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Chance Meeting

Chance Meeting – © Copyright Duane Michals

È passato un bel po’ di tempo da quando vidi per la prima volta alcuni scatti di Duane Michals guardando le immagini che accompagnavano l’album “Sincronicity” dei Police.  Me ne andai subito a cercare chi fosse il fotografo e da allora solo raramente ho di nuovo incontrato le sue foto ma ogni volta che succede rimango sempre colpito.

Michals propone un tipo di fotografia che pare quasi antitetica rispetto ai grandi maestri dell'”attimo decisivo”. Il suo stile tende a dilatare il momento e a descrivere un breve lasso di tempo attraverso una serie di fotogrammi realizzati in sequenza.
Ne è un esempio il lavoro sopra intitolato Chance Meeting, una serie di fotografie che mostra due uomini che si incrociano per strada. È un’idea che trovo molto interessante per come spinge l’osservatore a proiettarci una storia, anzi più di una.
Michals ha realizzato molte di queste sequenze fotografiche, a volte costruendole a volte catturandole, comunque proponendo ogni volta diverse chiavi di lettura che possono andare dall’umorismo alla sensazione di inquietudine.
È un filone creativo che trovo davvero stimolante e che spinge a provarci con proprie storie e idee. Io, per il momento, non sono mai riuscito a realizzare niente di decente in tema di sequenze ma non mi do per vinto ed é per questo che ogni tanto torno a parlare di Michals.
🙂

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Nella mia personale “Hall of Fame” dei grandi fotografi ce n’è uno che ammiro per la capacità di trasmettere sensazioni contrastanti che fa affiorare un senso di inquietudine e di ineluttabilità. Si tratta di Wynn Bullock.
E’ un nome che non ha bisogno di tante presentazioni, un maestro della fotografia degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, tra l’altro grande amico del mitico Edward Weston.
C’è una questione su cui mi trovo sempre a riflettere quando vedo uno scatto di Bullock, ed è la relatività del linguaggio simbolico ed alla sua dipendenza dalla cultura del luogo ma soprattutto del tempo in cui l’opera è realizzata.
Da sempre esistono simboli nelle opere artistiche, sono elementi tipici del periodo, immediatamente riconoscibili ed interpretabili dall’osservatore, a patto che questi li sappia cogliere. Ma ciò è garantito solo se chi guarda la foto appartiene alla stessa sfera culturale dell’autore e magari ne è contemporaneo.
Se l’osservatore è distante nel tempo, questi simboli possono perdere di significato, in qualche caso possono dare un messaggio diverso, anche di molto.
C’è una foto di Bullock che, nonostante sia relativamente recente, esprime fortemente questo divario simbolico ed è “Child in the forest” del 1951.

WynnBullock_child

Child in the forest – © Copyright 1951 Wynn Bullock

La foto ritrae una bambina (che poi era la figlioletta di Bullock) nuda distesa su un manto di foglie in una sorta di piccola radura nella  foresta. La luce è molto particolare e la resa del bianco e nero ne fa uno scatto che lascia il segno.
Non nascondo che la prima volta che ho visto questa foto ho subito pensato alla terribile scena di un crimine. So di condividere questa sensazione con molte persone, ma quel che è certo è che Bullock non voleva dare questo tipo di messaggio.
Negli anni ’50 questa foto non trasmetteva questo senso di inquietudine profonda, legata ad alcune terribili involuzioni che la nostra società ha avuto negli ultimi decenni.
Bullock scattava questo tipo di foto nel bosco subito dietro alla sua casa in California ed in questa come in altre opere, dove magari insieme alla bambina è presente anche la madre, l’idea era di una ricerca di uno stile metafisico volto a creare immagini che portassero l’osservatore in una dimensione quasi spirituale. Voleva essere uno stimolo alla riflessione, alla meditazione sul senso della vita, dell’amore e della morte. Una ricerca che portò a Bullock l’ammirazione ed il rispetto di colleghi artisti e critica.

