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Archive for the ‘Black and White’ Category

No War

No War! – Copyright 2009 Pega

Capita a tutti di dover prima o poi pubblicare qualcosa o fare una mostra. In queste occasioni è necessario disporre di ciò che la tradizione esige: un artist statement.
“La dichiarazione di artista” è un breve testo che dovrebbe rappresentare la sintesi della visione propria di un certo autore: una descrizione a parole di come l’artista si pone, cosa vuole trasmettere con le sue opere, qual è la sua ispirazione, eccetera eccetera, un sacco di cose in poche righe insomma.
La cosa migliore sarebbe scriversela da soli ma a volte si può ringraziare qualcuno più esperto, magari autorevole o celebre, che lo scrive per noi. E così è capitato a me. Ecco qua:

Attraverso l’esame dell’ambiguità e delle variazioni che presenta la realtà, Pega crea una forte dinamica con l’osservatore, cercando di oggettificare le emozioni ed investigando la dualità che si sviluppa dalle differenti interpretazioni.
È un fotografo che risponde direttamente all’ambiente che lo circonda ed usa le sue esperienze quotidiane come punto di partenza. Spesso queste esperienze sono
istanti o dettagli che sarebbero apparsi insignificanti e non notati se lasciati nel loro contesto originale.
Con un approccio spesso concettuale Pega cerca quindi di avvicinare un vasto panorama di soggetti, utilizzando un suo stile multiforme che arriva a coinvolgere l’osservatore in un modo quasi fisico.
Il suo lavoro non mostra mai una struttura completa e ciò perchè l’artista sembra mirare principalmente ad una proiezione personale dell’osservatore, che deve avvenire senza un eccessivo influsso della realtà.

Beh, che te ne pare? Sinceramente?
Lo sai chi è che me l’ha scritto?
Ebbene è stato un computer.
Vuoi anche tu il tuo “artist statement”? Basta andare su questo sito, inserire un paio di informazioni ed il gioco è fatto. Sarà in inglese ma puoi tranquillamente farlo tradurre da Google 🙂
E sai qual’é la cosa veramente buffa? Che io nel mio statement quasi quasi un po’ mi ci riconosco…

😀 😀 😀

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Helmut Newton 1Helmut Newton è il fotografo che negli anni settanta portò il nudo nell’estetica fashion, proponendo immagini talmente nuove e provocatorie da trasformare per sempre il concetto stesso di fotografia di moda.
Leggendarie sono le sue pubblicazioni White Women (1976), Sleepless Nights (1979) ma più di tutti lo spettacolare Big Nudes (1981) fatto in gran parte di foto realizzate in esbterni, spesso in strada, con modelle in atteggiamenti sensuali o inquietanti, dove il rapporto con le immagini fashion divenne solo una scusa per portare avanti un progetto puramente artistico.
Helmut Newton 2Con questi lavori Newton si conquistò un posto da protagonista nella fotografia del secondo Novecento, dimostrando la capacità di sondare una dimensione che andava oltre la pura estetica, un terreno non convenzionale fatto di ambiguità ed erotismo ma anche violenza e morte. In sostanza una visione cruda della realtà dove all’osservatore tocca un ruolo di interpretazione molto importante.
Alcune immagini di Newton hanno trovato un posto di tutto rispetto nella storia di questa disciplina e sono particolarmente famose, come il ritratto di Andy Warhol nella stessa posa di una statua della Madonna fotografata in una chiesa toscana, oppure la foto di Nastassia Kinsky che abbraccia una bambola dalle sembianze di Marlene Dietrich.

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Santa Croce Firenze
Oggi ti segnalo una meravigliosa risorsa di immagini fotografiche: si tratta dell’archivio Europeana, collezione online di oltre due milioni di immagini provenienti dai primi cento anni di storia della Fotografia in Europa.
Il progetto è stato realizzato da Photoconsortuim, un’organizzazione internazionale che promuove la cultura fotografica e si adopera per valorizzare la sua storia.
Oltre cinquanta istituzioni europee e trentaquattro paesi hanno contribuito alla creazione di questo archivio che contiene importanti opere di maestri e pionieri della fotografia come Eadweard Muybridge, Julia Margaret Cameron e lo stesso Louis Daguerre.
Sulla homepage del portale è presente il motore di ricerca interno con cui fare qualsiasi ricerca filtrata sull’intero database e non è difficile scovare dei veri e propri gioielli. Io, ad esempio, sono andato a cercare immagini di fine ottocento della mia città.
Buon divertimento!

