finora non l’avevo mai fatto) per vedere che tipo di reazioni susciti così nudo. Esperimento riuscito a metà: per non so quale motivo la foto ha avuto pochissime visite, molto meno della media-visite che ho, anche dai contatti che normalmente girano sulla mia pagina. Però il primo commento era grosso modo in sintonia con le mie intenzioni. A me lo scatto piace, evidentemente agli altri molto meno. Però credo sia comunque il primo passo su un cammino che spero mi porterà lontano.
Il titolo della foto è: silenzio”

Panz

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Wash machine by night

Wash machine by night – © Copyright 2009 Pega

Siamo sempre circondati da oggetti. Nella quasi totalità dei casi sono cose che abbiamo visto centinaia o migliaia di volte, dettagli che conosciamo benissimo e che appartengono al nostro mondo ordinario. Ma come vedrebbe questi oggetti una persona che non sapesse che cosa sono e iniziasse a studiarli, guardandoli da ogni possibile angolazione per capirli nella loro forma e funzione? Li troverebbe strani? Curiosi? Forse misteriosi? È possibile simulare qualcosa del genere sfruttando la nostra macchina fotografica?
Ecco la piccola sfida di questo weekend assignment in cui ti propongo di fare qualche scatto e realizzare fotografie di oggetti ordinari cercando però di raffigurarli in modo diverso, così da renderli misteriosi.
Prova a scattare cercando angolazioni insolite o posizioni particolari. Avvicinati a qualcosa di uso quotidiano e rendila diversa dal solito, studiando il taglio, l’inquadratura e la distanza.
Poi, come ormai propongo sempre in questo spazio, pubblica in un commento qui sotto il link alla tua foto.

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Wynn Bullock è un nome che non ha bisogno di tante presentazioni: considerato tra i grandi della fotografia degli anni ’50 e ’60, amico di Edward Weston, è tra i miei artisti preferiti.
Ma non è Bullock l’oggetto del post di oggi, intendo invece solo provare a riproporre un aspetto della fotografia a cui i suoi scatti mi fanno sempre pensare.
Mi riferisco al linguaggio simbolico che da sempre esiste nelle arti figurative e che molto spesso è legato alla cultura del luogo e del tempo in cui l’opera è creata.
Fin dalla preistoria le opere d’arte hanno sempre contenuto elementi simbolici destinati ad essere riconosciuti ed interpretati dall’osservatore a patto che questo li sappia cogliere La cosa è tanto più probabile quanto più l’osservatore appartiene alla stessa cultura dell’autore e ne è contemporaneo.
Ma se chi guarda l’opera è distante nel tempo dal momento della sua realizzazione questi simbolismi possono perdere di significato, in qualche caso addirittura assumere un senso diverso, anche molto diverso.

C’è una foto di Bullock che, secondo me, nonostante sia relativamente recente, aiuta ad evidenziare questo concetto di divario simbolico, si tratta di “Child in the forest” del 1951.

WynnBullock_child

Child in the forest – © Copyright 1951 Wynn Bullock

È l’immagine di una bambina (la figlia di Bullock) nuda distesa su un manto di foglie, in una sorta di piccola radura nella  foresta. La luce  è particolare. La resa del bianco e nero ne fa uno scatto che lascia il segno.
La prima volta che ho visto questa foto ho pensato alla terribile scena di un crimine e so di condividere questa sensazione con molte persone, ma Bullock non voleva certo dare questo tipo di messaggio!
Negli anni ’50 lo scatto non trasmetteva per niente questo senso di orrore ed inquietudine profonda, di certo legata ad alcune terribili involuzioni che la nostra società ha avuto negli ultimi decenni.
Bullock scattava questo tipo di foto nel bosco subito dietro la sua casa in California. In altre sue opere, insieme alla bambina è presente anche la madre e l’idea era di una ricerca di uno stile metafisico volto a creare immagini che portassero l’osservatore in una dimensione quasi spirituale, di meditazione sul senso della vita, dell’amore e della morte. Una ricerca che portò a Bullock l’ammirazione ed il rispetto di colleghi artisti e critica.

E’ una questione complicata e riconosco che non è possibile sviscerarla in un post, ma rimane il fatto che in soli cinquanta anni i simboli usati da Wynn Bullock hanno cambiato completamente di significato ed ora trasmettono all’osservatore tutto un altro messaggio, in un modo che appare quasi inequivocabile.
Chissà cosa vedranno i nostri posteri tra cinquanta o cento anni in alcune delle nostre foto…

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