Feeds:
Articoli
Commenti

Stampa e Regime

Stampa e Regime – © Copyright 2013, Pega


Forse è davvero il tre il numero perfetto, specie in fotografia. E’ un numero che ricorre continuamente, sia dal punto di vista tecnico che artistico. Dal frazionamento in terzi degli stop alle regole di composizione, il tre è una costante millenaria sempre valida.
Se segui questo blog potrebbe esserti capitato di imbatterti in un vecchio refrain a proposito dei “tre punti di vista“, oppure in qualche altra farneticazione che oggi vado a riproporti.
Eccoti quindi una personale riflessione, che di nuovo coinvolge il magico numero tre e riguarda i tanti modi con cui possiamo provare a leggere e valutare una fotografia. Può essere anche un esperimento da fare con una propria foto, dopo aver provato a seguirmi in questo sconclusionato tentativo di spiegazione.
Il ragionamento parte dal notare che in molte foto interessanti (definizione del tutto soggettiva), si possono rilevare tre elementi chiave. Sono tre elementi estetici dell’immagine che contribuiscono in modo significativo alla sua capacità di colpire l’attenzione dell’osservatore. Togliendone uno, la foto risulta degradata e meno interessante, se non addirittura banale.

Uso come esempio di questa farneticazione la mia foto sopra. E’ un caso molto semplice dove l’uomo col giornale è il primo elemento, la finestra con le sbarre incrociate è il secondo, mentre la lunga ombra che si proietta sul terreno è il terzo. Tutto il resto non contribuisce granché, è senza dubbio questa la terna chiave della foto. Se eliminassimo uno dei tre elementi, la foto perderebbe gran parte del suo senso.

I tre elementi possono essere qualunque componente dell’immagine, soggetti principali o secondari, dettagli compositivi o aspetti cromatici, come ad esempio un colore, una luce particolare che investe una parete, un riflesso o una forma indistinta visibile attraverso una finestra. Deve essere l’effetto della loro ipotetica eliminazione a farne capire l’importanza.
Nel caso della mia foto, tra i tre elementi chiave è possibile leggere anche una relazione logica, oltre che estetica. E’ un passo ulteriore, non necessario per quello che volevo proporti oggi.

The Last Sentoshi movieL’intreccio tra cinema e fotografia mi intriga sempre e già mi è capitato di citare film in cui le due arti si incrociano; è stato così per “Smoke“, “La finestra sul cortile“, “Memento” ed altri, tutte pellicole abbastanza famose. Oggi invece colgo l’occasione di tornare sull’argomento con qualcosa di diverso, forse un tantino trash, ma al contempo forse anche da veri intenditori 🙂
Si tratta del cortometraggio “The Last Sentoshi”, la folle opera del fotografo giapponese Irwin Wong che parla di una ragazza supereroe che si serve di potenti flash per sconfiggere oscuri nemici.
“Sen” significa flash mentre “toshi” vuol dire guerriero e non voglio anticiparti niente della storia, posso solo dire che potrebbe diventare un cult per gli appassionati di chicche giapponesi a basso costo. Il film è stato infatti girato in pochi giorni con mezzi molto limitati, supportato solo in parte dalla Nissin Digital, azienda che ovviamente produce flash, il cui marchio appare solo per un istante durante una scena.
Insomma, non so se considererai “The Last Sentoshi” un capolavoro o una porcheria, in ogni caso ti propongo i link sia al trailer che all’intera opera sottotitolata.
Buona visione!
🙂
[Trailer]
.
[Full movie – The Last Sentoshi]

Oliviero Toscani - © Copyright 2015, Pega

Oliviero Toscani – Copyright 2015, Pega

Per questo weekend ti propongo un tema che non riguarda il cosa o il come, ma il modo in cui il fotografo opera.
La questione di chiedere ed ottenere il consenso da parte delle persone che immortaliamo, o anche di chi gestisce i luoghi che vogliamo rendere oggetto delle nostre attenzioni fotografiche, è un argomento che mi sta a cuore. Il tema che ti propongo per questo fine settimana è quindi: scattare chiedendo il permesso.
Siamo abituati a vagare con le nostre fotocamere o smartphone, fotografare ogni cosa e divertirci con le immagini, ma siamo sempre sicuri che i nostri soggetti siano d’accordo con questa visione? Li stiamo rispettando?
Personalmente sono convinto che sia molto importante comunicare al soggetto le nostre intenzioni e, sebbene non la trovi mai una cosa facile, temo si tratti di una sorta di obbligo. Non parlo di autorizzazioni o model release firmati, in molti casi basta anche solo un cenno o un gesto di intesa.
E’ vero, molti sostengono che questa visione penalizza la spontaneità di certi scatti ma è pure vero che il consenso si può anche chiedere dopo, ed è una cosa che nell’era dei social e della condivisione globale delle immagini, potrebbe rappresentare un indispensabile parametro di educazione.
Insomma ci stai a fare qualche foto chiedendo il permesso in questo questo weekend? Facendolo di proposito, come esercizio insomma? Se ti va, ti invito poi a condividere qui il link al tuo scatto “acconsentito”.
Buon fine settimana!

