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Stampa e Regime

Stampa e Regime – © Copyright 2013, Pega

Dopo averti tediato con “i tre punti di vista” del precedente post, eccomi con un’altra personale riflessione, che di nuovo coinvolge il magico numero tre ed ancora riguarda i vari modi con cui possiamo cercare di valutare una nostra fotografia. Se vuoi è anche un esperimento che ti invito a fare, con una tua foto, dopo aver provato a seguirmi in questa sconclusionato tentativo di spiegazione.
Il ragionamento parte dal notare che in molte foto interessanti (definizione del tutto soggettiva), si possono rilevare tre elementi chiave. Sono tre elementi estetici dell’immagine che contribuiscono in modo rilevante alla sua capacità di colpire l’attenzione dell’osservatore. Togliendone uno, la foto risulterebbe degradata e molto meno interessante, se non addirittura banale.

Uso come esempio di questa farneticazione la mia foto sopra. E’ un caso molto semplice dove l’uomo col giornale è il primo elemento, la finestra con le sbarre incrociate è il secondo, mentre la lunga ombra che si proietta sul terreno è il terzo. Tutto il resto non contribuisce granché ed è senza dubbio questa la terna chiave chiave della foto. Se eliminassimo uno dei tre elementi, la foto perderebbe gran parte del suo senso.

I tre elementi possono essere qualunque componente dell’immagine, soggetti principali o secondari, dettagli compositivi o aspetti cromatici, come ad esempio un colore, una luce particolare che investe una parete, un riflesso o una forma indistinta visibile attraverso una finestra. Deve essere l’effetto della loro ipotetica eliminazione a farne capire l’importanza.
Nel caso della mia foto, tra i tre elementi chiave è possibile leggere anche una relazione logica, oltre che estetica. E’ un passo ulteriore, non necessario per quello che volevo proporti oggi.

Dissenso generazionale - Copyright 2009 Pega
Dissenso generazionale – Copyright 2009 Pega

Art ain’t easy… but autocritic is way harder…
Come riuscire ad essere un po’ più autocritici?
Ogni tanto torno su questo argomento ed oggi voglio riproporlo, dato che lo trovo sempre valido, specie quando sì tratta di valutare il proprio lavoro fotografico.
È un ragionamento sul valore comunicativo ed emotivo che può avere una fotografia, un processo per dare un giudizio il più possibile “meditato” ed obiettivo sui nostri scatti.
Il fine di questa sorta di “autovalutazione” è quello di cercare di sviluppare un maggiore senso critico per scegliere a quali foto dedicare maggiore attenzione, ed è così che ho provato a raffinare un semplice criterio che si basa sul seguente fondamento: la foto deve essere interessante e “funzionare”, dai tre punti di vista.

Tre pilastri che “sostegono” la foto.

Il primo è il punto di vista del fotografo stesso. Se io non sono soddisfatto della foto è inutile andare avanti. Devo sentire che in qualche modo l’immagine ha per me un significato, mi trasmette qualcosa, insomma “funziona”. Il punto di vista del fotografo, come osservatore del soggetto ripreso, deve essere soddisfatto in termini estetici, tecnici ed emotivi.

Il secondo punto di vista è quello del soggetto ritratto. A qualcuno potrà sembrare un’assurdità, specie nel caso dei soggetti inanimati, ma la mia idea è quella di personificare comunque il soggetto ed immaginarne il suo punto di vista come elemento fotografato. Si dice che in fotografia il fotografo guarda il soggetto attraverso l’obiettivo ma, in realtà, anche il soggetto guarda il fotografo attraverso la stessa lente, ed è tutto qui il secondo pilastro: in qualche modo ci deve essere una reciprocità, una storia sostenibile e percepibile, che renda il punto di vista del soggetto interessante e caratterizzante questo aspetto della foto.

Terzo ed ultimo punto è quello dell’osservatore, del fruitore della foto… del pubblico (anche solo potenziale) insomma.
Dal suo punto di vista l’osservatore finale cosa troverà nella foto? Se la foto ha un senso solo per i primi due elementi di questa analisi ma non per il terzo, la foto non funziona comunque. E’ il caso di scatti che hanno un grande significato emotivo per chi li ha scattati ma nessun messaggio per un estraneo che vede quella foto.

