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Archive for the ‘Culture’ Category

Bischof, 1942

Werner Bischof, primi lavori, circa 1942

“Ho sentito il dovere di avventurarmi nel mondo e di esplorarne il vero volto. Condurre una vita soddisfacente, di abbondanza, ha accecato molti di noi che non riescono più a vedere le difficoltà immense presenti al di là delle nostre frontiere.”

Prima delle immagini, sono queste sue brevi parole a far subito intuire chi era Werner Bischof. Nato a Zurigo nel 1916 studiò arte ed iniziò a lavorare come fotografo pubblicitario ma, nonostante un discreto successo, ben presto si accorse che non era quella la sua strada. Nel 1945 accettò un incarico da parte della rivista Du che lo portò a girare l’Europa postbellica e documentare le condizioni di vita delle persone.

Bischof, Germany

Friburgo, Germania 1945

Rimase segnato da questo suo primo incarico. La sua attenzione si volse subito verso le persone, specie i più deboli, le vittime innocenti del recente conflitto, sviluppando l’idea di fotografia come testimonianza della dimensione esistenziale e delle sue difficoltà.

Bischof

Corea, 1951

Nel 1949 fu invitato a far parte dell’agenzia Magnum, allora composta dai soli cinque soci fondatori: Capa, Cartier-Bresson, Rodger, Seymour e Haas.
Nella veste di fotoreporter (definizione che non amava) viaggiò prima in India e poi in Giappone per documentare la guerra in Corea. Vi rimase un anno intero, carpito dal fascino e dall’eleganza della sua cultura, che catturò con scatti assoluti.

Giappone - Bischof

Giappone, 1951

Nel 1953 si volge verso il nuovo mondo. Prima viaggia per alcuni mesi nel cuore degli Stati Uniti seguendo la creazione della nuova rete autostradale, poi va in Sudamerica dove è intenzionato a fotografare alla gente, descrivere la vita quotidiana. Un’idea che, sapeva benissimo, non avrebbe entusiasmato le testate per cui lavorava. È sulle Ande, a soli trentotto anni, che trova una terribile morte, in un incidente d’auto mentre viaggia verso una miniera in alta quota.
Gran parte del lavoro di Bischof è stato valorizzato solo in tempi molto successivi alla sua morte, grazie al figlio Marco che, nel 1986 decise di pubblicare alcuni estratti dai suoi diari e dalla corrispondenza, oltre ad un archivio fotografico inedito.

Chicago, Illinois, 1953

Chicago, 1953

C’è una cosa, di cui non molti parlano, che mi ha affascinato di questo fotografo. Bischof è stato uno dei pochi fotoreporter del “periodo d’oro” del fotogiornalismo anni ’50 e ’60 ad usare il colore.
In quegli anni, per motivi tecnici ed economici, le testate stampavano solo in bianco e nero, creando un terreno formale a cui la maggior parte di un certo tipo di fotografi è rimasta rigidamente ed a lungo ancorata, anche ben dopo l’avvento della quadricromia. Werner Bischof fu invece tra i primi ad esplorare il reportage anche a colori, riuscendo ad interpretarlo con coordinate artistiche ed estetiche indipendenti e personali, sicuramente diverse da quella sorta di mainstream monocromatico che ancora oggi tende a dominare il genere.

Una volta disse: “Davvero io non sono un fotogiornalista. Purtroppo non ho alcun potere contro questi grandi giornali, non posso nulla, è come se prostituissi il mio lavoro e ne ho davvero abbastanza. Nel profondo del mio cuore io sono sempre, e sempre sarò, un artista.”

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lomoinstant-automat_mood

Lo dico subito: questo post è una mezza marchetta, poi ti spiego perché. Comunque… da bravo “malato” di fotografia istantanea, oggi voglio parlarti di un bel progettino su Kickstarter: la Lomo’Instant Automat, una nuova creatura messa in cantiere da Lomography.
E’ un piccolo oggetto in grado di far entrare chiunque nel trip della foto “cotta e mangiata”, un modo di affrontare la passione per le immagini diverso dal “cattura e surgela” tipico del digitale ma da molti considerato un po’ retrò.
La cosa mi interessa perché ho ormai perso la speranza di poter continuare ad usare a lungo la mia cara “Zietta” a causa dello stop deciso da Fujifilm alla produzione delle vecchie pellicole a strappo ancora compatibili con le folding Polaroid, e quindi non mi resta che guardarmi intorno in cerca di qualcosa che possa farmi continuare con le istantanee. Da questo punto di vista devo ammettere che, in effetti, Lomography è in pole position…
La Instant Automat si differenzia dalle sue sorelline per un ricco set di funzionalità creative e modalità di scatto che strizzano l’occhio allo stile lomografico ma con un po’ di evoluzione nella direzione degli automatismi. La fotocamera infatti è dotata di velocità otturatore e flash impostati automaticamente. Lomography insomma strizza l’occhio anche ai meno esperti, garantendo risultati sempre accettabili, anche in condizioni di luce un po’ più difficili.
Ah, dimenticavo… la questione della marchetta? Pare che Lomography metta in palio una Instant tra i bravi ragazzi che scrivono qualcosa a proposito di tutto ciò…
🙂 🙂 🙂