Questo fenomeno del cambiamento di sensazioni che si traggono da un’immagine è una questione piuttosto complicata e difficile da sviscerare in un post, ma rimane il fatto che in soli cinquanta anni i simboli usati da Wynn Bullock hanno cambiato completamente significato. Oggi trasmettono all’osservatore tutto un altro messaggio, in un modo che appare quasi inequivocabile.
Che dire: chissà cosa vedranno i nostri posteri tra cinquanta o cento anni in alcune delle nostre foto…

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The Rescued film project
Il Rescued Film Project è un archivio online di immagini da pellicole reperite ancora non sviluppate. Il lavoro è portato avanti con grande dedizione da un gruppo di volontari che raccoglie rotolini provenienti da tutto il mondo e da periodi che vanno dagli anni trenta fino alla fine del secolo scorso.
L’idea alla base di questo progetto è affascinante: ogni immagine “recuperata” è, in effetti, come se fosse appena nata. Per qualche motivo l’autore non l’ha mai vista sebbene l’abbia scattata. Sono momenti che non hanno mai fatto parte di album di famiglia o pubblicazioni, queste immagini non sono mai state stampate, incorniciate ed appese; sono rimaste latenti nel buio del rullino non sviluppato e solo oggi vengono alla luce.
Nel fascinoso video che ti propongo sotto, è raccontata l’esperienza di recupero di ben trentuno rullini esposti da un soldato della seconda guerra mondiale e mai sviluppati finora. Processare e poter vedere per la prima volta queste immagini è una sfida decisamente emozionate.
Buona visione.


La pellicola è un prodotto destinato a degradarsi col tempo. I ragazzi del Rescued Film Project sono decisi a salvare tutto il materiale possibile ed accettano supporto di ogni tipo.
Riconosci qualcuno nelle immagini? Qualche luogo? Vuoi fare una donazione al progetto? Scrivi a info@rescuedfilm.com o visita www.rescuedfilm.com

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Eiffel cantiereSì, lo sai che che vado pazzo per i timelapse, ma stavolta ne ho pescato uno davvero speciale. A dire il vero non si tratta nemmeno di un vero timelapse dato che non è una sequenza animata; ma poco importa, il senso è quello. Quella che vedi sopra è la serie di scatti che documenta la progressione nel tempo della costruzione della Torre Eiffel.
Nel 1887 Eiffel decise di documentare la nascita del suo monumento ed ingaggiò un fotografo di nome Edouard Durandelle. Questi piazzò il suo treppiede nei pressi del cantiere e, ad intervalli regolari, immortalò il procedere dei lavori durante il periodo in cui la torre fu costruita ovvero dal 10 agosto del 1887 al 12 marzo del 1889.
Si tratta di un esempio storico, primordiale, di documentazione sequenziale, molto significativo per comprendere il valore che le immagini stavano iniziando ad avere nella narrazione storica. Eiffel lo aveva capito ed anche in questo si dimostrò un innovatore se non addirittura un grande inventore.
Pensa in quanti altri casi del passato la costruzione di un’opera avrebbe potuto essere documentata in questo modo. Non è una questione tecnologica, non c’è effettivamente bisogno della fotografia, sarebbe andato bene anche un bravo disegnatore o un pittore. Una sequenza così la potevano fare anche gli antichi Romani, i Greci, gli Egizi. Oggi potremmo avere la sequenza della costruzione della Piramide di Giza o quella del Colosseo.

Adieu Mon Amour by Pega

Adieu mon Amour – Copyright 2013, Pega

E’ una questione concettuale, di grande portata.
Alla luce dell’uso universale che oggi facciamo delle immagini la si potrebbe considerare un’invenzione assoluta, al livello di quella della ruota o del profilo alare. Del resto anche queste avrebbero potuto accadere in epoche diverse, data la loro natura concettuale, non tecnologica; ma qui si apre un tema sconfinato, che va ben oltre le mie possibilità…
Comunque sia, Edouard Durandelle rimane nella storia della Fotografia ma non nel suo olimpo. E’ una figura secondaria, forse non abbastanza apprezzata.
Ed io a questo fotografo poco conosciuto che però ha contribuito così tanto al progresso comunicativo dell’umanità, dedico oggi un mio scatto, realizzato qualche tempo fa proprio nei pressi della Torre Eiffel.