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Esistono sicuramente molti altri modi di approcciare la questione e non nascondo che mi piacerebbe molto conoscere quali processi (coscienti) usano i grandi fotografi o gli editor che selezionano le opere per pubblicazioni o mostre. Quindi, rifacendomi ad un vecchio post, non escluderei che la mia domanda ad un fotografo che stimo, nell’ipotesi provocatoria di poterne fare una soltanto, potrebbe essere proprio: “come valuti il valore artistico e comunicativo di una tua foto”?

FutureselfLa fotografia ferma un momento, dall’istante successivo l’immagine appartiene al passato.
Il rapporto con l’inesorabile scorrere del tempo è una delle chiavi del mezzo fotografico che stimola sempre nuove idee creative. C’è chi si è fatto un selfie al giorno, fino a costruire un video che documenta il passare degli anni sul volto, altri costruiscono le “time capsule” per lasciare tracce ai posteri, c’è poi chi prova a “vedere” nel futuro.
Ed ecco quindi arrivata anche la fotocamera che ti mostra come sarai tra venti anni: il tuo selfie del 2034.
#futureself è un progetto della compagnia telefonica francese Orange che (in cambio di qualche info statistica) ti “regala” la tua faccia invecchiata di un paio di decenni ed anzi va oltre: ti permette di fare due chiacchiere con il tuo io futuro.
Se vuoi correre il rischio di deprimerti osservando i terribili ma plausibili segni dello scorrere del tempo sulla tua faccia e farti un autoritratto temporale, non ti resta che visitare l’apposito sito.
Declino ogni responsabilità!
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Uomo Ragno by Pega

Non hanno ucciso l’Uomo Ragno – Copyright 2012, Pega

Il prossimo Lucca Comics è tra meno di una settimana e sto pensando di tornarci insieme alla fida Zietta Polaroid con una sola cartuccia da dieci esposizioni. Solo dieci foto analogiche istantanee mentre intorno turbineranno migliaia di scatti digitali. Forse cercherò di immortalare qualche supereroe ed è per questo motivo che ti propongo, anche se con una settimana di anticipo rispetto a Lucca, il tema per questo weekend assignment.
Sì, lo so che non è facile, i SUPEREROI non si trovano ad ogni angolo, ma è proprio così, con sfide ardue, che si stimola la creatività 🙂
Se non hai un supereroe disponibile a mettersi in posa, puoi sempre inventarlo, costruire una metafora, fare uno scatto pareidolico o… cercare di acquisire dei superpoteri!
Buon weekend!

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

Usare una macchina grossa, goffa e senza automatismi, rende il processo più faticoso e lento, tutto viene visto sotto una luce diversa e si pensa di più perchè si ha più tempo per pensare. È questo il fascino della Fotografia grande formato: macchine semplici che però richiedono maestria e competenza; strumenti che costringono il fotografo a ragionare e dare massima attenzione alla composizione ed a tutti i dettagli del processo di “costruzione” dell’immagine.
In questo video il fotografo Simon Roberts ci mostra l’uso di una macchina 4×5: dalla preparazione della fotocamera fino alla stampa.
Ho sempre subito il fascino di questo modo di fotografare, adesso ancora di più.
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Voglio riproporre questo interessante video realizzato con immagini provenienti dalla Library of Congress degli Stati Uniti, nel cui sconfinato archivio sono conservati anche gli scatti di un giovanissimo Stanley Kubrick, ai tempi in cui lavorava come fotografo per la rivista Look.

Kubrick venne inviato a Chicago nel 1949 per realizzare un servizio sulla “città dei contrasti” e raccontare attraverso immagini l’atmosfera e la vita della capitale dell’Illinois. Fu un lavoro fotografico di reportage in linea con lo stile di una delle più importanti riviste del tempo. Look, insieme a Life, rappresentava infatti un punto di riferimento assoluto che, con un tipico modo di raccontare luoghi e persone attraverso gli scatti dei suoi inviati, rimane un’icona nella storia della fotografia.

È affascinante tornare ad ammirare questo lavoro di Kubrick, ancora molto giovane ma già così bravo nel cercare e trovare soggetti e spunti sempre significativi. Uno stile che poi ha saputo sviluppare e rendere così personale nella successiva ed assoluta carriera di regista cinematografico.
Buona visione.