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Charles Clyde Ebbets - Lunch atop a Skyscraper, 29 settembre 1932

Charles Clyde Ebbets – Lunch atop a Skyscraper, 1932

Ogni tanto torno ad ammirare questa foto degli operai che si riposano, con le gambe penzoloni, sospesi a 260 metri d’altezza durante la costruzione dell’Empire State Building. È uno scatto famoso, attribuito per lungo tempo ad un fotografo che divenne importante anche a seguito dei suoi reportage sulla costruzione dei grattacieli e delle pericolose condizioni di lavoro: Lewis Hine.
Ma nel 2003 l’archivio Bettmann/Corbis, proprietario dei diritti di questa immagine, dopo un’approfondita indagine, riconobbe che l’autore della foto era in realtà un fotografo meno noto: un certo Charles Clyde Ebbets.
“Lunch atop a Skyscraper (New York construction workers lunching on a crossbeam)” fu realizzata il 29 settembre del 1932 da Ebbets durante la costruzione del GE Building nel Rockefeller Center e non dell’Empire State Building come precedentemente si pensava. L’immagine era stata pubblicata dal New York Herald Tribune il 2 ottobre 1932.

Ebbets

C. Ebbets – GE Building, Rockefeller Center, 1932

Confidando in ulteriori pubblicazioni ed incarichi, il fotografo Charles Ebbets decise di insistere su questo filone e continuò ad immortalare gli operai dei grattacieli di New York. Cercando di stupire sempre di più, creò una serie di immagini chiaramente costruite, ed arrivò ad esprimersi in una vera e propria fiction fotografica fatta di scene paradossali, in cui appaiono camerieri in livrea che servono un pranzo apparecchiato sulla trave sospesa e giocatori di golf in bilico sull’acciaio dell’altissimo edificio in costruzione. Insomma… andò un pochino oltre e finì per esagerare, perdendo quel senso di verità descrittiva di un momento storico, così ben raccontata dal suo scatto più famoso.

Golf - Ebbets

C.Ebbets – GE Building, Rockefeller Center, 1932

Ma mentre Ebbets cercava di raggranellare lo stipendio seguendo questa idea, a distanza di pochi isolati Lewis Hine, il fotografo sociologo, realizzava i suoi reportage sulle condizioni in cui si svolgeva il lavoro. Scatti che, dopo la sua morte in povertà, lo avrebbero reso celebre. Erano fotografie in cui descriveva e denunciava lo sfruttamento dei lavoratori, anche minori. Immagini che spesso mostravano indiani Mohawk, sfruttati settanta ore alla settimana per il loro equilibrio straordinario che li rendeva capaci di lavorare a duecento metri dal suolo senza problemi di vertigini.
Fu anche grazie all’importante lavoro di Hine, svolto anche in molti ambienti industriali, che negli Stati Uniti si avviò un processo di riforma sociale che avviò la regolamentazione degli orari e della sicurezza sul lavoro oltre ad abolire lo sfruttamento minorile.

Lewis Wickes Hine - Empire State Building, 1930

Lewis Wickes Hine – Empire State Building, 1930

Emblematico è questo scatto di Hine, sempre realizzato nell’ambito del suo progetto dedicato al lavoro sui grattacieli. Siamo intorno al centesimo piano, si vedono tre giovani operai, uno lavora sbilanciato all’indietro, senza alcuna protezione. È in piedi su una piccola asse di legno che è tenuta in posizione solo dal peso dell’operaio stesso. Una situazione semplicemente pazzesca vista con i criteri di oggi.
Sconcertante è anche apprendere dei ritmi “vertiginosi” con cui si procedeva: un piano al giorno.
.
Ed ora pensaci un attimo. Immagina il fotografo, appollaiato con la sua goffa attrezzatura di ottanta anni fa, sulla sommità dell’Empire State Building in costruzione. Tu ce l’avresti fatta ad andare lassù, come Hine, a fare quelle foto? Io non penso…
🙂

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Nadar ritratto rotante
Il grande Fèlix Nadar è una figura di primissimo rilievo nella storia della fotografia. Realizzò moltissimi ritratti di personalità famose del suo tempo, fu il primo a scattare foto aeree volando con la sua mongolfiera e fu amche tra i pionieri nell’uso della luce artificiale dato che per primo fotografò, con questo ausilio, le catacombe di Parigi.
Oggi te lo voglio però riproporre per un altro suo particolare colpo di genio.