—————————————————–

Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

La Dirkon (reloaded)

dirkonVuoi andare controcorrente? Rifiutare costose ottiche e raffinata elettronica? Vuoi infischiartene dei megapixel?
Ecco qua: niente sensore, niente elettronica, niente parti meccaniche, niente ottica… costo praticamente zero, basta solo un po’ di carta ed una discreta dose di pazienza: la Dirkon è davvero una fotocamera fuori dal coro.
Nata alla fine degli anni ’70 sulle pagine di una rivista dell’allora Cecoslovacchia, è una macchina stenopeica fai-da-te realizzabile interamente in cartoncino.
Puoi stampare il progetto (qui sotto), ritagliare ed incollare le parti ed avrai una fotocamera pinhole utilizzabile con normale pellicola 35mm.
Forse sarebbe anche bello organizzare un evento in cui trovarci tra appassionati e provare a realizzarne una a testa per vedere come ce la caviamo… Chissà…

Dirkon progetto

Puoi trovare altre informazioni ed istruzioni per la realizzazione sul sito www.pinhole.cz
La Dirkon non è l’unica fotocamera stenopeica in cartoncino. Una sua “concorrente” è la Rubicon, leggermente più complessa e sofisticata, probabilmente più efficace, che puoi assemblare partendo da un PDF con piani ed istruzioni, scaricabile gratuitamente qui.
Buon divertimento!

Il fisiogramma

Fisiogramma – © Copyright 2012 Pega

La macchina fotografica appoggiata a terra, l’obiettivo che guarda in alto, l’otturatore aperto per una lunga esposizione. Sopra, al buio, una piccola luce oscilla appesa ad un filo e crea un’immagine ricca di fascino: il fisiogramma.
I fisiogrammi erano già noti nell’ottocento e furono ampiamente studiati da scienziati impegnati nella descrizione di fenomeni fisici e matematici.
Hai mai provato a realizzare una foto di questo tipo? E’ un esercizio di light painting molto più semplice di quel che potrebbe sembrare e per questo ti invito a provarci.
Si può giocare con diversi tipi di luce, sfruttando lampadine colorate o lampeggianti, cercando di imprimere movimenti oscillatori e giocando con qualche idea creativa.
Ad esempio si può variare il setup attorcigliando il filo, inquadrando obliquamente o anche rivoluzionando tutto facendo oscillare anche la fotocamera. Le possibilità sono infinite.
Buon divertimento.

Samuele Beckett

Samuel Beckett – © Copyright Jane Bown, 1976


Oggi voglio riproporti la storia di questa foto del 1976 e dell’inviata dell’Observer, Jane Bown, che era stata incaricata di fotografare Samuel Beckett mentre dirigeva uno spettacolo alla Royal Court.
Il drammaturgo e premio Nobel irlandese era noto per la sua riluttanza ad essere ritratto e già altri fotografi avevano tribolato nel tentativo di immortalarlo adeguatamente.
Beckett le disse che acconsentiva a farsi fare una foto ma lasciò la Bown in attesa per ore dietro le quinte, finchè un assistente le porse un foglietto con scritto che Beckett aveva cambiato idea e che non se ne faceva di niente.
La fotografa si sentì ribollire il sangue ma non si perse d’animo. Lo attese fino alla fine dei lavori e poi gli si presentò davanti all’improvviso, alla porta di servizio da cui Beckett stava uscendo. Gli promise di fare solo tre scatti veloci, lui gliene concesse cinque.
A volte la tenacia premia, eccome.

Situation awareness

squalo dietroLa situation awarness è la “consapevolezza della situazione che ci circonda”.
Si tratta di un tratto istintivo e naturale che tutti gli animali conservano come elemento vitale per la sopravvivenza, ma che nell’uomo tende ad assopirsi.
Ad esempio, ti è mai capitato di fare qualcosa senza accorgerti di dettagli o presenze che ti avrebbero fatto agire diversamente? Per esempio fare un passo indietro ed urtare involontariamente una persona?
La percezione e la consapevolezza degli elementi di spaziotempo in cui ci troviamo, in particolare di ciò che sta succedendo nelle nostre immediate vicinanze, insieme alla comprensione dei cambiamenti in atto o che o avverranno, è vitale in molte discipline e la fotografia non fa eccezione.
Non fare come la fotografa del video qui sotto: coltiva la tua situation awarness!
🙂

.
Lacking or inadequate situation awareness has been identified as one of the primary factors in accidents attributed to human error.
[Fonte: NTSB]

