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Archive for the ‘People’ Category

giornate di fotografiaNei prossimi giorni si terrà a Morro d’Alba, nelle Marche, un interessante evento, una sorta di esperimento su quanto la notorietà dell’autore influisce sulle nostre capacità di apprezzare un’opera d’arte.
Tra l’8 ed il dieci maggio prossimi, nell’ambito dell’evento Giornate di Fotografia, sarà allestita una mostra intitolata “Senza autore, senza valore?” realizzata con opere di importanti fotografi italiani esposte senza alcun riferimento agli autori, che verranno rivelati solo alla fine dell’evento durante un dibattito.
L’idea delle organizzatrici Simona Guerra e Lisa Calabrese, nata dal voler indagare sulle capacità critiche dell’osservatore, è descritta così nella presentazione:

E’ giusto valutare una fotografia tenendo conto solo dell’autore che l’ha creata? Crediamo di no. Al contrario pensiamo che troppo spesso è il “nome” a decretare l’affluenza a una mostra.
Per tale motivo, in questa insolita esposizione, non ci saranno didascalie né nomi, ma solo fotografie originali di autori italiani più o meno conosciuti.
Solo e soltanto le opere saranno dunque vere protagoniste di questa mostra.

Quello del rapporto tra arte e fama è un gran bel tema, non è un caso il fatto che mi sia già più volte capitato di parlarne. A questa mostra di Morro d’Alba sarebbe proprio bello andarci…
🙂

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Mandàla e monaciIl Mandàla è un’affascinante forma di arte temporanea con significati filosofici e religiosi molto antichi che i monaci buddisti realizzano con sabbie colorate. La sua importanza simbolica è molto toccante, in particolare se si pensa all’immane tragedia del terremoto in Nepal.
Il Mandàla richiede un lungo e paziente lavoro di precisa distribuzione dei granelli secondo un complesso disegno a schema concentrico, che parte da un punto simboleggiante il centro del cosmo. I monaci distribuiscono le sabbie colorate con il chak-pur, un piccolo imbuto metallico che sfregano per farlo vibrare ed ottenere il fluire dei granelli che va a comporre queste bellissime opere.
Ci possono volere intere settimane per completare un Mandàla ma, una volta finito, questo viene distrutto attraverso un rito simbolico che prevede di spazzare via la sabbia e disperderla in mare.
Si tratta di una tradizione millenaria che la fotografia ha in qualche modo intaccato. Da quando è possibile immortalarli, i Màndala non sono più del tutto temporanei perché, in effetti se li fotografiamo, possiamo continuare ad ammirarli anche dopo la loro distruzione.
E’ una bellissima interazione tra due arti che trattano il tempo in modo molto diverso.
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Mandala

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Lost time is never found again

Lost time is never found again – Copyright Brandon Kidwell

Cercando materiale ed ispirazioni per il recente weekend assignment dedicato all’esposizione multipla, mi sono imbattuto nel sito di Brandon Kidwell, un fotografo che si è specializzato proprio in questo genere di immagini. Sul suo sito c’è una splendida serie di doppie esposizioni che Brandon ha realizzato come progetto pluriennale durante la crescita dei suoi figli. Ogni immagine simboleggia un messaggio, un insegnamento, una frase significativa di un padre ai propri ragazzi. E’ una bella idea ben realizzata, un esempio di come si possa usare una vecchia tecnica per andare ben oltre l’immagine. Puoi trovare qui gli altri elementi di questo progetto intitolato “Wisdom for my Children”.

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Ruota multiexp

Ruota – © Copyright 2012 Pega


Ai tempi della pellicola e delle fotocamere giocattolo, capitava spesso: ci si dimenticava di far avanzare il rullino e si facevano due (o più) esposizioni sullo stesso fotogramma. In genere il risultato era una foto sovraesposta, da buttare, ma a volte si poteva sfruttare questa idea per inventare immagini creative e giocare, anche con più esposizioni multiple.
Con il digitale questa tecnica è un po’ passata, forse perché molte fotocamere di oggi non la prevedono, o magari è la facilità della post produzione digitale che ha aperto tante altre possibilità.
Il fatto è che l’esposizione multipla, realizzata in fase di scatto o in post, rimane una forma espressiva potente, molto più interessante di quanto non si potrebbe pensare in prima battuta. E’ un terreno dove tecnica e creatività si possono incrociare con notevoli risultati ed io ti invito a provare qualcosa del genere proprio per questo weekend assignment; sappi che possono venire fuori cose davvero carine.
Dai provaci, specie se non hai mai sperimentato questo modo di fotografare che permette di sintetizzare in un’unica immagine, più istanti o situazioni diverse. Fai qualche esperimento in questo fine settimana, poi, come al solito, ti invito a condividere il tuo scatto in un commento, con il link alla tua immagine.