É il 1865 ed il fotografo-inventore francese Nadar (al secolo Gaspard-Félix Tournachon), si cimenta in un nuovo progetto. Decide di realizzare un suo autoritratto da più angolazioni e scatta una serie di fotogrammi che poi mostra creando un semplice sistema per vedere le immagini in sequenza.
Il risultato ha il suo fascino ancora oggi. È facile immaginare l’effetto straordinario che poteva suscitare a quel tempo…

Nadar rotante

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Google Cassini doodle
“Spazio, ultima frontiera”, così recitava l’incipit di Star Trek, mitica serie di fantascienza, ed è proprio così: lo spazio è davvero la nostra ultima frontiera, da molti punti di vista.
Se ogni tanto capiti su questo blog avrai forse notato la mia passione per la missione della sonda NASA Cassini che, partita nel 1997, dopo un lungo viaggio in cui fu sfruttata la gravità di Venere per ottenere rotta e velocità necessarie, raggiunse Saturno nel 2004 iniziando ad inviarci immagini straordinarie via via che le orbite si facevano più vicine al pianeta. Ma adesso siamo prossimi ad una nuova fase: la sonda sta per fare uno spettacolare tuffo nella regione di spazio che separa Saturno dai suoi anelli, un posto in cui nessuno strumento di origine umana è mai stato.
Le immagini che questa “fotocamera spaziale” ci ha inviato negli anni sono qualcosa di straordinario, descrivono fenomeni e concetti che sfiorano la capacità di comprensione umana e documentano capacità tecniche di livello forse nemmeno del tutto immaginabili da gran parte delle persone che popolano il nostro pianeta.
Insomma lo spazio è una frontiera multidisciplinare, ed anche la Fotografia ne fa parte perché le foto dallo spazio portano contenuti concettuali spesso molto pesanti.
A chi sostiene che il valore di queste immagini è solo scientifico e non artistico mi sento di dovere qualche personale argomentazione: la sonda Cassini è sì un sistema automatico, ma anche un apparecchio di grande complessità frutto dell’ingegno umano e non è altro che una versione tecnologicamente molto sviluppata di una fotocamera; una fotocamera capace di muoversi incredibilmente lontano, allontanandosi dalla scena e portando un punto di vista del tutto nuovo.  Del resto anche la mia reflex digitale è un’evoluzione del dagherrotipo e la sua capacità di effettuare scelte automatiche è da fantascienza nei confronti di ciò che erano le macchine fotografiche primordiali.
Dunque Cassini si muove secondo precise, anzi precisissime ed incredibilmente complesse istruzioni umane. I meravigliosi scatti che questa sonda ci sta inviando dalla sua spettacolare posizione sono a tutti gli effetti opere d’arte. Sono frutto di un incredibile lavoro di studio, preparazione, progettazione e gestione di una missione che ha attraversato i decenni, coinvolto centinaia di persone e portato risultati che, a mio parere, non sono neanche lontanamente percepiti dalla media delle persone.
Ebbene, comunque sia, alla sponda Cassini di tutto questo importa poco. Orbita dopo orbita ci invierà immagini di luoghi “dove nessun uomo è mai stato prima”, poi incontrerà l’atmosfera di Saturno, dove si disintegrerà lasciandoci per sempre.
Anche Google, con il simpatico “doodle” che vedi sopra, ha voluto omaggiare questo avvenimento epocale. A noi resteranno per sempre immagini di una bellezza da togliere il fiato, come quella scattata giusto pochi giorni fa e che vedi qui sotto, in cui il puntino luminoso è la nostra piccola Terra, che risplende tra gli anelli di Saturno.
La Terra tra gli anelli

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Robert Mapplethorpe

Oggi ti ripropongo un cortocircuito fotografico, uno straordinario doppio cortocircuito.
In questo scatto di Norman Seef, realizzato nel 1969 a New York, ci sono due grandi personaggi: Robert Mapplethorpe e Patti Smith.
Non credo ci sia bisogno di presentazioni per questa coppia di notevoli interpreti della scena culturale degli anni settanta, ed è davvero un doppio cortocircuito perché i fotografi fotografati sono due: anche Patti infatti, dopo aver conquistato il titolo di sacerdotessa del Rock, si è poi rivelata una bravissima fotografa.