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Ascesi - Pega

Ascesi – © Copyright 2012 Pega

Eccomi a proporti una nuova missione fotografica per provare qualche “scatto a tema” nel weekend.
Se ogni tanto leggi questo blog, sai della mia convinzione a questo proposito e di quanto il “compito assegnato” possa non solo risultare divertente, ma anche dare interessanti spunti creativi. Aggiungiamo poi la condivisione con gli altri ed ecco il “weekend assignment” che, a settimane alterne, trovi qui dove… la Fotografia è una scusa.
Il tema di oggi è una sfida atavica, una questione che risale a ben prima che il nostro mezzo fotografico fosse inventato ma che è ancora attuale quando si parla di immagini a due dimensioni. E’ la sfida di riportare la realtà tridimensionale sul piano, mantenendone il significato volumetrico per l’osservatore; in pratica si parla di prospettiva.
Puoi ispirarti ai maestri dell’antichità o lavorare seguendo idee più moderne, in ogni caso l’invito è a giocare con le geometrie e cercare di esaltare gli aspetti prospettici in qualche tuo scatto, sfruttando ciò che hai a disposizione sia come soggetti che attrezzatura.
Interpreta come più ti piace questo assignment e nel weekend prova a cercare le tue “vie di fuga” poi, se vuoi, mostraci il tuo lavoro. Condividere con gli altri lettori del blog è divertente e può portare nuovi ed inaspettati ammiratori a conoscerti. Ricorda: le foto che non saranno mai apprezzate dagli altri sono quelle che lascerai nel cassetto 🙂
Buon divertimento!
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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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Lab-Box by ars-imagoChi l’avrebbe mai detto che un giorno il sogno avrebbe potuto avverarsi e permettere a chiunque di divertirsi con la pellicola in un modo così semplice. Grazie all’iniziativa di ars-imago, ragazzi italiani appassionati di fotografia analogica con tanto di negozio fisico a Roma, la pellicola potrebbe vedere davvero una nuova giovinezza e non rimanere un pur promettente settore di nicchia.
La loro idea è la Lab-Box, un progetto su Kickstarter che propone la possibilità di sviluppare autonomamente i rullini senza bisogno di chiudersi in una vera camera oscura.
Come funziona? Semplice: la Lab-Box è una scatola progettata per accogliere la pellicola esposta e processarla con il metodo di sviluppo che si vuole. E’ possibile sviluppare rullini 35mm o 120 usando la normale sequenza di reagenti, oppure un processo a bagno unico (Monobath), o anche sistemi più esotici come il Caffenol.
Tutta la lavorazione avviene nel contenitore a tenuta stagna e luce, che diviene quindi una vera e propria microcamera oscura portatile che può essere usata ovunque. Il risultato è un negativo normalmente sviluppato e pronto per essere scansionato o stampato alla vecchia maniera.
Non è una cosa fantastica?
Beh, per me sì! Ho infatti appena sottoscritto la mia quota per avere una delle prime Lab-Box che, se la campagna Kickstarter si completerà con successo, arriveranno verso settembre.

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Nobuyoshi ArakiNobuyoshi Araki o lo ami o lo odi. È forse il fotografo giapponese vivente più noto ma anche più discusso e controverso.
Oggi ti presento una sua intervista, in cui descrive il suo approccio tutt’altro che perfezionista, sempre alla ricerca dell’unicità di momenti particolari, da catturare nel singolo istante in cui si propongono.
Eccolo qui dunque il “Photo Devil”, come lui si descrive.
Goditelo in giapponese (ma sottotitolato eh!)
🙂