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Ansel AdamsSul canale Youtube di Marc Silber ho trovato questa interessante intervista a Michael Adams, figlio di una vera e propria leggenda della fotografia del novecento: Ansel Adams.
E’ una piacevole chiacchierata che si svolge proprio nella casa dove visse il grande fotografo, con Michael che racconta dell’importanza che Ansel dava agli aspetti di pre-visualizzazione e perfezionamento del suo lavoro, cercando di trasmettere tutto ciò anche attraverso i tanti workshop che tenne negli anni della sua lunga carriera.
Una parte interessante del video è riservata a due pezzi di attrezzatura degni di un museo: la fotocamera grande formato 8×10 Deardorff, che Adams usò per realizzare alcuni dei suoi scatti più famosi e la ben più compatta Zeiss Ikon Super Ikonta B.
Ma l’aspetto forse più affascinante di questo breve documento è l’accenno alla fotografia su commissione, quella più commerciale insomma, a cui Adams si dedicò specialmente nella fase iniziale della sua attività. Realizzò immagini pubblicitarie di vario genere e lavorò per aziende come la Kodak o il colosso petrolifero Standard Oil, spesso scattando a colori, impegnandosi in un tipo di fotografia che non era di certo la sua preferita. Del resto anche Ansel Adams aveva le bollette da pagare…
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Aleppo - SiriaOggi lascio la parola alle immagini. Sono quelle originariamente pubblicate da Bored Panda ma poi trasformate in una devastante sequenza video da David Wolfe. Mostrano il “prima” ed il “dopo” di una città che era stata dichiarata patrimonio dell’Unesco ma che oggi è ridotta ad un cumulo di macerie: Aleppo.
La guerra in Siria ha provocato finora oltre centotrentamila vittime accertate e più di quattro milioni di rifugiati, due dei quali hanno dovuto lasciare il loro paese.
Non c’è molto altro da aggiungere, le fotografie parlano da sole…
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PabloPicasso-Les-Demoiselles-dAvignon-1907

Esiste una forma d’arte priva di aspetti tecnici che l’artista deve padroneggiare per potersi davvero esprimere?
Si può essere poeti senza saper parlare o scrivere? Possiamo diventare pittori senza gestire il tratto? Musicisti senza conoscere le basi della musica o almeno maneggiare uno strumento?
La conoscenza degli aspetti tecnici di base è necessaria per tutte le forme espressive, anche per la fotografia.
Questo elemento tecnico non deve però schiacciare tutto, non può prendere il sopravvento ed assorbire tutta l’energia, altrimenti la creatività rimane come intrappolata.
La tecnica è importante, forse fondamentale, ma deve essere al servizio dell’estro.
C’è una frase famosa di Picasso che esprime perfettamente questo concetto e chiarisce in modo perfetto la ricerca che questo compromesso tra tecnica e creatività può richiedere:

“Ho impiegato molti anni ad imparare a dipingere come un bambino”.

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Multiengine flying instructor

Multiengine flying instructor – Copyright 2012, Pega

Per questo fine settimana voglio proporti un assignment tra i più affascinanti, un elemento con cui ogni appassionato di fotografia si trova, prima o poi, a confronto: lo sguardo.
Fotografare lo sguardo è intrigante: gli occhi possono guardarti mentre vengono inquadrati e lo sguardo lo senti, ti scruta mentre fotografi, può studiarti mentre a tua volta lo studi. Lo sguardo ti mette a diretto contatto con il soggetto, con le sue emozioni, la sua mente.
Uno sguardo può essere il dettaglio in un ritratto o l’unico protagonista dell’intera foto. Lo sguardo può essere umano o animale, vero o anche fasullo. sta a te la scelta.
In questi giorni prova a fotografare sguardi, cercali e fissali nelle tue immagini. Poi, come propongo sempre, condividi qui la tua foto migliore.
Buon divertimento e buon weekend!