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Non passa giorno che non senta qualcuno lamentarsi di quanto oggigiorno si abusi dello smartphone, di quanto i “giovani” siano concentrati solo sui loro dispositivi, senza più comunicare con le persone intorno, in particolare quando si trovano sui mezzi pubblici.
Ci sono in giro un sacco di nostalgici dell’era pre-internet, di quel tempo in cui il “chiacchierare del più e del meno con chicchessia”, non era stato ancora superato dal “chiacchierare del più e del meno con chicchessia online”.
Non sono sicuro di volermi addentrare in questa polemica, penso però che sia giusto riconoscere all’invenzione della fotografia, quel ruolo di macchina del tempo che ci consente di ricordare come stessero veramente le cose nel passato.
Non so dire se un giornale fosse meglio di uno smartphone, ma è certo che ben prima dell’invenzione di internet, già molti optavano per forme asociali di impiego del tempo sui mezzi pubblici.
L’essere umano tende a preferire ciò che più lo stimola, e non c’è da meravigliarsi che già prima degli smartphone tante persone scegliessero l’informarsi al chiacchierare del più e del meno ad ogni costo.
🙂
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Sorriso in dagherrotipoOggi tutti considerano normale la foto di un sorriso, eppure c’è stato un tempo in cui le cose non stavano così ed i ritratti raffiguravano sempre persone serie. Quella qui sopra è una delle prime fotografie di un uomo che ride. Si tratta di un dagherrotipo realizzato intorno al 1850 ed il tizio immortalato fu bravo a restare così immobile per i circa due minuti che al tempo erano necessari.
I lunghi tempi di esposizione richiesti dalle prime tecniche fotografiche erano una delle ragioni principali dell’assenza del sorriso all’alba della fotografia. Non era facile mantenersi immobili e naturali per gli interminabili minuti richiesti dal dagherrotipo ed una posa rilassata era consigliata dai fotografi stessi. A questo si sommava la ricerca di solennità che il ritratto aveva da sempre richiesto nella tradizione pittorica, in particolare quella cristiana, dove il sorriso non era visto di buon occhio. Al proposito sono significative le parole di Jean-Baptiste De La Salle, sacerdote educatore dei primi del settecento: “Ci sono persone che sollevano così in alto il labbro superiore che i loro denti divengono quasi completamente visibili. Ciò è contrario al decoro, che proibisce di mostrare i denti, dato che la natura ci ha dato labbra con cui coprirli.

Non erano tempi facili per le persone allegre.

🙂

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Biker

Biker – © Copyright 2008, Pega

Da strada, pista, custom o turismo. Ciclomotori, vespe o sidecar… chi più ne ha più ne metta.
Le due ruote sono senza dubbio un mezzo fotogenico ed intrigante, una sorta di versione attuale di un atavico destriero.
C’è chi in moto ha attraversato continenti, chi ha battuto record di velocità e vinto campionati. La moto è citata in mitiche avventure, nel cinema ed anche in qualche libro sullo zen. Ma c’è anche chi in moto va solo al lavoro o la usa semplicemente nel tempo libero.
Insomma, per questo weekend assignment ho pensato di invitarti a fare qualche foto proprio pensando alla motocicletta.  Di sicuro non ci dovrebbero essere problemi ad averne qualcuna a tiro, magari con l’aggiunta di un elemento umano.
In questo fine settimana fai di una due ruote la protagonista di qualche tuo scatto e poi, se vuoi, aggiungi un commento con il link alla tua foto. Condividere con tutti i lettori del blog è divertente e può portare a vedere la tua foto visitatori che la apprezzeranno.
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Lanfranco ColomboSe n’è andato in questi giorni a novantun anni, senza tanto clamore, eppure è stato uno dei grandi della Fotografia italiana ed europea.
Di questa perdita hanno parlato in pochi, io l’ho trovato quasi per caso su Facebook, eppure Lanfranco Colombo è stato un protagonista. Nel 1967 realizzò il suo sogno di grande appassionato di fotografia, creò a Milano la Galleria Diaframma.
Già negli anni precedenti si era distinto come fotografo ed anche come editore, aveva infatti creato l’edizione italiana della famosa rivista americana “Popular Photography”, ma fu la Galleria il suo capolavoro, un luogo che risultò del tutto innovativo per i tempi: la prima galleria d’arte al mondo esclusivamente dedicata alla fotografia.
E’ difficile riassumere la lunga storia di quest’uomo e di questa sua iniziativa: furono decenni di mostre ed eventi dove autori italiani e stranieri, in molti casi di grande spessore, esposero ed in qualche caso fecero il loro esordio per poi percorrere carriere notevoli; sono nomi che vanno da Mario Giacomelli a Gabriele Basilico.
La galleria Diaframma ha aiutato la fotografia italiana a passare dal ruolo di forma d’arte pionieristica, seguita solo da pochi addetti ai lavori, a quello che rappresenta oggi come una tra le principali forme espressive contemporanee.
La cultura fotografica attuale deve molto ai quarant’anni di contributo che “Diaframma” ha saputo dare ed alla strada che negli anni sessanta cominciò ad indicare, rappresentando un punto di incontro da cui sono nate così tante idee.
Ora che Lanfranco Colombo se n’è andato, suonano molto belle le parole a lui dedicate sul suo sito da Wanda Tucci Caselli a proposito del “mito del Diaframma” e di quest’uomo grande appassionato di Fotografia.