Dennis HopperApocalypse Now, capolavoro che Francis Ford Coppola realizzò nel 1979, non è solo un film sulla guerra del Vietnam. Liberamente ispirato al romanzo di Conrad “Cuore di Tenebra” è un’opera complessa ed oscura, la cui folle realizzazione portò attori e troupe vicini ad un drammatico punto di non ritorno; Coppola disse che non era solo un film sul Vietnam, era “il Vietnam stesso”.
Nella storia ad un certo punto appare la figura di un fotoreporter, impersonato dal mitico Dennis Hopper. È un personaggio folle e romantico, che gira con un’infinità di macchine fotografiche al collo, usandole continuamente mentre pare del tutto affascinato dall’oscura ed inquietante personalità del colonnello Kurtz, interpretato dall'”enorme” (in tutti i sensi) Marlon Brando.
Quello di Hopper è un fotoreporter di guerra indimenticabile, che non puoi non ricordare bene, se hai visto il film.
E se non lo hai visto… Che aspetti?!
🙂

Il light painting è divertente, l’ho potuto sperimentare varie volte in prima persona. C’è però un’applicazione di questa tecnica che può essere considerata una frontiera tutta da esplorare: l’animazione.
In rete ho trovato alcuni esempi di cosa si può fare creando sequenze animate basate sul light painting. Si tratta in genere di brevi video realizzati in modo amatoriale e sono rimasto sorpreso dell’assenza di opere più lunghe e complesse, forse semplicemente non le ho trovate o forse siamo solo all’inizio di un possibile nuovo filone creativo ancora inesplorato.
Fare un’animazione con il light painting non è banale ed in ogni caso si tratta di mettersi d’impegno e pianificare una lunga serie di esposizioni finalizzate a creare un video in stop motion.
Sarebbe da provare ma temo sia molto più facile a dirsi…
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Quadrifoglio - culo photography
Non c’è dubbio che la fortuna giochi un ruolo importante nelle nostre vite, conta quindi molto anche in fotografia.
Può capitare di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, di inquadrare a casaccio e beccare per caso una composizione geniale, può succedere che la fortuna ci aiuti a scegliere le corrette impostazioni di tempo/diaframma come un ambo al lotto e che poi guidi il nostro dito a schiacciare il pulsante nell’istante perfetto, quello del “decisive moment”.
Può poi addirittura capitare ciò che si vede sempre più spesso considerare di gran valore: che una macchinetta in plastica, incapace di fare due scatti uguali, introduca qualche macchia o aberrazione, rendendo la foto un colpo unico ed irripetibile.
Può infine capitare di arrivare ad esporre queste “opere”, vederle mostrate come pezzi d’arte e ricevere ottime critiche.

Magari mi sbaglio a riguardo della “culo photography”, ma la mia idea di arte è un’altra. Rimane legata alla capacità che, per esserlo davvero un artista deve avere, di produrre opere frutto della sua visione, della sua volontà e del suo estro oltre che delle sua capacità, anche tecnica, di creare e comunicare.
Magari è talento, oppure un mix di impegno, sudore e magari anche un pizzico di fortuna… Ma bisogna che non sia solo ed esclusivamente culo.
🙂

Videogame war photogroapher
È una storia un po’ inquietante quella di oggi.
Con mezzo mondo praticamente in fiamme, violenze e guerra che insanguinano vaste aree del nostro pianeta, TIME decide di inviare uno dei suoi fotoreporter in un luogo virtuale: un videogame.
Ashley Gilbertson ha un passato da fotoreporter di guerra ed ha lavorato in molte zone calde del pianeta, ma stavolta è stato inviato in uno scenario diverso: l’angosciante ambiente post apocalittico popolato da Zombi di “The Last of Us – Remastered” per PlayStation 4.
Zombie by GilbertsonIl gioco ha una modalità “photo mode” che sembra studiata proprio per scattare immagini di reportage ed Ashley si è impegnato a “sopravvivere il più possibile” cercando di arrivare vivo al livello successivo per poter realizzare qualche buona fotografia.
Un fotografo di TIME che si dedica ad un videogioco è una faccenda che fa un po’ pensare, ma va detto che ha qualcosa di intrigante, specie per chi ha potuto sperimentare in prima persona quanto possano essere realistici e coinvolgenti questi prodotti di intrattenimento che, in qualche caso, sono interi universi (penso a quello di Second Life) che ormai chiamare giochi è forse un po’ riduttivo.
Fotogiornalismo virtuale. Chissà, probabilmente è una nuova frontiera ancora tutta da inventare e scoprire.
Ti invito a leggere l’interessante articolo originale di Gilbertson su TIME, in cui il fotografo riflette anche sul significato della violenza nei videogiochi e dell’influenza che questo ha sul nostro atteggiamento.