
Glamour – © Copyright 2010 Pega
A volte il tema di questi weekend assignment può essere veramente molto semplice, anche banale.
E’ il caso della missione fotografica che intendo proporti per questo fine settimana, in cui l’idea è quella di fotografare un oggetto comune ma ricco di caratteristiche che lo rendono interessante da molti punti di vista.
Tema per questo weekend: gli occhiali.
Gli occhiali possono essere tranquillamente il soggetto principale di una foto, con il loro design, lo stile, o i curiosi e strani effetti che possono riservarci le lenti. Oppure gli occhiali possono anche essere solo un dettaglio, magari importante, sul viso di un soggetto a cui dedichiamo un ritratto.
Insomma, in questo weekend prova a dedicare qualche tuo scatto a questo tema perchè fotografare con un assignment non solo è divertente ma anche utile per allenare la creatività.
Ti invito poi, come al solito, a condividere con gli altri lettori i risultati di questa semplice missione e per farlo non hai che da inserire in un commento il link alle tue foto.
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Palermo, la Martorana – © Copyright 2009 Pega
Certo che esiste la fortuna in fotografia.
E’ quella che fa assumere la giusta posa al soggetto inconsapevole che vuoi ritrarre nei tuoi scatti di strada, che in una giornata grigia fa all’improvviso filtrare un magnifico raggio di luce tra le finestre di un edificio o che ti fa incontrare una perfetta situazione fotografica anche se non era quello che cercavi.
Si, la fortuna esiste ma bisogna rendersi conto che, come in tutte le cose, se non facciamo niente per aiutarla può anche non presentarsi.
Ecco quindi che ho iniziato a fare un mio decalogo, pensando a cosa non devo dimenticare di fare per aiutare la dose di fortuna fotografica che mi è concessa.
E’ una lista scema che preferisco non propinarti tutta insieme e che quindi completerò nei prossimi post.
1) Al primo posto c’è la regina delle regole del buon fotografo: portare sempre con me una macchina fotografica.
Può sembrare banale ma è il pilastro fondamentale della fotografia. Niente fotocamera = niente immagini.
Se la fortuna decidesse di farsi viva proprio mentre sono sprovvisto di attrezzatura sarebbe proprio una disdetta.
Ok, non è sempre possibile avere con sè reflex ed obiettivi, ma è anche vero che in molti casi prenderla e tenerla a tracolla è più semplice e naturale di quanto sembri. Al limite si può scegliere una sola ottica e viaggiare leggeri.
Se poi proprio non è il caso, rimane l’ultima grande risorsa del fotografo del terzo millennio: il telefono.
Dotarsi di un telefonino di buona qualità fotografica diviene quindi, secondo me, il logico corollario di questa prima regola.
2) Scattare più foto aiuta la fortuna.
E’ pura statistica: più foto farò, più alta la probabilità che in mezzo ce ne sia qualcuna davvero degna di nota.
Non voglio dire che bisogna scattare come degli ossessi ma certo è che se si diviene troppo pigri e selettivi si rischia di sconfinare nell’improduttività.
Io ho iniziato a fotografare con la pellicola, ai tempi in cui ogni scatto rappresentava un costo ben preciso. Era naturale “stare attenti” ed andarci piano, specie se non si disponeva di grandi finanze.
Ora è diverso, il digitale regala grande libertà e sarebbe un peccato non approfittarne.
Ho detto approfittare, non esagerare. Credo infatti che l’eccesso porti problemi paragonabili a quelli della penuria. Nell’eccesso diviene difficile scegliere, saper valutare e classificare bene i propri scatti ed il rischio è quello di perdersi.
Ecco qua. Per oggi basta.
Due regoline che, sono sicuro, potrebbero aumentare moltissimo la mia fortuna fotografica.
Se solo riuscissi ad applicarle sempre!
🙂
.
(Continua…)
– Fotografia e fortuna seconda puntata
– Fotografia e fortuna terza puntata
– Fotografia e fortuna quarta puntata
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Theory and practice – © Copyright 2010 Pega
Non ricordo il motivo per cui entrai in casa sua, è passato un bel po’ di tempo.
Era solo un conoscente e tra noi non c’era molta confidenza ma sapevamo della rispettiva passione per la fotografia.