Se il link sopra non funziona, prova questo: –> Araki

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Polaroid 250

Polaroid Automatic 250 – Copyright 2013 Pega

Un vecchio detto recita che “la meraviglia è figlia dell’ignoranza e madre del sapere“. Ci penso spesso quando sento le esclamazioni che accompagnano lo svelarsi di una stampa Polaroid poco dopo lo scatto.
È vero che il digitale ci ha portato un’immediatezza senza precedenti, eppure le immagini che siamo abituati a vedere subito sul piccolo display della fotocamera digitale, mancano di qualcosa: sono come incomplete, immateriali, non “maneggiabili”.
La fotografia stampata, quel piccolo oggetto che puoi tenere tra le dita, avvicinare, annusare, appendere o passare ad un’altra persona, continua ad essere qualcosa di differente, delicato e prezioso, anche nell’era digitale.
Nonostante esistano da tempo piccole stampanti digitali portatili, nessuno le usa ed in genere sono state dei flop commerciali. E così capita che lo “sbucciare” un’istantanea fatta con la vecchia Zietta Polaroid, divenga un piccolo evento, un’esperienza che molti nativi digitali hanno solo sentito raccontare.
“Così veloce?”, “come funziona?”, “ma è bellissima!”, “dentro c’è una stampante ad inchiostro?”, “davvero esistono ancora?”, il repertorio è lunghissimo.
La Polaroid, con la sua totale immediatezza, continua a rappresentare una cosa a sé, quasi una tecnologia ferma in una bolla temporale e culturale. Ed in qualche caso è bello sentirsi raccontare gli sforzi fatti per entrare in possesso ed imparare a conoscere queste meravigliose macchinette, dopo averne vista una all’opera ed essersene innamorati.
🙂

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HarvardViviamo in un’epoca straordinaria, nel bene e nel male: da un lato problemi a non finire come guerre, ingiustizie e disastri, dall’altro un universo di opportunità e possibilità che solo pochi anni fa erano impensabili.
Tra le tante eccotene una piccola ma significativa, un sogno nel cassetto che avevo da tempi remoti, quando avrei fatto carte false per frequentare un corso di fotografia in una prestigiosa università internazionale.
Ed oggi eccolo qui, gratis.
L’Università di Harvard ha messo on line, disponibile a tutti sulla sua piattaforma di e-learning “Alison”, un intero corso di fotografia: tredici moduli che chiunque può seguire in tutta comodità ed al ritmo più congeniale.

Harvard photography course

C’è tutto, compreso un tredicesimo modulo con i test di verifica.
La durata stimata per uno studente medio e di 10/15 ore.
Ecco la descrizione del corso:

Digital photography technology is continually changing, however, the principles behind good photography don’t. ALISON’s free online photo course gives you the opportunity to gain extensive knowledge and understanding of digital photography including topics such as exposure settings, how to read and use the histogram, how light affects a photograph, how the camera sensor and lenses work, and how to process a photograph using computer software. You will also learn tips and techniques on what not to do when taking a photograph.

Puoi dare un’occhiata o iniziarlo, anche subito, a questo indirizzo.
Buon divertimento!

AGGIORNAMENTO: Il corso pare non essere attualmente disponibile. Puoi trovare una valida alternativa in quest’altro corso completo pubblicato da Marc Levoy, professore a Stanford.
🙂

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lino-manfrotto_160E’ di qualche giorno fa la notizia della morte di Lino Manfrotto, il padre del moderno treppiede fotografico, l’accessorio che aanche nell’era digitale rimane vivo e vegeto, spesso simboleggiando in modo diretto la Fotografia professionale.
Erano gli anni ’60 e Lino Manfrotto, fotoreporter per Il Gazzettino ed Il Giornale di Vicenza, conviveva con gli ingombri e la pesantezza delle attrezzature del tempo. Come tutti i suoi colleghi apprezzava lo sviluppo che avevano avuto le componenti elettriche ed elettroniche, come i flash e gli illuminatori al quarzo, ma si chiedeva il perché della mancanza di innovazione sul fronte degli accessori di base come stativi, bracci e morsetti.
Iniziò creando un leggerissimo supporto per luci, che realizzò in pochi pezzi per amici e colleghi, ma poi decise di fare le cose sul serio e cominciò a vendere sul mercato internazionale i suoi prodotti realizzati in garage.
Il resto è storia, una storia fatta di qualità ed innovazione, un successo fatto di passione ed impegno, con una continua ricerca di perfezione che ha generato innumerevoli tentativi di imitazione.
Sembra un paradosso ma anche oggi, nell’era degli smartphone, della GoPro e dei droni, un buon treppiede ha sempre il suo perché, e forse sempre lo avrà.
Di sicuro per molti lo stativo rimane l’inequivocabile segno distintivo della presenza di un fotografo professionista, lo si può constatare dal rispetto che questo semplice accessorio sembra esigere, percepibile ogni volta che se ne fa utilizzo.

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