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Archive for the ‘Black and White’ Category

Imogen Cunningham

Imogen Cunningham (1883-1976)

C’è un aspetto che accomuna molti grandi fotografi del novecento: una certa longevità.
Da Henri Cartier-Bresson ad Ansel Adams, passando per Imogen Cunningham, Andre Kertesz e tanti altri, si nota che in tanti hanno superato agevolmente gli ottant’anni continuando tranquilli a lavorare fino all’ultimo.
Tutti questi grandi personaggi erano soliti far foto ogni santo giorno, uscendo quotidianamente con la loro fotocamera in cerca di immagini e praticando la Fotografia come una disciplina continua, una sorta di costante sempre presente tutti i giorni della loro vita.
Trovo ci sia qualcosa di significativo in questo. La Fotografia non solo come forma d’arte, come lavoro o professione, ma anche come modo di vivere. La Fotografia come spunto di un costante esercizio fisico e mentale, sempre percorribile in qualunque situazione personale, uno stimolo ad esprimersi ed una ragione per continuare a vivere con passione e scopo. La longevità dei grandi maestri è forse un insegnamento ad essere sempre aperti ed osservatori di ciò che ci circonda, del mondo e della vita che abbiamo intorno.

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Zissou

Zissou, 1911 - Photography by J.H.Lartigue©Ministère de la Culture-France/AAJHL

La perfezione è il nemico numero uno dell’arte. Una volta Salvator Dalì disse “Non aver paura della perfezione, non la raggiungerai mai“.
Capita di incontrare persone di talento per le quali la ricerca della perfezione è tale da distoglierle dal loro vero obiettivo di espressione artistica.
Il perfezionismo va a braccetto con la procrastinazione, l’eccessiva autocritica e la preoccupazione di produrre qualcosa che gli “altri” potrebbero non apprezzare. Un circolo vizioso di insicurezza che può portare a non completare mai nulla.
Ci sono bravi fotografi che, presi in questa sorta di trappola, tengono il loro lavoro chiuso in un cassetto e aspettano che sia “perfetto” senza mai arrivare a pubblicarlo e renderlo visibile. Le motivazioni date sono sempre di natura tecnica, mai artistica, come se la tecnica venisse prima di tutto.
Spesso si sente dire che i grandi artisti sono dei perfezionisti ma forse è proprio questa una delle grandi doti: saper contenere la ricerca di perfezione usando la tecnica in modo da mantenerla non prevalente, impedendo che divenga un ostacolo alla creatività.

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Lato oscuro

Il lato oscuro – Copyright 2013, PEGA

Pensaci un attimo, c’è qualcosa che è costantemente presente nelle nostre fotografie anche se solo a volte percepibile: è l’aria.
A meno che tu non sia un astronauta o un fotografo subacqueo, c’è sempre dell’aria che ti separa dal soggetto e si frappone fra esso e la macchina fotografica, circondando e permeando tutto.
L’aria è spesso invisibile, ma a volte no. Ci sono situazioni in cui è umida o ricca di pulviscolo e ci sono scatti in cui diviene elemento fondamentale della foto, qualcosa caratterizza e diviene un fattore chiave dell’immagine.
È dunque questo il tema per il weekend assignment: una foto all’aria, che parla di aria, in cui si respira o magari si vede aria.
Come al solito ti invito ad interpretare questa idea come meglio credi, lo spirito è sempre quello di coltivare la nostra creatività fotografica condividendone poi il risultato.
Buon divertimento!

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The witness

The Witness – © Copyright 2009 Pega


Continuo sul terreno dell’autocritica e degli strumenti che possiamo usare per autovalutare le nostre fotografie, riproponendoti la questione del secondo punto di interesse.
Viene chiamato in questo modo un soggetto secondario, più o meno defilato, che il fotografo decide di inserire nell’inquadratura.
Il secondo punto di interesse può essere posto ovunque, tipicamente su una delle linee della regola dei terzi, a fuoco o sfuocato, dipende tutto dalle scelte dell’autore, che stabilisce come farlo dialogare o addirittura competere con il soggetto principale.
Piazzare un secondo punto di interesse è una scelta compositiva del tutto artistica: un’aggiunta che, se da un lato arricchisce e può contribuire a completare l’immagine, dall’altro la complica, rischiando di mettere a repentaglio la concentrazione dell’osservatore sul soggetto principale.
Il nostro occhio è naturalmente portato a muoversi nelle immagini ed il passaggio tra primo e secondo punto di interesse è qualcosa che può dare molto ad una fotografia, rafforzando il tema o la prospettiva e facilitando l’osservatore a proiettarci una storia.
La prossima volta che scatti pensa ad un secondo punto di interesse, e perché no, magari ad un terzo? Del resto, visti i post precedenti, è sempre tre il numero perfetto!
🙂