L’appartamento era ordinario sotto molti punti di vista ma straordinario per un aspetto particolare: era disseminato di fotografie. Non solo stampe incorniciate e diligentenente appese ma sopratutto foto appoggiate sui mobili, alcune montate su semplici supporti in legno, altre con passepartout, moltissime semplicemente poste quasi a casaccio su mensole, scaffali e librerie.
C’erano centinaia di fotografie, di tutti i tipi e dimensioni, dalle stampe di evidente qualità, a quelle sbagliate, dai provini alle istantanee Polaroid. Una casa piena zeppa di immagini prodotte da questo fotografo. Persino in bagno c’erano foto.
Rimasi parecchio sorpreso e chiedendo con curiosità il motivo di quella massiccia produzione mi sentii rispondere che ero libero di prenderne alcune a mio piacimento dato che erano lì apposta per quello.
Non ricordo di averne prese ma ricordo la sensazione che provai, quasi di contrarietà per quello che in quel momento considerai un vero e proprio spreco.
E invece no. Adesso mi dispiace di non aver approfittato, di non aver capito che si trattava di un modo bello ed intelligente di far vivere le proprie fotografie dando a molte di loro una forma materiale e tangibile, di farle uscire dal loro stato di immagini potenziali e solo “teoriche” spesso racchiuse per sempre in un formato non pienamente fruibile da nessuno.
Era un modo personale ed originale di portare un lavoro a compimento: di fare fotografia in pratica.
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Lone seagull – Copyright 2009 PegaPPP
Oggi ti ripropongo un’idea di cui parlavo in un vecchio post, in cui chiedevo di immaginare una situazione particolare.
Se un giorno ti capitasse l’opportunità di incontrare un grande fotografo, uno che veramente ammiri, magari anche un’importante figura nella storia della fotografia che per te rappresenta un punto di riferimento, e ti fosse concesso di fargli un’unica domanda: che cosa gli chiederesti?
Sarebbe un vero peccato trovarsi impreparati e fare una domanda banale… ti immagini che scemata a chiedergli: “Mi scusi che cosa mi consiglia di usare una macchina Canon o una Nikon?” oppure “Meglio se salvo in RAW o JPG?”.
Insomma, credo che dovrebbe essere una domanda importante, fuori dal tempo, una questione di base. Qualcosa da poter poi veramente tenere in considerazione e di cui far tesoro.
Ma non è facile decidersi.
Io, nonostante da quel vecchio post sia passato un bel po’ di tempo, ancora la mia domanda non l’ho decisa. E tu?
🙂
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Il bacio sulla torre – © Copyright 2011 Pega
Fermo davanti ad una grande stampa esposta ad una mostra ho iniziato a pensare a quanto importanti siano le dimensioni di una foto.
Con la fotografia siamo di fronte ad un’arte in cui il prodotto finale (la stampa o la proiezione) è qualcosa di fisico e materiale, che può assumere dimensioni e caratteristiche diverse, mentre il vero contenuto, l’immagine, è costante.
La fotografia che noi vediamo è solo la parte fisica, che percepiamo, di un concetto espressivo più assoluto che deve essere ridotto su un supporto. Come diceva Adams, la stampa (di qualsiasi tipo, anche la moderna rappresentazione su schermo digitale) è l’interpretazione, mentre l’immagine è lo spartito.
In quest’ottica le dimensioni divengono importanti perché se c’è incongruenza tra le dimensioni ed il messaggio presente nell’immagine l’osservatore non proverà ciò che è nelle intenzioni del fotografo.
Una foto ricca di dettagli e particolari, di grande respiro ed impatto non potrà colpire se non stampata o riprodotta in grandi dimensioni, mentre uno scatto intimo e suggestivo potrebbe perdere il suo carico di emozioni se proposto troppo grande. Le piccole stampe a contatto di alcuni capolavori di Edward Weston o i minuscoli ritratti su lastra dei primi dell’Ottocento ne sono un esempio.
Le dimensioni sono un fattore a cui spesso non diamo il giusto peso, ma che conta molto.
Almeno in fotografia.
🙂
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Sì, forse Ansel Adams si contorcerà nella tomba, ma di fronte al lavoro di Matthew Albanese non si può che rimanere incuriositi.