Patti Smith e Robert Mapplethorpe avevano circa vent’anni, vivevano insieme e si amavano. Patti era da poco arrivata da Chicago, senza soldi, la musica ancora non era la sua passione: la sua idea era di diventare una poetessa.
Robert era nato a New York in una famiglia di rigide tradizioni cattoliche. La fotografia era per lui ancora da scoprire, come la sua omosessualità. Si lasciarono quando lui si rese conto di essere gay, ma restarono amici e si aiutarono per tutta la vita ed oltre, con Patti che continuò a scrivere lettere a Robert anche dopo la sua morte.
Norman Seeff, nato e cresciuto in Sudafrica, si era da poco trasferito negli Stati Uniti dopo una breve carriera come medico. Qui scoprì che la sua vera passione erano le arti visive e la fotografia.
L’esperienza con Robert e Patti segnerà l’inizio di una lunga carriera da fotografo e regista dentro al mondo dell’arte e della creatività. Una carriera che lo vede, a settantaquattro anni, ancora protagonista.
Lo scatto sopra fa parte di una serie che fu realizzata a casa di Norman, dopo che i tre si erano conosciuti in un locale a New York. Il talento di Seeff fu attratto dal fascino della coppia e chiese loro di poterli fotografare. Ne vennero fuori immagini molto belle, in grado di raccontare lo straordinario rapporto tra i due giovani artisti. Un rapporto che, dopo un inizio amoroso, assunse la forma di un’amicizia assoluta, fatta di condivisione di idee, sogni e visioni.
Dopo la morte di Mapplethorpe, Patti Smith ha affermato che quelle foto si avvicinano molto al suo ricordo della profondità del loro amore. Non è difficile crederle, guardando lo sguardo di Mapplethorpe in questo magnifico scatto.

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Gli altri cortocircuiti fotografici:

#1: Eugene Atget fotografato da Berenice Abbott
#2: Berenice Abbott fotografata da Hank O’Neal
#3: Edward Weston fotografato da Tina Modotti
#4: Tina Modotti fotografata da Edward Weston
#5: Alfred Stieglitz fotografato da Gertrude Käsebier
#6: Steve McCurry fotografato da Tim Mantoani
#7: Robert Capa fotografato da Gerda Taro
#8: Gerda Taro fotografata da Robert Capa

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pinhole egg

I don’t wanna grow up – © Copyright 2010 Francesco Capponi

Non c’è giorno migliore della Pasqua per riprendere questa idea creativa di Francesco Capponi, artista perugino che ha realizzato una tra le più geniali macchine fotografiche che mi sia capitato di vedere.
L’idea di fondo è quella della fotocamera che si trasforma in fotografia, un concetto usato anche da altri progetti stenopeici. Francesco ha però coniugato questa idea con il concetto atavico che lega la nascita di una creatura all’uovo in cui questa si forma ed ha inventato l’uovo stenopeico (Pinhegg).
Il processo che porta alla creazione di questi veri e propri pezzi d’arte è semplice da descrivere, decisamente meno semplice da realizzare in pratica.
pinhole egg cameraSi tratta di svuotare un uovo, praticarci un’apertura laterale, pulirlo a dovere e, in camera oscura, spalmarne l’interno di emulsione fotosensibile.
Su un lato aperto viene applicata poi una piccola lamina metallica su cui è stato praticato un piccolissimo foro (il foro stenopeico appunto).
L’uovo è per sua natura, oltre che delicato, anche semitrasparente e quindi questa “fotocamera” va maneggiata con molta attenzione ed utilizzata avvolta in un panno nero che viene rimosso dalla zona del foro quanto basta per ottenere l’esposizione.
Rientrati in camera oscura si effettua lo sviluppo per rivelare l’immagine negativa che si crea all’interno dell’uovo e che diviene, con il guscio stesso, il prodotto finale di questo esperimento affascinante.
E’ così che quindi l’uovo è sia fotocamera che fotografia, in un percorso che Francesco descrive come disseminato di moltissime “frittate” ma anche di notevole soddisfazione quando si raggiunge il risultato.
Ti invito a dare un’occhiata al sito di Francesco Capponi ed anche all’interessante articolo da lui scritto sul sito Lomography.