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Stampa e Regime

Stampa e Regime – © Copyright 2013, Pega

Dopo averti tediato con “i tre punti di vista” del precedente post, eccomi con un’altra personale riflessione, che di nuovo coinvolge il magico numero tre ed ancora riguarda i vari modi con cui possiamo cercare di valutare una nostra fotografia. Se vuoi è anche un esperimento che ti invito a fare, con una tua foto, dopo aver provato a seguirmi in questa sconclusionato tentativo di spiegazione.
Il ragionamento parte dal notare che in molte foto interessanti (definizione del tutto soggettiva), si possono rilevare tre elementi chiave. Sono tre elementi estetici dell’immagine che contribuiscono in modo rilevante alla sua capacità di colpire l’attenzione dell’osservatore. Togliendone uno, la foto risulterebbe degradata e molto meno interessante, se non addirittura banale.

Uso come esempio di questa farneticazione la mia foto sopra. E’ un caso molto semplice dove l’uomo col giornale è il primo elemento, la finestra con le sbarre incrociate è il secondo, mentre la lunga ombra che si proietta sul terreno è il terzo. Tutto il resto non contribuisce granché ed è senza dubbio questa la terna chiave chiave della foto. Se eliminassimo uno dei tre elementi, la foto perderebbe gran parte del suo senso.

I tre elementi possono essere qualunque componente dell’immagine, soggetti principali o secondari, dettagli compositivi o aspetti cromatici, come ad esempio un colore, una luce particolare che investe una parete, un riflesso o una forma indistinta visibile attraverso una finestra. Deve essere l’effetto della loro ipotetica eliminazione a farne capire l’importanza.
Nel caso della mia foto, tra i tre elementi chiave è possibile leggere anche una relazione logica, oltre che estetica. E’ un passo ulteriore, non necessario per quello che volevo proporti oggi.

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Voglio riproporre questo interessante video realizzato con immagini provenienti dalla Library of Congress degli Stati Uniti, nel cui sconfinato archivio sono conservati anche gli scatti di un giovanissimo Stanley Kubrick, ai tempi in cui lavorava come fotografo per la rivista Look.

Kubrick venne inviato a Chicago nel 1949 per realizzare un servizio sulla “città dei contrasti” e raccontare attraverso immagini l’atmosfera e la vita della capitale dell’Illinois. Fu un lavoro fotografico di reportage in linea con lo stile di una delle più importanti riviste del tempo. Look, insieme a Life, rappresentava infatti un punto di riferimento assoluto che, con un tipico modo di raccontare luoghi e persone attraverso gli scatti dei suoi inviati, rimane un’icona nella storia della fotografia.

È affascinante tornare ad ammirare questo lavoro di Kubrick, ancora molto giovane ma già così bravo nel cercare e trovare soggetti e spunti sempre significativi. Uno stile che poi ha saputo sviluppare e rendere così personale nella successiva ed assoluta carriera di regista cinematografico.
Buona visione.

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Vertigine by Pega

Vertigine – © Copyright 2013, Pega

Spesso fotografo le scale, ne sono affascinato.
La scala è un simbolo forte, una metafora. Rappresenta la possibilità di superare un dislivello, anche molto grande, affrontandolo dividendolo in piccoli passaggi, è l’immagine del legame o percorso che unisce due punti ad altezze diverse ed è uno dei più antichi prodotti dell’ingegno umano, sostanzialmente inalterato da millenni.
Ma la scala è anche un magnifico soggetto fotografico, intrinsecamente caratterizzato da geometrie e chiaroscuri.
Ecco l’assignment per questo fine settimana, facile ma anche stimolante: le scale.
Non credo ci sia bisogno di dire altro, lo scopo è sempre lo stesso: cogliere l’occasione di un tema assegnato per provare a realizzare qualche scatto creativo, magari spingendosi poi fino a condividerne qui il prodotto. Sei il benvenuto.
Buon fine settimana!