Buzz Aldrin
Appena letta la notizia del Project Apollo Archive, l’iniziativa con cui la NASA ha inserito su Flickr oltre ottomila immagini delle missioni spaziali del periodo Apollo, mi sono subito precipitato a sguazzarci dentro.
Sono fotografie bellissime, originariamente realizzate con la mitica Hasselblad 500EL con ottica Zeiss Planar 80mm e digitalizzate ad alta risoluzione attraverso un lungo lavoro durato dieci anni.
Tra i primi rullini che ho scelto di gustarmi (sì, perché le foto sono state diligentemente raccolte secondo l’ordine dei “magazine” effettivamente usati) ci sono stati quelli della mitica missione Apollo 11, l’impresa che nel 1969 segnò lo sbarco sulla Luna.
Tra gli scatti più belli ho trovato un ritratto. E’ un’immagine di Buzz Aldrin, l’astronauta che insieme a Neil Armstrong scese sul suolo lunare.
All’interno di una composizione che già di per sé risulta affascinante, con quel triangolo di luce spaziale alle spalle, Aldrin è ripreso in una posa naturale, forse sorpreso dal collega che si era appostato per fargli una foto.
Osservando la sua espressione non è difficile scoprire una miscela di emozioni. C’è serenità mista ad apprensione, forte senso di fiducia in sé stesso ma anche fatalismo, il tutto condito dalla consapevolezza di una grande preparazione affrontata e condivisa insieme ai compagni di viaggio che, non dimentichiamolo, erano tutti di estrazione militare.
E’ uno scatto che dice molto su chi fossero quegli uomini e cosa siano state quelle missioni, ed assume per questo un grandissimo valore fotografico, visto che è pure realizzata con maestria.
Grazie NASA per averla condivisa 🙂

Perfect Imperfection

Perfect Imperfections – © Copyright 2012 Pega

Oggi ti ripropongo alcune considerazioni che mi furono suggerite dalle tante visite ad un vecchio post in cui proponevo il documentario sui fotografi del National Geographic. Il contatore schizzò a livelli senza precedenti e, sebbene il video fosse molto bello ed interessante, non mi pareva che giustificasse il fenomeno. L’idea che mi feci, e che ad oggi mi convince, è che tutto ruoti intorno a quell’insieme di parole che scrissi nel post e che Google rapidamente indicizzò; le “keywords” insomma.
In questo caso le parole chiave sono forse il veicolo di contatti e visite sul post ma poi ho pensato che possono anche essere un modo per osservare e descrivere in modo diverso le nostre foto. Un modo sintetico ma allo stesso tempo profondo.
E’ un concetto su cui ti propongo un esperimento: prova a prendere una tua fotografia e ad associarci almeno una ventina di parole chiave. Fallo in modo libero e creativo, alla ricerca di concetti, emozioni ed elementi interessanti, anche “laterali”. L’obiettivo non è tanto quello di descriverla ad un motore di ricerca, quanto piuttosto analizzarla ed approfondirla, magari osservandola in un modo diverso da come ti è capitato di fare in precedenza.
Io intanto ci provo con la mia Perfect Imperfections (sopra):

Torre, cannone, lancio, spazio, proiettile, canna, rompifiamma, speranza, dal fondo del pozzo, prigione, aria, guardare in alto, umidità, la libertà è fuori, sogno, volare, rami, copriranno, luce, pioggia, sole, buio, luce, freddo, solitudine, eco, rimbombo, bagliore, rifugio, silenzio, ombre.

🙂

Pega's backpack

Lo zainetto di Mary Poppins – © Copyright 2013, Pega

Sarà perché in questo fine settimana parteciperò ad una photowalk e quindi avrò una bella occasione per sbirciare con cosa portano l’attrezzatura gli amici, il fatto è che il tema mi incuriosisce da sempre, ed è questo che voglio proporti per l’assignment di oggi: la borsa dell’amico fotografo.
Che sia uno zainetto, una borsa, o qualsiasi altro contenitore, si tratta di un tema semplice ed anche sociale. Niente di concettuale stavolta, solo la pura e semplice realtà che accompagna ogni appassionato di fotografia.
Per questo esercizio, che di fatto è uno still life, ti puoi sbizzarrire con location, sfondi o altro, ma la mia proposta è di cercare una composizione che includa anche i tanti accessori che, in genere, popolano tasche ed anfratti delle borse fotografiche.
Con le loro peculiarità, i contenitori con cui portiamo la nostra attrezzatura sono un soggetto di tutto rispetto, che incuriosisce e dice molto sul loro proprietario.
In questo weekend cerca dunque una “vittima” a cui chiedere la collaborazione per immortalarne borsa ed accessori. Dopo, se ti va, posta la tua foto in un commento, magari con qualche dettaglio su soggetto e contenuto. Sarà divertente.

—————————————————–

Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.