Buona Pasqua!

🙂

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Berenice_Abbott_by_Hank_ONeal_NYC_1979 Oggi ti ripropongo questo ritratto di Berenice Abbott realizzato nel 1979 da Hank O’Neal.
Nata nel 1898 Berenice era originaria dell’Ohio ma negli anni dell’università si trasferì a New York, dove venne ospitata dall’anarchico Hippolyte Havel in una grande casa del Greenwich Village insieme a filosofi, scrittori e critici letterari. Mentre studiava scultura conobbe Man Ray che la invitò in Europa e così Berenice tra il 1921 ed il 1923, studiò scultura a Parigi e Berlino. In questo periodo Man Ray era alla ricerca di una collaboratrice: aveva bisogno di qualcuno che non sapesse niente di fotografia ed eseguisse solo precise indicazioni, così la assunse come assistente in camera oscura nel suo studio di Montparnasse.
Ma il talento fotografico di Berenice non era niente male e così nel 1926 tenne la sua prima mostra personale ed avviò uno studio tutto suo, concentrandosi principalmente sulle persone del mondo artistico e letterario. Ritrasse Jean Cocteau, James Joyce, e molte altre figure di passaggio a Parigi. Era brava e presto si sparse la voce che l’essere ritratti da Man Ray o Berenice Abbott significasse “essere qualcuno”.
Man Ray la introdusse alla fotografia di Eugène Atget del quale divenne una grande ammiratrice, fino a convincerlo a posare per il famoso ritratto che ho pubblicato in un precedente post. Atget era molto anziano; morì poco dopo quella foto e la Abbott con le sue iniziative e pubblicazioni fu determinante per tutto il successo postumo di questo grandissimo fotografo.
Negli anni trenta Berenice svolse un lavoro di documentazione della città di New York finanziato dal Federal Art Project e pubblicato nel 1939 in forma di libro col titolo di “Changing New York” che ricorda molto il lavoro svolto da Atget a Parigi. La Abbott usò per questo progetto una macchina fotografica di grande formato, ritraendo New York City con un atteggiamento davvero simile a quello del suo maestro Eugène Atget.
Ma la Abbott non fu solo una fotografa. Al suo attivo ci furono anche alcune invenzioni. Tra queste un cavalletto per creare effetti di distorsione in camera oscura ed una lampada telescopica, oggi nota da molti fotografi di studio come “autopole”, alla quale le luci possono essere attaccate a varie altezze.
Berenice Abbott fu parte importante del movimento della straight photography, il gruppo di fotografi che sosteneva l’importanza della fotografia non manipolata, un’impostazione che Berenice mantenne per tutta la sua lunga carriera e che contribuì a consacrarla come una delle principali eredi del grande Atget.

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Illusione ottica
La Fotografia è stata considerata, fin dai suoi albori, uno strumento di verità assoluta, e la prova fotografica è tutt’ora l’elemento a cui tendiamo a dare la massima autorevolezza.
Eppure, se ci pensi bene, le immagini fotografiche, comprese quelle in movimento sono per loro natura, anche un inganno.
L’arte di tanti grandi fotografi, ma anche il cinema e soprattutto la storia ce lo hanno insegnato e spesso ce lo ricordano, ma alla fine c’è poco da fare: la potenza delle immagini è straordinaria, e gli occhi rimangono il canale attraverso cui è più facile convincere la nostra mente.
Ti invito a meditare su tutto questo anche dando un’occhiata all’illusione sopra, questa sorta di “filo spinato” in cui le lunghe linee oblique… sono tutte parallele tra loro. Non ci credi? Prendi un righello e misura la distanza.
La trovo un’immagine emblematica, quasi un simbolo.
È fin troppo facile ingannare l’essere umano… No?
🙂

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