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Seascape BU Pega

Seascape – © Copyright 2012 Pega

Trovi il soggetto giusto, magari un bel paesaggio oppure una scena con cose e persone, prepari il treppiede, piazzi la fotocamera ed inizi a valutare inquadratura e composizione. Hai in testa di fare una lunga esposizione, qualcosa tipo almeno mezzo secondo, ma anche più, così le presenze umane si trasformeranno in strani fantasmi, le cose in movimento disegneranno strane scie e l’acqua assumerà un aspetto strano e fiabesco…
È questo il fascino della fotografia long-exp: divertente ed un po’ meditativa.
Ma spesso c’è un dettaglio di cui tener conto: la luce. Se vuoi fare una lunga esposizione in condizioni diurne è probabile che ce ne sia troppa, anche con diaframma tutto chiuso e tempi minimi.
E allora, in attesa che i produttori di macchine fotografiche si decidano ad integrare una funzione di riduzione della sensibilità nelle caratteristiche della fotocamera (non ci vorrebbe poi molto), ecco che ci vengono in aiuto i filtri Neutral Density (ND).
I filtri ND esistono dagli albori della fotografia e si trovano tutt’ora facilmente in commercio perché il loro effetto non sempre è ottenibile in postproduzione dato che consentono di abbattere la luminosità che arriva nell’ottica senza alterare troppo la qualità dell’immagine. Si possono trovare filtri che tolgono due, quattro, ma anche otto o più stop di esposizione. Ne esistono anche di graduali, molto utili nel caso ci si trovi con soggetti a forte differenza di luminosità come succede spesso con cielo e panorama.
Gli ND sono tipicamente impilabili in modo da moltiplicare l’effetto montando davanti all’obiettivo più filtri sovrapposti.
Provaci, è interessante. Basta solo un po’ di attenzione al bilanciamento del bianco ed ai riflessi in caso di controluce.
Intanto, se non conosci bene questa specialità, ti consiglio di dare un’occhiata a questo video in cui Gavin Hoey spiega come si fa, portando anche alcuni esempi di impostazione tempo/diaframma.
Buon divertimento!

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Proprio in questi giorni ricorre l’anniversario della morte di James Dean, un’icona del novecento ormai un po’ dimenticata ma sempre affascinante. Questa sua famosa immagine fu realizzata nel 1955 in Times Square da Dennis Stock, fotografo personale di Dean e membro dell’agenzia Magnum.
L’attore cammina nella pioggia, sigaretta in bocca, i chiaroscuri della New York degli anni cinquanta sono espressi in modo magistrale con un bianco e nero stupendo, impreziosito dall’atmosfera nebbiosa. Una foto emblematica che è stata definita come “L’indimenticabile immagine di James Dean, curvo nel suo soprabito scuro, come quasi avesse il peso di una intera generazione sulle spalle.
Un grande scatto, un gran soggetto, composizione perfetta, atmosfera ideale… o forse… quasi.
Non tutti sanno, in particolare non lo sanno i tanti profeti del “Io la postproduzione mai“, che in realtà ben prima dell’avvento del digitale, tutti i grandi fotografi lavoravano insieme ad una figura che era in pratica la loro metà: lo stampatore.
Come nel caso che citavo in un vecchio post, anche qui la foto famosa beneficiò del lavoro di colui che spesso restava nell’ombra, in questo caso Pablo Inirio, uno dei più grandi maestri di camera oscura della storia della fotografia.
Ecco qui sotto il bozzetto con le istruzioni di stampa, un trattamento che adesso possiamo facilmente fare su Photoshop o deleghiamo agli automatismi elettronici della nostra fotocamera (quando scattiamo in jpg). Con la pellicola ci voleva gran manualità ed esperienza, così si lavorava prima dell’avvento del digitale. Un bel documento per chi spesso discute sul tema della postproduzione, che fa capire come la questione stia tutta nel gusto e nella misura, non nel principio o nella tecnica.
Pensaci la prossima volta che giudichi i tuoi scatti senza prima averli “processati”.

James Dean by Dennis Stock - Printing notations by Pablo Inirio

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Benz Thanachart

© Copyright Benz Thanachart

Lo spunto per il compito fotografico assegnato questo fine settimana nasce da uno scatto del fotografo Thailandese Benz Thanachart. Fa parte del progetto “Surprised Reaction” dedicato alle reazioni umane che Benz ottiene urlando qualcosa di sconclusionato agli ignari passeggeri della metro.
Ed è proprio il tema della sorpresa che ti propongo di esplorare in questo ennesimo weekend assignment.
Aggiungo solo una precisazione: la reazione che ti sto invitando ad immortalare non è detto che debba essere solo di persone ritratte. Sorpresa può anche essere quella indotta nell’osservatore oppure quella provata dal fotografo al momento dello scatto. La fotografia non sempre parla di ciò che si vede nell’immagine.
Insomma, come al solito ti lascio libera interpretazione dell’assignment; fai come più ti piace, l’idea di fondo è sempre la stessa: nutrire la nostra creatività fotografica e poi, eventualmente, condividerne qui il prodotto mettendo il link in un commento.
Buon divertimento!

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