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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Selfie_centrato

“Io penso questo, io faccio quello, io, io, io”. È tipico del linguaggio dell’adolescenza iniziare ogni frase con un “Io”, fa parte del naturale sviluppo dell’ego e della maturazione del modo di esprimersi.
Quando dunque si vedono in giro così tante fotografie che equivalgono ad una frase che inizia per “Io”, sorge il pensiero che ci si trovi in una situazione analoga.
Se la fotografia parla sempre e solo del fotografo, di chi è, con chi è, di cosa pensa, fa e come vede il mondo, l’osservatore ne può anche rimanere affascinato, ma il confine con la banalità è molto sottile.
Facendo quindi un parallelo tra il linguaggio verbale e quello fotografico, si può andare in cerca di ciò che può aiutarne l’evoluzione. Tra questi fattori di maturazione, uno dei più importanti è forse il “decentramento”.
Il concetto di decentramento fu introdotto negli anni sessanta dallo psicologo svizzero Piaget, che lo descrisse come “capacità di considerare la realtà secondo i suoi molteplici aspetti”. È una caratteristica dell’intelligenza che l’individuo tende a sviluppare nel corso della sua maturazione, fornendogli una capacità di valutazione meno distorta rispetto a quella data dalla visione sbilanciata tipica di un unico e soggettivo punto di vista.
Ecco che quindi il concetto di decentramento potrebbe davvero essere prezioso in fotografia. La capacità di utilizzare più punti di vista, specie concettualmente, per puntare a lavori fotografici di maggior qualità e spessore, lasciando la monotonia dell’Io e della fotografia “centrata”.
Forse un semplice post non è adatto a sviluppare bene questo discorso… magari ci ritornerò. Tu come la vedi?

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Dilish ParekhDilish Parekh è un signore indiano che detiene un record mondiale tuttora imbattuto e riconosciuto nei Guinness: possiede oltre 4.500 macchine fotografiche.
The Light Collector” è un breve video di tre minuti e mezzo a lui dedicato da Dheerankur Upasak, un fotografo suo connazionale, che ha voluto raccontare la costanza e l’impegno di questo appassionato che iniziò la sua collezione nei primi anni ’70.
Acquistando un paio di fotocamere al giorno ci vorrebbero oltre dodici anni per eguagliarlo… Mica avrai intenzione di provarci?
Buona visione 🙂
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umbrella_photographerChi si ricorda MacGyver? L’ingegnoso protagonista di quella vecchia serie televisiva che si arrangiava con tutto ciò che trovava a portata di mano?
Ecco, oggi inauguro la rubrica MacGyver Photography: come arrangiarsi quando la pioggia cerca di impedirci il nostro scatto più bello.
Se ci pensi forse ricordi qualche occasione in cui ti è capitato di “rinunciare” nel timore di bagnare e rovinare la tua attrezzatura; la soluzione al problema può essere davvero semplice ed a costo zero, altro che costose custodie o aggeggi: basta un banale sacchetto per la spazzatura.
Il fotografo Benjamin Jaworskyj ci mostra come fare: si infila la busta di plastica sulla fotocamera, bloccandola con il paraluce ed aprendola poi sulla lente. Dall’altro lato si potrà accedere ai comandi ed al mirino, per fotografare in tutta tranquillità anche sotto ad un acquazzone.
Niente di più facile.
Dunque, per questo ed anche altri molteplici usi, annotiamoci per le prossime uscite fotografiche di portare sempre qualche sacchetto della spazza.
🙂

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Saudek

The slavic girl with her father – © Copyright Jan Saudek


La manipolazione delle fotografie non è iniziata con il digitale e già molto prima dell’avvento di Photoshop, c’era chi sperimentava e si divertiva a scoprire nuovi effetti.
Fin dall’Ottocento si erano messe a punto tecniche di alterazione e colorazione, ed in più di un caso ci furono artisti che ne fecero il loro segno distintivo.
Ma in tempi più recenti, non molti anni prima dell’avvento del digitale, c’è stato un fotografo pittore che ha esplorato in modo molto personale questo terreno: si tratta dell’artista ceco Jan Saudek.

Hey Joe, after thirty years.. , 1989

Hey Joe, after thirty years.. , 1989

Nato a Praga nel 1935, da bambino subì l’orrore della deportazione e, dopo la guerra, iniziò a creare le sue opere in uno scantinato dall’intonaco scrostato, nascondendosi al mondo.
Le sue sono immagini a metà strada tra realtà e sogno, surreali, bizzarre, a volte forti ed inquietanti, quasi sempre a sfondo erotico. Scatti nati in bianco e nero, che Saudek manipola colorandoli per trasformarli in immagini dallo stile inconfondibile.
Saudek o si odia o si ama. Alcune sue opere sono state scelte come copertine di album musicali, mentre in altri casi sono state accusate di oscenità ed escluse da esposizioni pubbliche, come lo scorso anno alla Foto Biennale internazionale australiana di Ballarat, dove la sua foto “Black Sheep and White Crow” è stata rimossa a seguito di accuse di incitamento alla prostituzione minorile.
Saudek è tuttora in attività e questo é il suo sito ufficiale.

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