Perché dico così? Semplice: guarda la foto sopra. Lo splendido scenario che appare non è in realtà un bel panorama di montagna ma semplicemente il dettaglio di un plastico ben fatto. Si, hai letto bene: un modellino.
Che la fotografia sia spesso finzione è parte integrante del gioco ma qui siamo di fronte ad un artista del falso, un fotografo che prima di tutto è un abile artigiano con il talento per la creazione di oggetti che una volta fotografati ingannano perfettamente l’osservatore. L’acqua non è liquida, le montagne sono a pochi centimetri, quel blu non è il cielo e la foto è stata scattata in una cantina, dai un’occhiata qui sotto.
Matthew, nonostante sia un autodidatta che utilizza materiali fai da te, è un vero e proprio creatore di mondi in miniatura ed ha la capacità di fotografarli con una tale maestria da renderli davvero reali.
Usa del semplice cotone per fare le nuvole, pezzi di vetro per rendere l’effetto dell’acqua o il sale da cucina per simulare la neve, dosa saggiamente la profondità di campo per dare l’effetto di grandi distanze ma sopratutto ha sviluppato un’abilità particolare per illuminare correttamente la scena, ed è proprio questo che credo gli permetta dei risultati così ammirevoli. Come sempre la luce è la chiave di un bello scatto.
My work involves the construction of small-scale meticulously detailed models using various materials and objects to create emotive landscapes. Every aspect from the construction to the lighting of the final model is painstakingly pre-planned using methods which force the viewers perspective when photographed from a specific angle. Using a mixture of photographic techniques such as scale, depth of field, white balance and lighting I am able to drastically alter the appearance of my materials.

Un altro aspetto originale di Albanese è la sua voglia di condividere con il pubblico le immagini dei modelli da lui costruiti. Pubblica sul suo sito anche l’avanzamento dei lavori di alcune opere, mostrandole nelle varie fasi di completamento, una forma di apertura e disponibilità a rivelare il proprio lavoro davvero ammirevole.

Ti invito a dare un’occhiata al suo sito dove sono pubblicate molte altre immagini, dettagli della costruzione dei modellini e successiva realizzazione degli scatti.
🙂
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Seduto nell’angolo – Copyright 2010 Pega
La luce del primo mattino entrava calda e delicata in questa meravigliosa sala del complesso di San Galgano.
Avevo voglia di fare qualche scatto con il grandangolo, così mi sono aggirato un po’ tra le colonne e provato varie inquadrature ma niente… nessuna angolazione mi soddisfaceva.
Ho deciso quindi di fermarmi un attimo e mettermi in un angolo per studiare quale fosse la posizione migliore da cui fotografare quel magnifico posto ed ecco… proprio nell’angolino, accovacciato a guardare… era da lì l’inquadratura più bella.
E’ solo il racconto di un mio scatto. Provare a raccontare come nasce una fotografia è una cosa che talvolta mi piace fare. Forse è perché rimango sempre affascinato quando mi capita di leggere qualcosa del genere, specie nei casi in cui si tratta di descrizioni fatte da fotografi che ammiro.
E così ogni tanto provo a scrivere com’è venuta fuori una foto, accorgendomi che c’è da imparare qualcosa anche nel raccontare un proprio scatto.
E tu ci hai mi provato? Se si, hai voglia di raccontarlo?
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No War! – Copyright 2009 Pega
Ed eccomi a proporti un nuovo assignment fotografico per provare qualche scatto “a tema” nel weekend.
Se ogni tanto leggi questo blog sai che sono convinto che fotografare con in mente una piccola missione da svolgere sia un qualcosa di non soltanto divertente, ma anche capace di riflettersi in interessanti spunti creativi. C’è poi lo stimolo della condivisione con gli altri dei risultati di queste semplici missioni e per farlo non hai che da postare in un commento sotto il link al tuo album Flickr o a qualsiasi altra piattaforma di condivisione su cui avrai messo i tuoi scatti.
Il tema di oggi è una sfida che da sempre esiste in fotografia ed è uno dei fattori importanti che la rende così affascinante: la sfida di riportare le tre dimensioni della realtà sulle sole due dell’immagine fotografica.