Per noi fotografi non è necessario aggiungere Colombo. Lanfranco è, per noi, la Fotografia.
Lanfranco, questo personaggio assurdo, intemperante, logorato da una passione che ci coinvolge tutti, è l’uomo che ha saputo avvicinare amatori e professionisti, che ha dato spazio a ciascuno di noi, sempre su un piede di partenza per conoscere autori, per visitare musei, per proporre incontri: Chi avrebbe conosciuto Cornell Capa, Natan Lyons, Mike Edelson, Neal Slavin, Gisèle Freund se non ci fosse stato lui?
Chi può dimenticare quei pomeriggi in via Brera, i cocktails raffinati e sproporzionati, le soste in cortile a scambiarci opinioni sulle mostre in oggetto? … e i suoi SICOF (Salone Italiano Cine e Foto Orrica, ndr), con lo stile dei belgi, i ritratti dei polacchi, l’archivio di Mosca? e le mostre in progress, sulla danza, sui manichini, sui mondiali ’90? … Chi può sottovalutare l’importanza che poteva avere per un neofita poter esporre accanto ai nomi più noti con un modesto “formato cartolina”? e il fervore di quel SICOF in cui ci si aiutava scambievolmente tra sconosciuti alla ricerca di catene e cornici sempre insufficienti per appetiti sempre più insaziabili?

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KubrickStanley Kubrick, prima di esprimere tutto il suo talento nel cinema, lavorò come fotografo, e fu in quegli anni che affinò la sua capacità tecnica, in particolare la conoscenza ed uso delle lenti.
In questo video Joe Dunton, studioso ed esperto di tecnica fotografica, ci guida in uno splendido tour tra gli obiettivi che Kubrick usò nell’arco della sua carriera.
Tra questi non poteva mancare il leggendario Zeiss f/0.7, che il regista sfruttò per le scene a luce di candela in Barry Lyndon e di cui ho già avuto occasione di parlare.
Dunton nel video dice: “la conoscenza che Kubrick aveva delle lenti derivava dal suo passato di fotografo: sono gli obiettivi che in effetti “fanno la fotografia”. Le lenti sono la parte più importante nella creazione delle immagini cinematografiche, e lui lo sapeva molto bene”.
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AGGIORNAMENTO: purtroppo da qualche ora il video non è più disponibile e risulta rimosso, non so perché ma è un gran peccato. Mi dispiace. Ho cercato un’alternativa ma il documento che ti proponevo non ha equivalenti, speriamo solo si possa ritrovare in futuro.
Nella ricerca di qualcos’altro da mettere, mi sono imbattuto in uno spezzone di “2001 Odissea nello spazio”, uno dei capolavori di Kubrick. L’ho trovato proprio emblematico ed adatto a questo “post interruptus” di oggi: è la scena in cui HAL9000, il computer dell’astronave, decide di non obbedire a Dave.
“I’m sorry Dave, I’m afraid I can’t do that”
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Ombrello

Dieppe, France, 1926 – © Henri Cartier-Bresson/Magnum

Eccoci di nuovo: un paio di volte al mese mi rifaccio vivo con questa idea del weekend assignment. E’ una piccola tradizione del blog, una sorta di esercizio pensato per provare a focalizzare l’attenzione su un tema specifico, ponendo una sorta di “missione” fotografica per stimolare e coltivare la creatività.
Non sono sicuro che il meteo sia adeguato al tema di oggi, ma il fatto è che in questo weekend voglio invitarti a fotografare l’ombrello.
L’ombrello è un oggetto strano, particolare, un’invenzione molto più recente di quanto non si tenda a pensare. Ci sono molti casi di ombrelli immortalati, anche dai grandi fotografi, quindi perché non provare a cimentarsi?
Ombrello quindi, un accessorio che dobbiamo trasformare in un protagonista, forse anche qui sta la sfida.
Come sempre ti invito poi ad inserire il link alla tua foto in un commento, per condividerla con tutti i lettori del blog.

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