Insomma il tema di questo weekend assignment è una delle chiavi dell’espressione artistica in fotografia: la profondità.
Puoi cercare di esprimere la profondità in vari modi, con l’inquadratura alla ricerca della prospettiva e delle vie di fuga, con un’opportuna scelta di soggetti, con il classico sfuocato, con l’uso della luce o un mix di tutti o parte di questi elementi.
L’idea di profondità e tridimensionalità è qualcosa che può rendere bellissima una fotografia.
Interpreta come più ti piace questo assignment, nel weekend prova a cercare l’effetto di profondità, fanne il protagonista di qualche tuo scatto e poi, se vuoi, mostraci il tuo lavoro. Condividere con tutti i lettori del blog è divertente e può portare a vedere la tua foto visitatori che la apprezzeranno.
Buon divertimento!
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Su un guscio di noce – © Copyright 2012 Pega
“Ma che bel colore! Ehi, ma che rosso!”
Si ma… hai mai pensato a quanto i colori siano un concetto così incredibilmente e misteriosamente relativo?
Nel tuo cervello vedi un colore, magari il bellissimo blu profondo di una limpida giornata invernale. E’ il tuo blu. Ma chi ti dice che nella mente di un’altra persona quel blu appaia come appare a te? Potrebbe essere che per lui il blu sia ciò che per te è il rosso e che l’unica cosa che avete in comune sia solo il nome di quel colore. C’è modo di saperlo?
Prova per un attimo a descrivere a parole un colore. Ci riesci? O devi per forza ricorrere a dei paragoni?
I colori sono delle percezioni relative, sensazioni soggettive, e la cosa affascinante è che gli stessi colori possono apparire diversi anche a noi stessi, in funzione di tutta una serie di variabili.
Si sa, ad esempio, che i colori vengono percepiti diversamente a seconda della luce e degli altri colori attorno, ma c’è anche una quantità di fattori emotivi che possono influenzare la nostra percezione. Un bel verde può apparire freddo e malinconico la mattina appena ci svegliamo ma ben più incoraggiante e vitale nel pomeriggio o la sera. Hai mai provato qualcosa del genere? Casi in cui la percezione dei colori cambia in funzione dello stato d’animo?
Ti invito a pensare a tutto questo, a come vedi i colori nelle tue fotografie ed in quelle degli altri.
I colori sono connessi con le emozioni e di conseguenza le sensazioni che le immagini ci danno possono essere modificate da tutta una serie di influenze che i colori hanno su di noi.
Trovo che questo dei colori sia un argomento affascinante, a tratti folle e misterioso, ma con il potere di stimolare e spingere qualsiasi fotografo a tentare di esplorarlo. Addirittura anche chi fotografa solo in bianco e nero.
🙂
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Severity – © Copyright 2011 Pega
Non cestinare quella foto, a volte le immagini hanno bisogno di tempo.
Ci sono scatti che sul momento non ci soddisfano, sembrano insignificanti o addirittura brutti. Quasi non li prendiamo in considerazione quando scorriamo le immagini che escono dalla nostra macchina dopo un’occasione fotografica.
Eppure non bisogna cedere subito alla voglia di far pulizia.
Non dico di tenere tutto: ci sono foto oggettivamente sbagliate, sfuocate, mal composte o con l’esposizione sballata. Quelle sì, è inutile che le teniamo a prender posto, ma ce ne sono altre che solo dopo un po’, solo dopo che son rimaste un po’ lì “a candire”, siamo davvero in grado di valutare.
Sono foto che hanno bisogno di tempo. Magari ad un certo punto le vediamo, ci accorgiamo di loro, le stampiamo e le lasciamo ancora un po’ a maturare appese da una parte. Magari è proprio così che fioriscono, ci dicono come vogliono essere trattate, processate e stampate, magari tirando fuori qualcosa di anche molto diverso da ciò che si cercava al momento dello scatto.
Mi diverte pensare che forse anche in fotografia, come in enologia, esista una sorta di processo di invecchiamento e successivo affinamento che lentamente porta a maturazione alcune opere, rendendole solo dopo un po’ di tempo, adatte ad essere apprezzate.
🙂
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